TRUMP, TOKYO, IL CROLLO DELL’IMPERO DEL DOLLARO E I NUOVI IMPERATORI

Stiamo vivendo uno di quei momenti che segnano la storia, quelli che studenti di tutto il mondo analizzeranno nei decenni a venire.

Il lato ironico della storia, di cui siamo testimoni e vittime al tempo stesso, è che Donald Trump, l’uomo che ha promesso di “prosciugare la palude” e combattere il globalismo, è diventato il giullare involontario di un nuovo ordine, molto più accentratore e potente di quello che affermava di voler distruggere.

Un mondo che somiglia molto più a quello dei primi anni del secolo scorso, con gli ultimi vagiti degli imperi a farla da padrone, anche se gli imperatori non sono più rampolli di famiglie aristocratiche, bensì colossi bancari.

Per comprendere questo paradosso, dobbiamo guardare a due epicentri apparentemente scollegati, ma che slegati non sono: la voragine del debito americano e un piccolo, quasi impercettibile, cambio di rotta monetario a Tokyo, perché, insieme, stanno preparando la tempesta perfetta.

IL TRONO VUOTO DI WASHINGTON

L’impero americano, come tutti gli imperi prima di lui, ha un tallone d’Achille: il debito.

E qui si tratta di un debito che le politiche di Trump, con i suoi generosi regali fiscali ai super-ricchi e la promessa di un’ulteriore, massiccia espansione della spesa militare, hanno trasformato in un mostro insaziabile e fuori controllo.

Per decenni, Washington ha potuto stampare debito all’infinito, certa che il mondo lo avrebbe comprato. I titoli del Tesoro USA erano il “bene rifugio” per eccellenza, il materasso su cui ogni nazione, ogni fondo sovrano, ogni investitore si adagiava per dormire sonni tranquilli.

Quei giorni sono finiti ed è finita anche la tranquillità di quel debito.

Il dato è brutale nella sua semplicità: nel 2013, quasi la metà (49%) del debito americano era nelle mani di investitori stranieri. Esattamente il contrario di quanto accade per il secondo debito più alto al mondo, quello del Giappone, che, in gran parte, è in mano agli stessi giapponesi.

Oggi, però, quella quota di debito americano controllata da stranieri è crollata ad appena il 25%. Il mondo non si fida più del dollaro e degli USA.

Nazioni sovrane, alla scadenza dei loro titoli, non li rinnovano; preferiscono invece acquistare oro, il cui prezzo, non a caso, sta esplodendo da almeno tre anni, affermando la sfiducia globale per l’impero americano.

Ma se il mondo non compra più il debito americano, chi lo fa? O chi lo ripaga?

Chi sta tenendo in piedi la baracca?

La risposta è semplice quanto terrificante: la finanza americana, e, in cima alla piramide, più potente di molti stati, BlackRock, il colosso che gestisce un patrimonio di quasi 10.000 miliardi di dollari, che è diventato, insieme ad altri giganti finanziari d’America, l’acquirente di ultima istanza.

Ed ecco il paradosso: Trump, l’anti-globalista, per finanziare la sua visione di un’America “di nuovo grande”, ha messo il destino del Tesoro americano nelle mani del simbolo di quel capitalismo finanziario globale che, a parole, voleva combattere.

La Federal Reserve, di fatto, non è più un’entità governativa sovrana, ma un braccio operativo costretto a obbedire a chi le permette di esistere, ovvero chi ne compra il debito.

La Casa Bianca, in questo scenario, da comandante in capo è stata declassata a esattore di lusso, il cui compito non è più governare, ma minacciare i “vassalli” globali affinché continuino a riversare i risparmi dei loro cittadini nelle casseforti di Wall Street.

Ed ecco spiegati anche tanti passi inspiegabili, al limite della disperazione, dell’Amministrazione Trump, dal Venezuela alla Groenlandia, fino all’Iran.

TOKYO E LA FINE DEL GIOCO A COSTO ZERO

Se la dipendenza da BlackRock è la malattia cronica, il detonatore dell’infarto acuto viva a Tokyo, perché, per trent’anni, il Giappone è stato il bancomat del mondo, un fiume inesauribile di denaro quasi gratuito.

