Le democrazie non muoiono quasi mai per un colpo di stato. La storia ci insegna che, il più delle volte, spariscono poco a poco, con un metodico stillicidio di diritti mascherato da necessità, una progressiva cessione di sovranità ammantata di pragmatismo.
Gli eventi che hanno punteggiato la cronaca italiana e occidentale nelle ultime settimane, apparentemente slegati tra loro, come la violenza di piazza a Torino, la polemica sulla presenza di agenti americani dell’ICE sul nostro suolo e la censura strisciante, non sono episodi isolati, ma evidenze di una patologia sempre più preoccupante.
Capitoli di un manuale non scritto su come erodere lo stato di diritto sfruttando la più potente delle leve politiche: la paura.
Del resto, l’abbiamo visto durante la pandemia che cosa sia capace di fare la paura, capace di trasformare persino tuo fratello nel più acerrimo nemico.
E basta ripassare la storia dell’avvento del nazismo e del fascismo per scoprire tanti punti comuni a molteplici dinamiche di oggi, in questa sequenza strategica che dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena di ogni cittadino acculturato.
Stiamo assistendo in tempo reale a un’operazione di ingegneria del consenso volta a legittimare un modello di potere sempre più verticale e refrattario al dissenso, proprio con la scusa della paura, con la creazione di nemici funzionali alle politiche che si intende attuare.
LA PIAZZA COME PRETESTO: LA STRATEGIA DELLA TENSIONE 2.0
Tutto inizia dalla piazza di Torino.
Una manifestazione pacifica viene macchiata da atti di violenza inqualificabile da un manipolo di criminali, atti culminati nel linciaggio di un agente di polizia.
L’atto è brutale, criminale, e va condannato senza alcuna esitazione, senza se e senza ma. Perché picchiare un agente significa picchiare lo Stato, significa picchiare gli italiani.
Tuttavia, un conto è un’analisi democratica, un altro è una strumentalizzazione autoritaria.
Il primo errore, commesso da una parte del dissenso, è cadere nella trappola del “benaltrismo”, quella pratica intellettualmente sterile che risponde alla violenza subita dalle forze dell’ordine evocando quella, altrettanto inaccettabile, perpetrata dalla polizia in altre occasioni, come proprio a Torino, durante la pandemia, a Napoli, a Trieste.
Ricordate i giovani manganellati a Torino? Le donne con la testa spaccata? Gli operai seduti e inoffensivi, a Trieste, colpiti con i getti d’acqua e con i manganelli?
Tuttavia, giustificare un sopruso con un altro significa creare un cortocircuito etico che delegittima ogni critica, ecco perché è un errore fatale, perché fornisce al potere l’argomento definitivo: “Vedete? Sono tutti violenti. Non c’è dialogo possibile, perciò dobbiamo usare la forza per fermarli. Altrimenti diventano pericolosi per tutti”.
È qui che scatta la seconda fase, quella governativa.
L’episodio, per quanto grave, viene elevato da fatto di cronaca a emergenza nazionale. Diventa la perfetta scusa emotiva, il pretesto provvidenziale per accelerare l’introduzione di un pacchetto di norme sulla sicurezza che giaceva già pronto nel cassetto.
Il fermo preventivo, la tutela legale speciale per gli agenti, il DASPO per i manifestanti: misure che non servono a punire i colpevoli di ieri, ma a intimidire i pacifici di domani. La violenza di pochi diventa così il cavallo di Troia per limitare la libertà di tutti.
Questa è una deliberata strategia comunicativa, per cui si isola un evento scioccante, lo si amplifica mediaticamente e lo si utilizza come clava per ottenere un consenso, altrimenti impensabile, a un giro di vite sulle libertà fondamentali, come quella di manifestare.
Così, il singolo poliziotto ferito, vittima di un atto criminale, diventa involontariamente il simbolo per giustificare una potenziale repressione di massa.
LA SOVRANITÀ A GEOMETRIA VARIABILE: QUANDO LA SICUREZZA DIVENTA CESSIONE
Lo stesso esecutivo che invoca pugno di ferro e leggi speciali in nome della sicurezza nazionale è colto in flagrante mentre, di fatto, appalta una porzione di quella stessa sicurezza a un’agenzia straniera.
La vicenda degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) destinati a operare in Italia durante le Olimpiadi dimostra l’asimmetria di potere e la comunicazione manipolatoria.
La notizia, diffusa da ciò che resta di un giornalismo d’inchiesta che ancora svolge la sua funzione di cane da guardia, è stata immediatamente accolta con smentite sdegnate, anche da parte di alcune testate ormai sempre più voci della propaganda.
Il Ministro dell’Interno, Piantedosi, era intervenuto, parlando di «polemica sul nulla», affermando che l’ICE «non opererà mai in Italia». Una negazione netta, tombale.
Tuttavia, bastavano poche ore per sbugiardare Piantedosi, con il comunicato dell’ambasciatore americano, il quale confermava l’impiego dell’ICE in Italia e spiegava anche che l’ICE fornirà “supporto” non solo al proprio personale diplomatico, ma anche alla “nazione ospitante” per “verificare e mitigare i rischi”.
