Nel suo discorso per il dottorato honoris causa che gli ha conferito l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, Mario Draghi ha detto che l’Europa ha davanti «un futuro in cui rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata.» E «un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori».
Verrebbe da chiedersi a quali valori si riferisca, se quelli democratici e dei popoli, di un tempo, o quelli dal 202 in poi, fatti di greenpass, conti chiusi a chi dissente ed eventi cancellati a personaggi scomodi.
L’ex Presidente del Consiglio non ha pronunciato un discorso politico, ma ha espresso una diagnosi da amministratore delegato, perché quando Mario Draghi guarda l’Europa, non vede ideali, tradizioni, culture e democrazie. Non vede nemmeno popoli che votano ed esprimono opinioni, ma una macchina inefficiente, un’azienda da ristrutturare, dove i cittadini sono soltanto utenti.
E, si sa: in azienda, chi non produce, chi ha problemi, chi si lamenta, è un costo, un problema da abbattere.
Draghi vede un conglomerato con ventisette consigli d’amministrazione che litigano su ogni scelta. Una struttura che non regge l’urto con le potenze mondiali. Perciò, la cura che vorrebbe applicare è chirurgica, spietata, e soprattutto tecnica.
In democrazia, i problemi evidenziati da Draghi andrebbero dibattuti in campagna elettorale, prima di chiedere il voto ai cittadini, ma nell’Europa autocratica, dove la Commissione non è votata dai cittadini, la tecnocrazia al potere non passa per le elezioni, ma esegue silenziosamente dei colpi di Stato, trasformando i governi dei singoli paesi in filiali in cui cambiare il direttore perché non adeguato a seguire le direttive dell’amministratore delegato.
LA LOGICA DEL QUARTIER GENERALE
In una grande impresa, se ogni stabilimento fa quello che vuole, se gli investimenti sono slegati, se le regole cambiano da capannone a capannone, quella impresa fallisce.
Draghi applica questa semplice equazione al Vecchio Continente, quindi la sua ricetta è un quartier generale unico, che decida le priorità, dove pompare capitali, quali settori salvare, quali aziende devono prosperare e quali morire.
Batterie, chip, green economy: oggi un’azienda deve districarsi in ventisette labirinti normativi diversi, ma domani, secondo questa visione, troverà una porta unica a Bruxelles, un unico interlocutore, un unico libro delle regole.
Sembra ragionevole a un occhio disattento, ma è un errore fatale per chi ha a cuore i valori dell’Europa e la libertà nei paesi che hanno creduto di poterla creare.
CHI PAGA, COMANDA. CHI EMETTE DEBITO, DETERMINA IL FUTURO
Il tema del debito comune non è una questione di solidarietà, ma una leva, uno strumento finanziario potentissimo. È l’arma che hanno Washington e Pechino.
Un’Europa che voglia competere deve poter scommettere centinaia di miliardi in modo unitario, rapido, aggressivo. Draghi lo sa, quindi propone di centralizzare la finanza.
Difesa, tecnologia, energia: le grandi scommesse saranno finanziate da obbligazioni europee.
Ma è qui che sorge il problema, perché chi controlla il borsello, controlla l’agenda. Se i soldi vengono da Bruxelles, le scelte seguiranno Bruxelles. I governi nazionali diventeranno bracci esecutivi, amministratori di fondi altrui. La sovranità fiscale, l’ultimo baluardo dello Stato-nazione, evaporerebbe.
IL “28° REGIME”: LA SCORCIATOIA DEI POTENTI
Quando il sistema è troppo ingarbugliato, non lo aggiusti. Lo scavalchi.
Sembra questo il senso del “28° regime”, l’idea di creare un quadro normativo europeo parallelo, che permetta alle grandi imprese di saltare a piè pari le giungle legislative nazionali, una mossa da manager: taglia la complessità, velocizza i processi.
