Gli eventi destinati a lasciare il segno sono sempre preceduti da un brusio che si inerpica tra le pareti, rimbalza tra le opere esposte e crea un sottofondo familiare a chi è abituato a palcoscenici importanti.
Insomma, si creano aspettative e una elettricità palpabile, proprio come è avvenuto a Sassuolo, presso la Galleria d’Arte “Jacopo Cavedoni”, dove quel brusio si è trasformato in un’ovazione silenziosa, in un’attenzione quasi sacrale per la personale di Franco Bulfarini, intitolata “Figurazione Avveniristica e Città Impossibili”, dove non c’è stata una semplice inaugurazione, ma è andata in scena una diagnosi, una spietata e lucidissima analisi del nostro tempo, offerta da un artista che ha smesso da tempo di guardare il mondo per iniziare a sezionarlo.
Le sale della galleria erano gremite, un dato non banale in un’epoca di disintermediazione digitale e di atomizzazione sociale ai limiti della lobotomia culturale, sostenuta da immagini che si consumano in pochi istanti sui social e dalle mode della notorietà a ogni costo, senza studi e senza sacrifici.
La presenza fisica di una comunità così eterogenea, invece, raccolta attorno alle tele di Bulfarini, è già di per sé un atto sociologico che testimonia la resistenza di un bisogno primario di confronto, di decodifica, di un linguaggio che trascenda la banalità del quotidiano.
Premetto che la mia strada e quella di Franco Bulfarini si sono incontrate qualche anno fa, dopo che lui notò una mia presentazione in una galleria di Parma. Da allora, ci siamo sentiti alcune volte al telefono e abbiamo sempre constatato una relazione simbiotica nel nostro modo di percepire l’arte e il mondo.
Per questo motivo, l’artista mi ha chiesto di presentarlo in questa avventura e ritengo questa scelta un privilegio, perché la stima che Bulfarini ha sempre manifestato per me è ampiamente contraccambiata.
Così, mi sono trovato quasi a officiare questo rito collettivo, in qualità di critico internazionale, per la mostra personale di un pittore e critico d’arte, per cui ho deciso di introdurre l’arte di Franco senza annoiare gli astanti con inutili voli pindarici tra tecnica e materiali, ma ho sottolineato gli aspetti poetici e filosofici dell’espressione artistica di Bulfarini.

L’ARTE COME STRUMENTO DI INDAGINE
Per prima cosa, ho tracciato una linea di demarcazione netta: prima e dopo la fotografia, un confine che non è solo tecnologico, ma ontologico. Prima, l’arte era cronaca, celebrazione, catechismo per analfabeti. Committenza divina o nobiliare.
Gli artisti dovevano fungere da fotografi, rappresentando ciò che vedevano, in modo tale che i nobili ricordassero una persona cara, un paesaggio, una determinata situazione. Allo stesso modo, dovevano affrescare le chiese con immagini realistiche per divulgare i messaggi del Vangelo alla popolazione che era, per la stragrande maggioranza, analfabeta.
Dopo, liberata dal fardello della rappresentazione mimetica, l’arte è diventata indagine, perciò sono nati stili, linguaggi e correnti molto diversi. Forse, rispetto ai grandi del Cinquecento, l’arte ha perso punti quanto a livello tecnico, ma ne ha guadagnati in varietà di stili e capacità di sviscerare il proprio tempo. E Bulfarini è uno degli investigatori più perspicaci e raffinati del nostro tempo.
Le sue indagini sono portate avanti grazie a un linguaggio personale, a metà strada tra Boccioni e Kandinskij, che lo caratterizza e lo distingue in mezzo a migliaia d’altri, elemento indispensabile per elevarsi dalla figura del pittore a quella di artista.
La previsione che il nome di Bulfarini figurerà sui libri di storia dell’arte del futuro non è un’iperbole di circostanza, ma è evidente dopo un’attenta analisi strutturale della produzione del pittore.
Come Otto Dix ci ha sbattuto in faccia la putrescenza morale della società borghese al tempo della Repubblica di Weimar, rendendo visibile l’humus su cui sarebbe germogliato il nazismo, così Bulfarini ci sbatte in faccia le nostre incoerenze, la frammentazione, la schizofrenia tra l’infinitamente grande del cosmo e l’infinitamente piccolo delle nostre esistenze alienate.
Il suo è un linguaggio precursore, un idioma visivo che altri, inevitabilmente, tenteranno di copiare.
LE TELE: MAPPE DI UNA COSCIENZA FRATTURATA
Osservare le opere esposte è come affacciarsi sull’orlo di un collasso gravitazionale.

