Signore e signori, tenetevi forte, perché i barzellettieri… ops, i giornalisti di casa nostra ne hanno inventata un’altra. La balla definitiva. Quella che, questa volta sì, chiude la partita.
È ufficiale, ce lo dicono fonti autorevolissime e satelliti che non mentono mai: la Russia ha finito i carri armati.
Ma non ce l’avevano già detto nel 2023?!
Come un copione stanco ma rassicurante, come la puntata di una soap opera che conosciamo a memoria, torna la notizia che tutti aspettavamo per sentirci migliori: la Russia è al collasso. Ieri ha finito i missili, l’altro ieri i soldati, la settimana scorsa il gasolio.
Oggi, finalmente, è il turno dei carri armati. Stavano usando le riserve dell’era sovietica, ci spiegano gli analisti da salotto televisivo. I parcheggi sono vuoti. Ergo, la conclusione non può che essere una, granitica, inappellabile: i carri armati non ci sono più.
Che poi gli stessi bollettini ucraini, da qualche tempo, riportino un numero di mezzi corazzati distrutti in drastico calo è un dettaglio irrilevante, quasi fastidioso. L’intelletto pigro rifuggirebbe la complessità.
Potrebbe forse significare che le tattiche sono cambiate? Che i combattimenti si sono spostati su terreni meno adatti ai carri? Che forse, semplicemente, le forze di Kiev incontrano maggiori difficoltà?
Ma va! Per i barzellettieri che ci hanno raccontato panzane da ridere a crepapelle, non credere alla loro realtà significa formulare pensieri impuri.
La spiegazione deve essere per forza più semplice, quasi biblica: non li distruggono più perché non ce ne sono più. Punto. Amen.
La sociologia della comunicazione insegna che una narrazione, per funzionare, non deve essere vera, ma deve essere credibile per chi vuole già crederci. E noi, ammettiamolo, vogliamo crederci disperatamente.
IL MUSEO DELLE PANZANE: DAI TIRALATTE AI MULI
Quest’ennesima fine dei carri armati va ad arricchire una collezione di panzane che meriterebbe un’ala dedicata al Louvre, in una sala dedicata alla propaganda.
Vi ricordate? All’inizio della guerra, ci dissero che i russi, privi di tecnologia, smontavano i microchip dalle lavatrici e dai tiralatte per guidare i loro missili ipersonici.
Peccato che, nel frattempo, quegli stessi missili continuassero a colpire con una precisione desolante a velocità per cui, oggi, nel 2026, la NATO non dispone di contromisure per sua stessa ammissione.
Ma fu il tiralatte a fare più colore, perché umanizzava il nostro disprezzo.
Poi fu la volta delle pale. I soldati di Mosca, – ci mostrarono foto sgranatissime, – andavano all’assalto con vanghe risalenti all’epoca degli Zar, forse del 1800.
Stavano per mandare al fronte i muli, come gli alpini nella Grande Guerra, perché i mezzi corazzati erano già esauriti, come ci spiegava Fubini sul Corriere, intanto, però, le mappe del fronte si tingevano lentamente, inesorabilmente, di rosso.
Ma noi avevamo le pale. Le pale ci bastavano, anche se sarebbe meglio definirle per ciò che erano: palle, con due elle, o balle, fate voi.
E che dire del bollettino quotidiano dei caduti? Mille russi al giorno, per mesi, per quattro anni. Facciamo due conti, quelli semplici che si imparano alle elementari. Le avranno fatto le elementari i barzellettieri delle pale e dei microchip, vero?
Mille al giorno fanno 365.000 l’anno. In quattro anni di conflitto, staremmo veleggiando verso il milione e cinquecentomila soldati russi polverizzati. Considerando che le stime più generose davano l’intera forza armata russa a circa 1,3 milioni di uomini nel 2022, dovremmo dedurre che al Cremlino siano rimasti solo i cuochi e la banda musicale.
Vuoi vedere che non erano pale, ma flauti traversi e clarinetti?
Eppure, le offensive continuano. Mistero della fede. O, più prosaicamente, mistero della propaganda che prende i suoi ascoltatori per perfetti imbecilli. E forse, a giudicare dai risultati, non ha tutti i torti.
L’ARMA FINALE DEL CREMLINO: PALLONCINI AL CONTRABBANDO
Ma torniamo ad oggi. L’Armata Rossa, ormai appiedata e priva di cingolati, cosa può fare per minacciare la poderosa NATO?
La risposta è arrivata nei cieli della Polonia: i palloncini. Sì, avete capito bene.
Oggetti volanti non identificati, provenienti dalla Bielorussia, hanno violato lo spazio aereo polacco.
L’allarme è scattato. La guerra ibrida. La nuova, disperata tattica di Putin. L’Occidente col fiato sospeso.
Poi, come nella migliore commedia dell’arte, il colpo di scena. Le guardie di frontiera polacche, dopo aver esaminato i primi reperti, hanno emesso il verdetto: si trattava, molto probabilmente, di palloni usati dai contrabbandieri per trasportare sigarette.
La grande minaccia all’articolo 5 della NATO era un carico di bionde di frodo, sospinto dal vento che, a quanto pare, spira da est ed è quindi filorusso, un complice di Lukashenko. Non c’è altra spiegazione possibile.
LA VERITÀ, QUESTA SCONOSCIUTA
E mentre ci dilettiamo con queste barzellette, la realtà sul terreno, quella vera, quella sporca di fango e sangue, racconta una storia che l’Institute for the Study of War (ISW) riassume con la consueta, noiosa precisione: piccoli avanzamenti ucraini confermati a nord-ovest di Pokrovsk, controbilanciati da avanzamenti russi su quasi tutti gli altri fronti, da Kharkiv a Donetsk, fino a Zaporizhzhia.
Nessun collasso, nessuna ritirata. Solo una guerra di logoramento, lenta, brutale e complessa.
Ma la complessità non fa audience e non giustifica miliardi in armamenti.
Non compatta l’opinione pubblica come può fare la favola rassicurante del nemico stupido e con le pezze al culo, che combatte con i microchip delle lavatrici e le pale di due secoli fa, ridotto allo stremo, con i palloncini del contrabbando al posto dei carri armati.
Una narrazione che non serve a descrivere la guerra, ma a vendercela.
Forse, la vera scarsità non è quella dei carri armati russi, ma quella del nostro senso critico, evaporato al primo soffio della propaganda.
Pale, muli, carriole e adesso i palloncini.
Quale sarà la prossima sciocchezza?



