Dagli Stati Uniti d’America, ci arriva lo spettacolo del caos, una condizione accuratamente coltivata e strategicamente indirizzata, che vede al centro del palcoscenico l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), un’entità nata all’indomani dell’11 settembre e trasformatasi da agenzia di controllo a milizia di una precisa volontà politica, i cui metodi autoritari e le esecuzioni sommarie per strada sono la logica conseguenza di una narrazione ben definita.
La pressione dell’opinione pubblica americana è diventata insostenibile, quindi il potere ha concesso uno “specchietto per le allodole”, con la rimozione di un funzionario come Bovino, i cui modi richiamano quelli di un gerarca delle SS.
Ovviamente, non si tratta né di una marcia indietro di Trump, tanto meno è una riforma, ma un’operazione di facciata per tentare di calmare gli animi.
Un diversivo, insomma, studiato per evitare una sommossa che sfugga di mano, un osso gettato alla stampa mentre la macchina della repressione e della polarizzazione continua a macinare indisturbata.
La strategia, nella sua cinica genialità, è duplice, perché incanala l’dio verso altre direzioni e distoglie l’attenzione dagli omicidi, puntando il dito contro gli avversari politici.
Si individua un nemico esterno, facilmente demonizzabile, come l’immigrato, capro espiatorio universale che serve a compattare la base elettorale, offrendo un bersaglio semplice e visibile per frustrazioni sociali ed economiche complesse. Quanto accadde in Germania con l’ascesa del nazismo.
Contro questo “altro”, ogni eccesso diventa giustificabile, perciò la violenza non è più un abuso, ma una misura di sicurezza necessaria, così come l’esecuzione di un cittadino per strada, come nel caso di Alex Pretty, diventa un “incidente” in una guerra percepita come giusta e inevitabile.
Ma quando le vittime non corrispondono al profilo del nemico designato e a cadere sono cittadini americani, attivisti, persone la cui unica colpa è dissentire, scatta il secondo meccanismo del manuale: la colpa viene traslata sull’avversario politico.
Le proteste non sono più l’espressione di un malcontento genuino, ma dalla comunicazione del governo vengono dipinte come manovre pilotate dai Democratici.
L’agghiacciante caso della deputata Ilhan Omar, aggredita durante un comizio e liquidata da Trump con l’insinuazione che se la fosse cercata, è l’esempio paradigmatico, per cui il dissenso non è legittimo, m un complotto e la vittima diventa colpevole.
Ma, se la tesi di Trump può passare per vera, allora vale lo stesso per l’attentato di cui è stato vittima lo stesso presidente durante l’ultima campagna elettorale. Il solo aver insinuato una messa in scena rende plausibile che Trump creda che la cosa sia possibile poiché ne ha esperienza diretta?
Questo non è più politica, ovviamente, ma è un teatro. È una tecnica di controllo sociale che erode le fondamenta del dibattito democratico, sostituendo i fatti con la propaganda e il dialogo con la demonizzazione, dove non esistono più legittime opinioni e verità, ma solo la comunicazione del più forte, del più ricco, del più potente.
DALLA NEBBIA DEL MINNESOTA ALLA NEBBIA DEL GOVERNO ITALIANO
E questo copione, questa grammatica del potere, sembra aver trovato una traduzione fin troppo letterale anche in Italia, dove l’altro ieri, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, interrogato sulla presenza di agenti dell’ICE sul suolo italiano durante le Olimpiadi invernali, ha risposto con glaciale sicurezza: «Non mi risulta.»
Meno di 24 ore dopo, però, il Presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha confermato ufficialmente la presenza delle milizie di Trump. Gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement americani ci saranno, eccome, per garantire la sicurezza del Vicepresidente USA, JD Vance, e del Segretario di Stato Marco Rubio.
Il ministro smentito in un lampo ha stabilità già il record olimpico delle figuracce. Ma al di là della figuraccia istituzionale, la questione è di una gravità abissale e solleva la necessità di dimissioni per manifesta inadeguatezza al ruolo ricoperto.
Un Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana non era a conoscenza del fatto che agenti federali armati di una potenza straniera sarebbero stati operativi sul territorio nazionale durante un evento di portata globale.
Non un panettiere di Torino, un metalmeccanico di Bologna o un medico di Milano, ma l’uomo che dovrebbe tutelare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionali.
Questo denota un livello di incompetenza e di scollamento dalla realtà che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi cittadino italiano, di destra o di sinistra.
L’alternativa è che il Ministro lo sapesse e ha deliberatamente mentito al Parlamento e al Paese, ma ciò sarebbe, se possibile, ancora più grave, configurando un atto di opacità che non ha nulla a che fare con una democrazia.
Il paradosso diventa grottesco se si considera che stiamo parlando dello stesso governo che ha costruito la sua intera impalcatura retorica sul concetto di “sovranità nazionale”, un governo che tuona ogni giorno sulla “difesa dei confini” e sul primato degli “italiani”.
Poi, nel momento in cui la sovranità si manifesta nella sua forma più concreta, nel controllo effettivo del proprio territorio, scopriamo che il vertice della sicurezza nazionale “non è informato”.
La sovranità, a quanto pare, è un feticcio da sventolare in campagna elettorale, un concetto valido solo quando si tratta di respingere disperati in mare. Quando, invece, si tratta di accondiscendere alle richieste dell’impero americano, si dissolve in un comodo e imbarazzato “non mi risulta”.
La sovranità a intermittenza, buona per i comizi, ma flessibile di fronte a chi ha il reale potere in Italia.
LA FIGURACCIA E IL PRECEDENTE DEL CERMIS
La presenza di agenti dell’ICE non è solo una questione formale, perché questi miliziani, addestrati secondo i protocolli che abbiamo visto con le esecuzioni nelle strade americane, saranno armati e operativi. Persone pericolose che hanno già assassinato a sangue freddo persone innocenti, cittadini comuni.
E questo ci proietta violentemente verso una domanda che non è né peregrina né provocatoria, ma tragicamente storica: se accoppano qualche italiano armato di smartphone, come hanno ammazzato Pretti, verranno processati qui come quelli che abbatterono una funivia in Trentino perché giocavano a Top Gun con la pelle altrui?
La memoria del Cermis, dove piloti americani tranciarono un cavo uccidendo 20 persone per poi essere assolti da una corte marziale statunitense, è una ferita mai rimarginata nella coscienza collettiva italiana, un’ennesima dimostrazione di quanto il nostro governo sia solo uno zerbino su cui le amministrazioni americane puliscono i piedi da sempre, il simbolo di una sovranità limitata, di una giustizia che si ferma dove iniziano gli interessi dell’impero.
Il “non mi risulta” di Piantedosi non è solo una gaffe o una palese dimostrazione di incompetenza, ma è il sintomo di una subalternità culturale e politica così radicata da rendere persino superflua la trasparenza.
Non c’è bisogno di informare il ministro di una nazione che non conta nulla perché è di proprietà dell’America, perché la risposta è scontata. Si fa e basta, altrimenti sono guai per Roma.
Esattamente come nelle strade di Minneapolis, dove la giustificazione arriva sempre dopo l’azione, mai prima, e serve solo a ratificare a posteriori l’abuso di potere.
Dal Minnesota a Milano, il virus si diffonde. Cambiano i contesti, ma la logica è la stessa: la realtà è un dettaglio negoziabile di fronte alla ragion di Stato di chi è più forte, perciò comanda.
Nel caso dell’Italia, di fronte alla ragion di un altro Stato.

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