“La città impossibile” non è un esercizio di prospettiva cubista, ma la metafora di un sistema insostenibile e, al tempo stesso, l’evoluzione che diviene plastica.
Una civiltà costruita su fondamenta precarie, un agglomerato di ambizioni geometriche che sfidano la logica e sono destinate a franare nel buio della valle sottostante, ma che potrebbero anche risalire le montagne all’orizzonte, in una perpetua evoluzione, fino a tornare a valle sotto forma di spirito, di acqua, o di altro.
L’uso del giallo in alcune opere, un giallo particolare, quasi tossico, quasi radioattivo, non è il colore del sole, ma della febbre. È la luce artificiale che ci tiene svegli la notte, un’ansia che si cristallizza in forme aguzze, in detriti di pensiero che non trovano pace, mentre la civiltà non dorme più perché ha perso la capacità di sognare. È intrappolata in un eterno, allucinato presente.
Eppure, quegli sfondi gialli sono anche, al contrario, ascesi e spirito che ritrovano lo spazio che meritano per un sano equilibrio.
Bulfarini non dipinge, ma crea quello che, a occhi inesperti, potrebbe apparire caos. Invece le sue tele sono partiture complesse dove il rosso della vita e della violenza dialoga con il blu profondo della meditazione e del vuoto siderale, per poi essere squarciato dal giallo dello spirito, un’ascesi che somiglia pericolosamente alla follia, ma anche all’essenza della vita umana.

L’universo e il cosmo, termini ricorrenti nei suoi titoli, non sono scenografie, ma i veri protagonisti. L’essere umano è spesso assente, o presente solo come traccia che i più faticano a percepire, come rovina biomeccanica, fuso con ingranaggi e circuiti che ne hanno divorato l’anima. È la condizione post-umana che l’artista propone in una mostra che ha il sapore delle pagine antiche di quelle enciclopedie che ti arricchiscono.
Infatti, l’arte di Franco Bulfarini è un’enciclopedia visuale che tratta di sociologia e filosofia per parlarci della vita e del mondo, così come l’artista li percepisce nella nostra società, attraverso dimensioni che sembrerebbero ponti per tentare una fuga, perché in quelle altre dimensioni, Bulfarini propone alternative alla nostra, alle nostre vite, a condizioni statiche, spesso pesanti, che immaginiamo essere insuperabili e impossibili da cambiare.
L’ARTE COME ATTO POLITICO, MA DI “POLIS”
In questo scenario, la presenza istituzionale della Vice Sindaca, la dottoressa Serena Lanzotti, assume un significato che va oltre il saluto di rito. Innanzitutto, perché la presenza delle istituzioni non è affatto scontata, inoltre perché è il riconoscimento che la cultura, e in particolare l’arte che scava nelle contraddizioni, non è un orpello per il tempo libero, ma ha una funzione essenziale nella “polis”.

Un luogo in cui si fa arte, è un luogo di cultura, di dubbio, di filosofia, il luogo dove una comunità si interroga, si specchia e, forse, trova la forza di immaginare un futuro diverso dalle “città impossibili” che continuiamo ostinatamente a costruire e/o a non capire.
La comunicazione espressiva di Franco Bulfarini è radicalmente politica, nel senso più alto del termine, pur non c’entrando nulla con la politica che vediamo ogni giorno in tv. Non è una politica di governo, infatti, ma una politica della polis, della gente, una filosofia aulica, di grande cultura sociologica.
Perché l’arte di Franco Bulfarini ci costringe a porci le domande fondamentali che la routine economica e sociale rimuove costantemente dai dibattiti quotidiani: chi siamo? Dove stiamo andando? Qual è il senso di questa frenetica costruzione e distruzione?
Le sue “figurazioni avveniristiche” non sono fantascienza, bensì sono il nostro presente, guardato attraverso una lente di ingrandimento così potente da rivelarne la struttura molecolare, le fratture, le metastasi, attraverso gli occhi di un uomo che ha imparato il linguaggio del cosmo.

Franco Bulfarini non ci offre risposte né ha la presunzione di dispensare verità assolute, perché sa che le risposte facili sono il mestiere dei demagoghi.
Lui, da vero artista, ci consegna qualcosa di molto più prezioso e terribile, cioè le domande giuste da porci. E lo fa con un linguaggio così unico e potente da essere già di per sé un evento. Un nuovo paradigma, in cui si rincorrono punti di contatto e abbracci, avviluppamenti cromatici e distinzioni più nette, in un’armonia di colori e di tratti che raccontano dell’uomo e dei suoi spazi, ambientali, spirituali, cosmici.
Un’arte che ha il sapore della scoperta, che invita a essere curiosi, perché la curiosità è il carburante delle persone intelligenti, la benzina della cultura.
Sta alla sensibilità di noi tutti saper cogliere la grandezza della sintassi cromatica di artisti del calibro di Franco Bulfarini.



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