IL VOLTO DELL’IMPERO, LA DEMOCRAZIA CHE DIVENTA TERRORE

In una dittatura, una polizia speciale gira per strada a volto coperto.

Possono fare tutto: entrarti in casa, prelevarti, spararti in faccia, uccidendoti… possono andare a scuola e arrestare tuo figlio. E possono farlo godendo della massima immunità penale.

In quella dittatura, se i giornalisti scoprono che il suo esercito ha commesso crimini contro l’umanità, e divulgano la cosa, rischiano fino a 175 anni di carcere e vengono perseguiti in qualsiasi luogo del mondo.

In quella dittatura, se un giornalista pone una domanda durante una conferenza stampa dei rappresentanti del governo, viene aggredito verbalmente. Spesso fisicamente e allontanato dalla sala.

Starete pensando alla Corea del Nord, alla Russia di Putin o chissà a cos’altro.

No. Sto raccontando gli Stati Uniti d’America.

La patria del più grande apparato di propaganda del mondo: Hollywood, un luogo in cui attori interpretano personaggi fantasiosi, deformando la verità e la storia. Ma c’è un momento preciso in cui il trucco di scena si scioglie, rivelando i lineamenti rigidi di un volto che non conoscevamo, o che forse avevamo finto di non vedere.

IL VOLTO DEL BAMBINO CHE SMASCHERA WASHINGTON

Il 20 gennaio, nel silenzio ovattato del Minnesota, quella maschera di democrazia e libertà, che gli Stati Uniti hanno indossato per quasi un secolo, è scivolata via tra i banchi di scuola della Columbia Heights, dove è andata in scena la profanazione dell’umanità.

Gli agenti dell’Ice non hanno portato via soltanto persone, hanno strappato il velo dell’illusione americana, come miliziani di un regime che ha deciso di educare attraverso il terrore. Proprio come Mussolini o come Hitler.

Sotto le luci al neon delle classi, tra i disegni appesi ai muri e l’odore di matite temperate, il pianto di un bambino di cinque anni ha segnato la fine di un’epoca e ha sbattuto in faccia al mondo occidentale la realtà di cosa sia davvero l’America.

Ora, sarebbe facile dire che Donald Trump sia il mostro sotto il letto, il colpevole di ogni barbarie, ma questa è una menzogna consolatoria.

Trump non è che lo specchio, il braccio meccanico di un organismo molto più vasto e complesso. La realtà è che il problema è il mandato di un’intera nazione, una maggioranza granitica che ha consapevolmente conferito il potere della repressione e della disumanizzazione. Infatti, tantissimi americani approvano le azioni di Trump, così come le hanno espressamente richieste nelle urne.

Quando una democrazia vota per chi promette di cacciare, recintare e punire, gli artigli che ne conseguono sono la sua espressione più sincera. È la società americana che, nella solitudine dell’urna, ha deciso che l’innocenza di un bimbo di pochi anni è un prezzo accettabile da pagare sull’altare della “sicurezza”.

Siamo di fronte a una dittatura che si è fatta dogma e che non si nasconde più dietro il fantoccio della democrazia, una dittatura sorretta per decenni dalla più formidabile agenzia di propaganda che il mondo abbia mai conosciuto: Hollywood.

Mentre le pellicole patinate esportavano il mito del “giusto”, dell’eroe che salva il mondo e della terra delle opportunità, l’impero si nutriva di villaggi rasi al suolo, cieli bruciati e ricchezze rapinate.

Abbiamo guardato il grande schermo ignorando le macerie che quella stessa potenza accumulava ai margini della storia. I paesi europei, noi compresi, siamo rimasti a guardare, muti, paralizzati dal terrore dell’atomica dell’URSS, accettando una sottomissione morale pur di restare sotto quell’ombrello protettivo che puzzava di polvere da sparo e ancora del sangue degli innocenti giapponesi spazzati via non da una, ma da ben due bombe atomiche.

Abbiamo barattato la nostra capacità di indignarci per una promessa di salvezza, scegliendo la dittatura che ci faceva meno paura, tanto da definirla democrazia.

Abbiamo persino dimentica il DNA di questo impero, che non conosce la parola “pace”. La sua è una storia che affonda le mani nella terra rossa intrisa del sangue dei nativi americani, sterminati in nome degli editti di quegli invasori bianchi che si sono autoproclamati eletti del Signore.

Un manipolo di scappati di casa e avanzi di galera sfuggiti alla giustizia degli imperi europei o scappati da società in cui, da perfetti incapaci quali erano, non erano stati in grado di emergere, negli eserciti come in altri campi.

