C’era una roccia, nel mondo dell’arte. Non una roccia fredda e distante, ma una mantenuta tiepida dal sole, una di quelle su cui ci si può sedere per raccontarsi storie, per abbracciarsi e sognare il futuro, o dove puoi appoggiarti per riprendere fiato.
Quella roccia si chiamava Fedele.
Lo incontrai la prima volta a Termoli. Portai diciotto artisti a esporre al castello, nella mostra che aveva organizzato sua moglie, Rosa Didonna, nel 2019.
Entrai nel castello una mattina d’agosto, il giorno prima del vernissage, dopo dieci ore d’auto, e lui era lì, un uomo del sud, tutto d’un pezzo, con uno sguardo che poteva sembrare forte, severo persino, ma capace di sciogliersi in un sorriso che ti accoglieva senza condizioni.
Ti faceva sentire a casa. Ti faceva sentire in famiglia. E quando lo salutavi per andare via, il suo abbraccio e il suo saluto erano veri, genuini, sentiti. Da uno di famiglia.
Era uno di quegli uomini fatti da sé, la cui stretta di mano vale più di mille firme sotto a un contratto. E in quella stretta c’era un mondo intero: onore, sudore, parola data. Una promessa di granito, con tanto, tantissimo cuore.
Perché Fedele credeva in ciò che faceva. E credeva in Rosa, che era la sua ragione di vita.
Una volta, sul lungomare di Bari, mentre sorseggiavamo un caffè, mi disse che era un po’ stanco, nonostante sembrasse un robot infaticabile, ma era felice perché la mostra era “venuta bene e Rosa era contenta”. Per lui, la felicità di sua moglie era respiro, era benessere, era motivo di vita. «A me basta che Rosa sia contenta e io sono felice.»
E in quella frase c’era tutta la verità, tutto il mondo, tutta la vita di Fedele Diciolla.
Era il pilastro silenzioso su cui poggiavano sogni, mostre, progetti coraggiosi.
Era la colonna portante della Globalart, quella che non vedi, ma senza cui tutto crolla. Era uomo di fatica, ma anche quello capace di portare calma, di risolvere problemi, di placare gli animi, nonostante fosse fumantino di carattere e andasse preso con le pinze quando si inalberava.
Lavorava nell’ombra, Fedele. Di nome e di fatto. Nella polvere del trasporto, nella fatica dell’installazione, nel “lavoro sporco” che dà luce alle opere degli altri.
Con le sue mani, ha posato opere sui muri, ha costruito strutture, ha macinato chilometri in auto e sugli aerei, sempre per seguire e affiancare sua moglie Rosa.
Ricordo quando organizzai con Rosa una bellissima mostra al Palazzo della Provincia di Bari, dove portai 44 artisti dal Giappone. Fedele costruì, letteralmente, il palcoscenico di quell’incontro tra mondi. E con la sua solarità disarmante, la sua autenticità senza fronzoli, conquistò i cuori e il rispetto dei vertici giapponesi giunti in occasione del vernissage.
Fedele non parlava inglese, ma la sua lingua, fatta di gesti, di sorrisi, di quel fare da italiano vero e genuino, da uomo d’altri tempi, era universale. Era la lingua dell’uomo vero. Era la lingua del cuore.
E in questo nostro mondo, Fedele, in questo mondo dell’arte che troppo spesso ti porta a scontrarti con persone più false di una banconota del Monopoli e di tantissimi personaggi che indossano soltanto delle maschere, tu eri l’antitesi, perché non ti interessava recitare un ruolo, ma eri semplicemente te stesso.
Eri così a Termoli, eri così a tutte le mostre ed eri così a casa tua, in famiglia. Non eri un personaggio. Eri una persona. Non indossavi maschere. Eri Fedele e basta.
Ed essere Fedele, in quest’epoca di copie sbiadite, era “tantissima roba”. Eri un esempio. Sei stato un esempio.
Oggi quel sorriso vero, quell’abbraccio da chioccia per i nipotini, quella forza tranquilla da marito gioioso e padre d’altri tempi, sono volati in cielo. E con loro è volato via un pezzo della mia vita, un pezzo della mia storia in questo mondo dell’arte.
L’arte perde uno dei suoi angeli operai. Uno di quelli che tengono con onore le ali sporche di terra e di colla, ma il cuore pulito e rivolto alle stelle.
Uno di quelle persone che raramente compaiono nelle foto e su cui non si scrivono mai articoli, ma senza i quali nessun evento può avere luogo.
Il mondo perde un uomo Buono, con la B maiuscola. E, soprattutto, un uomo vero.
Da oggi, senza di te, il terreno è un po’ più fragile, Fedele, anche se restano le strette di mano, gli incoraggiamenti, i consigli, che sono custoditi nei cassetti delle cose belle del mio cuore.
Riposa in pace, caro Fedele. Grazie per ogni struttura che hai costruito, per ogni opera che hai sollevato, per ogni chilometro in cui hai accompagnato Rosa perché potesse colorare i suoi sogni, e per ogni sorriso che hai donato, per ogni incoraggiamento e consiglio.
La tua eredità è nelle impronte che hai lasciato nelle anime di chi ti ha conosciuto e nelle tracce di bene e d’amore che restano, qui, a ricordarci che gli uomini veri esistono.
E tu sei stato uno di quelli.

