IL RITUALE DELLA MEMORIA E LA BANALITÀ DEL PRESENTE, DOVE UN GENOCIDIO SI COMPIE IN SILENZIO

Ogni anno, il 27 gennaio, mettiamo in scena il nostro rituale collettivo di espiazione. Ci fermiamo, ricordiamo, ci interroghiamo sulla domanda più terribile e necessaria: “Com’è stato possibile?”.

E, mentre le immagini in bianco e nero dei binari che conducono ad Auschwitz scorrono sui nostri schermi, altre immagini, a colori e in diretta, ci raggiungono dai nostri smartphone, dalle televisioni, dai pc: edifici sventrati, bambini coperti di polvere e sangue, volti scavati dalla fame.

Si tratta di esseri umani che subiscono soprusi e crimini contro l’umanità, proprio come quei crimini e quei soprusi per cui è stata istituita la Giornata della Memoria.

E, in questa dissonanza cognitiva, nascondiamo la più profonda frattura etica del nostro tempo.

A cosa serve commemorare un genocidio passato se non siamo in grado di riconoscere, denunciare e fermare i meccanismi di un genocidio presente?

A cosa serve ricordare la barbarie nazista e fascista, se giustifichiamo i crimini dell’ICE in America e non condanniamo senza se e senza ma i crimini di Israele?

La memoria non è un museo, non è un archivio da visitare una volta l’anno per sentirsi assolti e in pace, come fosse Natale.

È, o dovrebbe essere, una lente morale attraverso cui decodificare il presente. Se fallisce in questo, diventa solo un’ipocrita liturgia priva di senso.

LA LOGISTICA DEL SILENZIO: QUANDO L’ORRORE DIVENTA PROCEDURA

La risposta più comoda alla domanda “Com’è stato possibile?” è attribuire il male a una parentesi di mostruosità disumana.

È un errore grave. Un errore consolatorio.

L’Olocausto non fu primariamente un’esplosione di sadismo irrazionale, ma fu il trionfo della razionalità burocratica applicata allo sterminio, una situazione che dimostrò che nel DNA di alcuni esseri umani è nascosto anche il male. Basta solo che vi siano le condizioni per attivarlo.

È la normalità che ha ingoiato l’orrore, trasformandolo in procedura. Le parole furono il primo strumento. Non si diceva “camera a gas”, ma “locali per la disinfezione”.

Non si parlava di “deportazione”, ma di “reinsediamento”. Non “sterminio”, ma “trattamento speciale”.

Non era un semplice eufemismo, ma un’architettura linguistica progettata per disinnescare la coscienza, e si tratta di strategie linguistiche che stiamo riapplicando anche oggi, a cominciare da quelli che si arrampicano sugli specchi per spiegare cosa sia o non sia un genocidio.

La violenza fu spezzettata in una catena di montaggio. C’era chi compilava i moduli. Chi guidava i treni, gestiti dalla Deutsche Reichsbahn secondo un orario nazionale, con tanto di tariffe per i deportati e “sconto comitiva” per gruppi superiori a 400 persone.

C’erano gli ingegneri, professionisti orgogliosi che brevettavano sistemi per “ottimizzare” la ventilazione dei forni crematori, per bruciare più corpi in meno tempo.

Erano padri di famiglia che, tornati a casa, accarezzavano i propri figli con le stesse mani con cui avevano firmato ordini di trasporto verso la morte.

Ciascuno eseguiva solo un frammento del processo. Ciascuno poteva dirsi: “Io faccio solo il mio lavoro”. Perché in questa parcellizzazione della responsabilità, l’individuo si astrae dalla conseguenza finale del suo gesto. L’orrore diventa un termine tecnico, un problema logistico.

E, oggi come allora, c’erano i complici, colpevoli almeno quanto i carnefici. Erano quelli che non partecipavano fisicamente al genocidio, alla barbarie, ai soprusi. Non firmavano atti, non progettavano strumenti di morte, non punivano, non sparavano, non arrestavano, Ma, semplicemente, approvavano o facevano finta che andasse tutto bene, che fosse tutto normale.

Poi c’erano quelle che non solo approvavano, ma tifavano. Erano tanti, tantissimi, tant’è che il nazismo e il fascismo non presero il potere con la forza, ma vincendo elezioni democratiche. Per tanti era giusto ciò che accadde.

Così come, oggi, allo stesso modo, è giusto quanto accade per molte persone che hanno il medesimo DNA.

DAL “TRATTAMENTO SPECIALE” AL “DANNO COLLATERALE”: L’ANESTESIA DELLA COSCIENZA MODERNA

La logica su cui si basarono il fascismo e il nazismo suona familiare? Beh, dovrebbe, perché è la stessa logica che opera oggi.

Quando un missile uccide una famiglia in un campo profughi e lo definiamo “danno collaterale”, stiamo applicando la stessa tecnica di neutralizzazione semantica.

Quando un’operazione militare che provoca decine di migliaia di morti civili viene definita “diritto alla difesa”, stiamo mascherando una realtà atroce dietro un principio astratto.

Quando neghiamo acqua, cibo e medicine a due milioni di persone intrappolate, e lo chiamiamo assedio, e non un atto di sterminio, stiamo trasformando l’orrore in una procedura.