Grazie a tassi di interesse a zero o addirittura negativi, le grandi banche e gli hedge fund di tutto il mondo hanno potuto attuare un gioco tanto semplice quanto redditizio, noto come “Yen Carry Trade”, che prevedeva di prendere in prestito miliardi di yen a costo zero e investirli in asset che rendevano molto di più, come i titoli di stato americani al 4-5%.

Era un gioco dal profitto sicuro, amplificato dal fatto che lo yen si indeboliva costantemente contro il dollaro.

Ora, anche questo gioco è finito, perché, per la prima volta dagli anni ’90, il Giappone sta uscendo dalla sua lunga era di deflazione. L’inflazione sta salendo e la Banca del Giappone è costretta, finalmente, ad alzare i tassi d’interesse.

Quel fiume di denaro gratuito che poi veniva utilizzato per acquistare debito a stelle e strisce si sta prosciugando, perciò sta per arrivare uno tsunami finanziario.

Un fondo speculativo americano che ha preso in prestito 1 miliardo di yen quando il cambio era 160 yen per 1 dollaro aveva un debito che valeva 6,25 milioni di dollari a cui garanzia metteva asset americani per lo stesso valore.

Solo che ora lo yen si rafforza. Il cambio scende a 140. Improvvisamente, per ripagare lo stesso miliardo di yen, non bastano più 6,25 milioni di dollari, ma ne servono 7,14. Il debito è cresciuto, ma la garanzia è rimasta la stessa, quindi non basta.

La banca giapponese chiama e dice: “Il tuo debito è aumentato. O metti più garanzie, o vendi i tuoi asset e mi ripaghi”.

Per evitare il fallimento, il fondo di investimento non ha altra scelta che vendere ciò che ha: azioni americane, titoli del Tesoro americani. Ora, moltiplichiamo questo meccanismo per una cifra che, secondo le stime, oscilla tra i 550 miliardi e i 14 trilioni di dollari.

Stiamo parlando della “madre di tutte le crisi”, altro che 1929!

Parliamo di una vendita forzata e massiccia di asset statunitensi che innescherebbe un crollo verticale dei mercati, portando ad altre vendite a cascata, in un circolo vizioso che farebbe impallidire le crisi del 2008 e del 1929, appunto.

L’EFFETTO DOMINO SULLE NOSTRE VITE

Per chi non segue le dinamiche della geopolitica e dell’Economia con occhi esperti, sembra un gioco tra banche e speculatori, roba da Alta Finanza, invece non è una partita che si gioca solo nei grattacieli di Wall Street o di Tokyo, ma una guerra per il capitale che si combatte sulla pelle dei cittadini comuni di tre quarti di mondo.

L’aumento generalizzato dei tassi di interesse, necessario per rendere appetibili i debiti pubblici, ha un costo che paghiamo tutti noi.

Il sogno della casa di proprietà si allontana, soffocato da rate di mutuo che diventano insostenibili per famiglie con salari al palo. Il costo di un’auto a rate, di un prestito per mandare un figlio all’università, persino il debito sulla carta di credito, tutto diventa più oneroso.

Un dollaro più debole, inoltre, significa che i beni che importiamo – dall’elettronica allo smartphone, dalle automobili ai componenti per la nostra industria, fino al gas e al petrolio – costeranno di più. È inflazione importata, una tassa occulta sulla nostra vita quotidiana.

Siamo arrivati al dunque.

Il sistema che ha garantito la prosperità (di pochi) e la stabilità (apparente) per trent’anni si sta rompendo.

La retorica populista si è rivelata un’illusione per mascherare un trasferimento di potere ancora più radicale, non dagli stati al “globalismo”, ma dagli stati a un pugno di entità finanziarie private così grandi da diventare indispensabili agli stati.

Il capitalismo non sta ancora morendo, ma è giunto alla sua mutazione finale che lo sta portando a un feudalesimo finanziario dove i governi eletti diventano semplici amministratori di condominio al servizio di chi possiede il debito del mondo. Cioè, chi possiede il potere, i nuovi imperatori del mondo.

Benvenuti nell’era dei banchieri-imperatori. Dove persino chi governa paesi potenti deve chiedere il permesso.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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