C’è un’ironia tanto tragica quanto rivelatrice nelle parole che Volodymyr Zelensky ha scagliato contro l’Europa dal palco dorato di Davos.
Il leader di una nazione tenuta in vita artificialmente da un torrente di miliardi europei, un fiume di denaro che ha prosciugato le nostre economie e alimentato un’inflazione che morde le caviglie dei nostri cittadini, ha guardato in faccia i suoi benefattori e li ha definiti, in sostanza, irrilevanti.
Per la serie “riconoscenza 2.0”.
Un “caleidoscopio bello, ma frammentato di potenze piccole e medie, smarrite e incapaci di assumere un ruolo guida”.
Non è un semplice insulto, ma una diagnosi brutale, ingrata, ma spaventosamente accurata.
LEADER EUROPEI SENZA UNA BUSSOLA
La critica di Zelensky non nasce nel vuoto, ma si innesta su una percezione che a Mosca, come a Washington, è ormai un dato di fatto consolidato, cioè che l’Europa, come entità geopolitica autonoma, ha cessato di esistere da tempo.
La sua politica estera è diventata un’eco sbiadita delle direttive atlantiche, i suoi leader ridotti a diligenti esecutori di una sceneggiatura scritta altrove.
Quando la Russia bolla figure come Kaja Kallas, e per estensione l’intera classe dirigente europea, come “incompetenti”, non sta semplicemente usando un epiteto, perché si tratta di un giudizio che non ammette repliche.
Non ci si siede al tavolo con chi non ha il potere di decidere, con chi recita una parte senza possedere la sovranità per deviare dal copione, soprattutto quando quel copione è fermo sulla narrazione della Russia cattiva e nemica dell’Europa.
Questa subordinazione strategica ha trasformato l’Europa da potenziale mediatore a mero finanziatore di una delle parti in conflitto; quindi ci siamo autoesclusi da qualsiasi ruolo negoziale nel momento in cui abbiamo sposato incondizionatamente una narrazione bellicista, tagliando ogni ponte diplomatico e demonizzando l’avversario al punto da rendere impensabile il dialogo.
E ora, mentre gli Stati Uniti, con pragmatico cinismo, riallacciano i contatti e preparano il terreno per un accordo che, inevitabilmente, terrà l’Europa completamente fuori dalla stanza dei bottoni, noi restiamo a contare i costi.
LA DOPPIA VERITÀ: IL FRONTE REALE E IL FRONTE MEDIATICO
Mentre i nostri leader si esibiscono in dichiarazioni di sostegno eterno che non hanno più nessun fondamento logico, la realtà sul campo racconta una storia diversa, una storia che i nostri media generalisti faticano a riportare con la dovuta onestà intellettuale, perché dovrebbero ammettere il loro totale fallimento, tra sciocchezze e panzane di pale, muli, sanzioni dirompenti, microchip dai tiralatte e altre barzellette.
La Russia, pur con le sue difficoltà, avanza. Lentamente, brutalmente, ma inesorabilmente. L’Ucraina perde uomini, mezzi e, pezzo dopo pezzo, territorio. Le sue infrastrutture energetiche sono al collasso, condannando milioni di civili a un inverno di gelo e buio.
Eppure, la narrazione che ci viene propinata è quella di “avanzate marginali” ucraine lungo una linea ferroviaria, di controffensive imminenti, di una vittoria a portata di mano da quattro anni.
Si tace sulla sistematica erosione delle posizioni ucraine, si minimizza la superiorità russa in termini di artiglieria e risorse, si costruisce un castello di ottimismo su fondamenta di sabbia e sull’assenza di logica.
Questo scollamento tra la realtà del fronte e la sua rappresentazione mediatica non è solo un esercizio di propaganda e non è nemmeno soltanto un cortocircuito cognitivo, ma è un atto profondamente disumano che prolunga l’agonia di un popolo, illudendolo su esiti ormai preclusi e sacrificando una generazione sull’altare di una vittoria impossibile.
Si combatte e si muore per una finzione. Tutto perché i leader europei non debbano ammettere il loro totale fallimento.
IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE E LA LEZIONE CHE NON IMPARIAMO
Ed eccoci al punto più doloroso, cioè al fatto che ce lo siamo meritato. Ci siamo meritati lo sberleffo di Zelensky, perché abbiamo versato quasi trecento miliardi tra aiuti finanziari e militari, abbiamo accettato sanzioni che hanno devastato la nostra industria, abbiamo visto il nostro potere d’acquisto erodersi, e per cosa?
Per essere trattati come un bancomat da cui prelevare senza nemmeno dire “grazie”, per essere definiti insignificanti proprio da colui che senza il nostro sostegno sarebbe già un capitolo chiuso nei libri di storia e, forse, sepolto in chissà quale cimitero.
L’assurdità ha toccato il suo apice quando Zelensky, nello stesso contesto, ha ringraziato Donald Trump, l’uomo che ha bloccato gli aiuti americani, dimostrando una sfrontata abilità nel giocare su più tavoli.
Ma la colpa non è sua. La colpa è nostra, di un’Europa che ha dimenticato la lezione fondamentale della geopolitica: non esistono alleanze basate sulla carità, ma solo sulla convergenza di interessi. E sulla convenienza del più forte.
Noi non abbiamo alcun trattato che ci leghi all’Ucraina, eppure abbiamo agito come se la sua sopravvivenza fosse più importante della nostra stabilità economica e sociale, così leader dei popoli europei hanno preferito svendere i popoli che dovevano rappresentare in nome di un popolo che non fa parte dell’Unione.
Il vero aiuto, il solo aiuto sensato e umano che l’Europa avrebbe dovuto offrire, era quello diplomatico: forzare un negoziato, spingere per un compromesso territoriale fin da subito, per fermare una carneficina che sta dissanguando l’Ucraina e, con essa, l’Europa intera.
Invece, abbiamo scelto la via del suicidio, diventando complici e vittime di un conflitto che non ci appartiene e da cui usciremo, comunque vada, con le ossa rotte e la dignità calpestata.
La domanda che ora dobbiamo porci non è cosa farà Trump, ma cosa farà l’Europa.
Continuerà a essere un bel caleidoscopio, affascinante nella sua impotenza, o troverà finalmente la forza di guardarsi allo specchio, riconoscere i propri errori e iniziare a lottare per i propri interessi? Per gli interessi degli europei?
Il tempo delle illusioni è finito. Ora restano solo le conseguenze delle politiche scellerate.



Una opinione su "EUROPA ESCLUSA DAI NEGOZIATI. LA TRAGEDIA UCRAINA COME SPECCHIO DI UN CONTINENTE PERDUTO"