In pratica, non si tratta di una semplice collaborazione, ma di un’ingerenza operativa, sancita peraltro da un accordo del 2014, che implica la condivisione di dati sensibili, tra cui il DNA, e l’esercizio di funzioni di intelligence sul nostro territorio.
In prativa, un governo che ha costruito la sua intera narrazione, dall’opposizione alla campagna elettorale, sul concetto di “sovranità” si dimostra prono agli interessi di una potenza alleata e tenta goffamente di nasconderlo all’opinione pubblica.
Escludo a priori l’idea che il governo italiano non sapesse dell’ICE, perché servirebbero dimissioni immediate per manifesta incompetenza e incongruenza con il ruolo.
La sovranità diventa un feticcio da sventolare contro i deboli (i migranti, i manifestanti) e una formalità da accantonare di fronte ai forti (gli USA, Israele…).
E la sicurezza, invocata per giustificare la repressione interna, diventa il motivo per legittimare la cessione di controllo verso l’esterno.
DAL MANGANELLO ALLA CENSURA: L’ULTIMO RIFUGIO DEL POTERE
Se la piazza è il teatro dell’azione fisica per generare paura, e i rapporti internazionali, – fatti di sanzioni, dazi e minacce, – sono le azioni della nuova diplomazia per creare nemici, il linguaggio diventa il campo di battaglia finale per il controllo delle menti, l’ultimo e più insidioso stadio della deriva autoritaria.
Emblematici del clima che stiamo vivendo sono gli episodi degli eventi cancellati, dalla pandemia a oggi, al medico novax, a docente universitario del calibro di Barbero, al musicista russo. Fermati solo perché alcuni interventi non erano graditi al pensiero dominante.
Non si contesta l’evento, si cancella il nome di chi porta un pensiero sgradito, perché il dibattito stimola il pensiero critico e alcune narrazioni rischiano di essere polverizzate.
Umberto Eco profetizzava che il nuovo fascismo non sarebbe arrivato in camicia nera, ma travestito da “libertà”.
E, ormai, siamo protagonisti in prima persona di un’operazione di ridefinizione semantica, per cui si propongono leggi per equiparare l’antisionismo, che è una legittima posizione politica, critica verso le azioni di uno Stato, all’antisemitismo, che, invece, è una spregevole forma di odio razziale.
Lo scopo non è proteggere il popolo ebraico, ma criminalizzare il dissenso verso una specifica politica estera.
E questa è un’arma retorica formidabile, perché trasforma chi critica Israele da semplice oppositore politico a razzista. Il dibattito è chiuso. Il pensiero critico diventa reato.
Questo è il clima che stiamo vivendo, un fascismo culturale che non ha bisogno di manganelli quando può usare il Codice penale, ma che non ha paura a usare le armi, come dimostra la cronaca recente negli USA.
Non ha bisogno di marciare su Roma quando può marciare sul vocabolario, ridefinendo le parole per rendere impensabile, e poi illegale, ogni forma di opposizione, soprattutto quando il mondo globalizzato rende intere aree geografiche una sola grande nazione. Come l’Occidente. Come l’Europa.
RICONOSCERE I SINTOMI PRIMA CHE LA MALATTIA DIVENTI INCURABILE
La violenza in piazza, la sovranità ceduta in segreto, la parola censurata con la legge, sono tre fili che, intrecciati, formano la corda con cui si sta lentamente strangolando la nostra democrazia.
La narrazione è coerente: il mondo è pericoloso (criminali, terroristi, “cattivi”), lo Stato deve proteggervi, e per farlo deve avere più poteri, meno controlli e meno voci critiche tra i piedi. “Voi cedete un pezzo di libertà, noi vi diamo in cambio un’illusione di sicurezza.”
Il paradosso è che chi giustifica la violenza di una fazione contro l’altra, chi accetta il “benaltrismo” come forma di dibattito, chi non si indigna per una sovranità a corrente alternata, diventa un complice involontario di questo processo. Proprio come accadde a tanti italiani e a tanti tedeschi durante il secolo scorso.
La vera resistenza, oggi, non è scendere in piazza a spaccare tutto o a pestare i poliziotti. Quella è criminalità e i criminali vanno arrestati. Punto.
La vera resistenza è difendere la complessità del pensiero contro la brutale semplificazione della propaganda; è pretendere coerenza da chi ci governa; è rifiutare l’equazione tra sicurezza e repressione, perché è una strategia che puzza ancora dei dispotismi del secolo scorso.
La vera resistenza è capire, prima che sia troppo tardi, che quando uno Stato inizia a temere i propri cittadini più dei propri nemici, la libertà di tutti è già in pericolo.
Bisogna imparare ad ascoltare queste dinamiche che sembrano normali, perfino scontate, quando normali e scontate non lo sono affatto. Prima che da situazioni spiacevoli, diventino un ordine a cui non si potrà più disobbedire.