Quando definiamo gli USA la più grande democrazia del mondo, mentiamo a noi stessi e ci rendiamo ridicoli agli occhi del mondo. Non solo per i crimini efferati commessi dall’ICE, la forza di polizia presidenziale dai modi in stile SS, nata all’indomani del crollo delle Torri Gemelle, ma anche per le numerose violazioni internazionali di Washington nel mondo, dall’Iraq all’Iran, dalla Libia al Kosovo.

Mentre manifestiamo e gonfiamo il petto per la Giornata della Memoria, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha chiesto da oltre un anno l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra e contro l’umanità, al pari di quanto fatto per Putin, e sta valutando un’accusa di genocidio contro l’intero Stato di Israele per le sue azioni a Gaza, in Cisgiordania e in Iran.

La causa, promossa dal Sudafrica, una nazione che conosce bene il significato di oppressione e fascismo, è stata appoggiata da nazioni come Spagna, Irlanda, Colombia, Messico, Cile.

Organizzazioni come Human Rights Watch, Amnesty International e Medici Senza Frontiere – le stesse che lodiamo quando denunciano violazioni dei diritti umani in altre parti del mondo – hanno usato termini come “crimini di sterminio”, “apartheid”, “pulizia etnica” per quanto accaduto a Gaza e in Cisgiordania. Solo che, in questo caso, qualcuno storce il naso e vorrebbe intimidire quelle organizzazioni.

Perché certuni amano chiunque, adorano persino il Diritto internazionale, ma solo fino a quando non punta il dito contro di loro e i loro amici.

Le prove sono schiaccianti: la retorica disumanizzante (“animali umani”), il blocco deliberato degli aiuti, i bombardamenti indiscriminati, la distruzione sistematica di ospedali, scuole e infrastrutture civili.

Tutti elementi che configurano, secondo la Convenzione sul Genocidio, l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

Così come sono sotto gli occhi di tutti i comportamenti nazisti dell’ICE e la repressione negli Stati Uniti d’America.

OLTRE IL “NON SAPEVAMO”: LA RESPONSABILITÀ DEL VEDERE

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il mondo si rifugiò dietro la frase più comoda: “Non sapevamo”.

Beh, poteva essere vero, almeno in parte.

Lo dissero anche gli americani dopo la strage causata dalla seconda bomba atomica sul Giappone, come se la prima, sganciata solo tre giorni addietro, non fosse mai stata sganciata, come se non ne avessero visti gli effetti.

La seconda fu sganciata con consapevolezza e con il desiderio di provocare di nuovo quel macello umano, ma si difesero sostenendo che non sapevano.

Beh, oggi, nel mondo iper-connesso, quella scusa non esiste più.

Noi sappiamo. Noi vediamo.

Vediamo in tempo reale i video dei droni che inseguono e uccidono civili disarmati. Leggiamo le testimonianze dei medici che operano bambini senza anestesia. Vediamo le immagini satellitari della distruzione.

Sui nostri schermi ci sono scheletri umani che faticano a respirare e tanti muoiono, per fame o perché ammazzati. Possono essere gonfiati i numeri, ma i crimini contro l’umanità non sono per questo meno efferati.

E sono crimini di oggi, con la stessa ferocia e disumanità di quelli per cui abbiamo istituito la giornata del 27 gennaio.

Se ieri il meccanismo era “non sapere”, oggi il meccanismo è la scelta deliberata di non agire, di non collegare i punti, di non chiamare le cose con il loro nome, di non voler vedere la realtà se chiama in causa gli amici o i nostri politici di riferimento.

Il cittadino medio continua a fare la spesa, a guardare la partita, a lamentarsi del traffico, perché l’orrore è lontano, è complesso, è “normalizzato” dal flusso di notizie che lo riduce a rumore di sottofondo.

E, qualora fosse costretto a vedere la realtà, dovrebbe avere il coraggio di comprendere di aver vissuto la finzione di essere nel giusto, di essere dalla parte democratica del mondo.

“Cosa avremmo fatto noi, al tempo di Hitler?”

Beh, la stessa cosa che stiamo facendo di fronte a Netanyahu. La stessa cosa che stiamo facendo davanti all’ICE. Stiamo persino spingendo l’intero popolo ucraino a morire in guerra, perché le nostre industrie di armi continuino a prosperare.

La risoluzione ONU che ha istituito la Giornata della Memoria è un mandato a prevenire, a evitare che lo scempio del secolo scorso si verificasse di nuovo.

E noi abbiamo fallito.

Se la nostra commemorazione si esaurisce il 27 gennaio e con la Shoah, senza tradursi in un’azione concreta contro l’ingiustizia che vediamo con i nostri occhi nei confronti di altre etnie e di altri olocausti, di altri vagiti del nazismo, allora non stiamo onorando le vittime della Shoah, ma stiamo soltanto lucidando le loro lapidi, mentre, in silenzio, scaviamo la fossa per le prossime, per cui, è probabile, nessuno mai ricorderà né i nomi né il perché della barbarie.

Perché significherebbe ricordare che sarebbero stati perlomeno complici.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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