Ma è anche l’abbattimento della democrazia, perché significa che una fetta sempre più grande della nostra vita economica sarà decisa in una stanza dove i parlamenti eletti dai cittadini non hanno voce e, di fatto, sono soltanto figure di facciata.
Bruxelles stabilirà gli standard, le condizioni, i vincoli, e i governi dovranno solo adeguarsi. Ma così, la politica nazionale verrebbe ridotta a un ruolo di mera esecuzione, con un esproprio di sovranità senza precedenti.
LA FINE DEL VETO: IL NUCLEO DURO E GLI ESECUTORI
Il diritto di veto è il simbolo supremo della sovranità, per Draghi, infatti lo indica come il tumore che paralizza l’Europa.
Ma quel diritto di veto è l’architrave pensata per evitare azioni di stampo dittatoriale.
In un consiglio d’amministrazione, se ogni azionista può dire no, l’azienda affonda, ma un’azienda non è una democrazia. Draghi vede un’azienda, non una democrazia, perciò la sua soluzione è un nucleo duro, una squadra ristretta di paesi che proceda a maggioranza. Gli altri possono aggregarsi o restare fuori dalla stanza dei bottoni.
È un federalismo pratico, non dichiarato, un’Europa a due velocità che diventa, di fatto, un’Europa a due classi: chi decide e chi subisce. La pressione per aderire al “nocciolo duro” sarà immensa, per non perdere fondi, influenze, contratti.
Così, la scelta sarà obbligata e l’integrazione non nascerà da un dibattito pubblico, ma dalla paura di essere tagliati fuori.
È un’Europa che polverizza le regole fondamentali che i padri fondatori avevano ideato perché trionfasse la democrazia.
LA TRAPPOLA TECNOCRATICA: LA POLITICA TRASFORMATA IN VINCOLO
Il vero colpo di genio del pensiero manageriale applicato alla politica è che le scelte epocali, dai limiti di deficit agli standard ambientali, dai piani industriali alle riforme, non verrebbero più presentate come opzioni politiche su cui dibattere, ma come “vincoli di sistema”, “necessità tecniche”, “precondizioni per la competitività”.
Come in un’azienda, dove non si discute se farlo. Si discute solo come farlo.
La tecnocrazia svuota il conflitto, neutralizza il dissenso e trasforma il futuro in un piano strategico da implementare. E chi si oppone non è un avversario con una visione diversa, come è normale in democrazia, ma un ostacolo al buon funzionamento della macchina, come accade nelle aziende. E nelle dittature.
LA DOMANDA CHE DRAGHI DIMENTICA DI PORRE
Per Draghi, la posta in gioco non è tra europeisti e sovranisti, perché quella è una battaglia superata, folkloristica.
La posta in gioco è molto più cruda, e riguarda la democrazia rappresentativa.
Chi risponde delle decisioni, quando il potere si allontana così tanto dai cittadini? Quando le scelte che ti cambiano la vita, sul lavoro, sull’energia, sulla difesa, vengono prese in una “scatola nera” continentale, in un consiglio di amministrazione sul quale non puoi esprimere mai la tua opinione?
L’Europa di Draghi è un’azienda. Ma in un’azienda, i dipendenti devono adeguarsi, altrimenti vengono licenziati. In un’azienda non c’è democratica, ma si attuano le politiche dei proprietari, degli amministratori. Proprio come in una dittatura.
Draghi, il “grande manager”, il grande esecutore della globalizzazione, uno dei padri delle sanzioni, del riarmo, dei cittadini con o senza pass e di tutte le sconfitte europee degli ultimi anni, offre all’Europa la possibilità di diventare un gigante economico, ma, per farlo, dimostra che al potere e ai manager non interessa una beata fava dei cittadini.
Interessa solo un efficientissimo modello, dove ogni cittadino ha solo il dovere di essere semplice utente di un sistema.
E, se non vuole adeguarsi, se non obbedisce, basta chiudergli i conti.
Super, no?


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