È la storia di un Paese che, primo e unico, ha avuto l’ardire di rovesciare due bombe atomiche su civili inermi. E se la prima fu un abisso di ignoranza per le conseguenze, la seconda fu una fredda, lucida scelta di potere, fatta sapendo esattamente cosa sarebbe rimasto degli abitanti di Nagasaki.

Non c’è differenza tra il fungo di Hiroshima e il boato silenzioso dei bombardamenti in Kosovo o in Libia, operazioni scatenate senza mandati internazionali, in disprezzo assoluto delle Nazioni Unite. Sono gli stessi architetti che si sono inventati il fantasma delle armi chimiche di Saddam per invadere l’Iraq senza autorità né mandato ONU.

L’OCCUPAZIONE DEL CUORE E DELLA MEMORIA

Oggi quella violenza che prima era esportata come merce di democrazia nel mondo, è tornata a casa, rivolgendo lo sguardo verso i più fragili tra i suoi confini.

Usare i bambini come esche, arrestare maestri davanti ai loro alunni e fermare famiglie davanti alle scuole significa annichilire il concetto di futuro. Significa dire alla popolazione americana che gli USA sono una dittatura e che nessuno è al sicuro.

La scuola non è più un luogo dove si impara, ma una zona di guerra in cui l’ICE insegna ai bambini che lo Stato non protegge, ma aggredisce. E può farlo ovunque, anche dove ci si dovrebbe sentire al sicuro, come a casa e a scuola.

Questa è la rottura morale definitiva. Quando si smette di percepire il pianto di un bambino di cinque anni come una ferita sociale, significa che la civiltà ha cessato di respirare.

Non siamo più spettatori di un errore politico o delle scelte di un uomo mentalmente malato, ma siamo testimoni del trionfo di una cultura della sopraffazione che si ammanta di leggi per soffocare l’umano.

È una barbarie che ha gettato i suoi primi semi già durante la pandemia, quando in Occidente sono andate in scena scene di discriminazione che pensavamo relegate nei libri di storia: greenpass, persone allontanate dal lavoro, arresti, linciaggi, pestaggi da parte della polizia a cittadini inermi.

Perché tanti che oggi si indignano per il bambino arrestato a scuola erano a favore quando quel bambino o i suoi genitori, o l’insegnante, venivano prelevati, cacciati e arrestati perché senza greenpass. Perché tanti che ora di indignano dei metodi di Trump hanno approvato quelli di Draghi, senza avere neppure la capacità cognitiva per rendersi conto che sono la stessa cosa, cambia solo lo stile del personaggio.

Stessa arroganza, stessa superbia, medesima discriminazione, uguale disprezzo per la dignità dell’individuo.

L’Occidente intero ha gettato la maschera e ha mostrato al mondo che non è affatto diverso da quelle dittature contro cui ha sempre puntato il dito.

Compresa l’Europa, che, mentre Trump a Davos parla di equilibri di potere con il linguaggio di una nuova fase imperialistica, a Bruxelles discute di eliminare le bustine monodose di ketchup e maionese e quelle di shampoo negli hotel. Mentre le potenze ridisegnano il mondo, Bruxelles conta le bustine.

Come ribellarci a questa deriva dittatoriale che non è confinata negli USA, ma è endemica e prossima a deflagrare in una pandemia, visto quanto accaduto anche in Europa durante la pandemia e a quanto accade oggi, con i conti correnti chiusi ai dissidenti e i licenziamenti dei giornalisti che pongono domande scomode?

La resistenza non può che nascere da una riappropriazione della verità: l’impero americano non ha più vestiti per mimetizzarsi. È nudo, brutale, e ha deciso di strappare i maestri dalle aule perché sa che è lì, nel coraggio di educare alla dignità, che si trova la sua unica vera minaccia: la cultura, il sapere, la capacità di filosofare.

La nostra complicità silenziosa, il nostro conformarci alle discriminazioni e all’alienazione della verità umana, deve finire qui, dove le grida di un asilo in Minnesota incrociano lo sguardo vitreo della storia.

Ok, ma cosa fare?

Per prima cosa, smettere di seguire quei media che raccontano con favore la dittatura. Sia quella americana che si manifesta oggi, sia quella che abbiamo visto anche in Italia con le discriminazioni, e anche quella che giudica normale i conti bloccati a chi dissente e il licenziamento di Gabriele Nunziati.

In secondo luogo, non dare fiducia a quei politici che si riconoscono nella dittatura americana e si sono resi complici delle politiche dittatoriali del greenpass e della discriminazione sociale.

Perché seguendo costoro, approvandoli, o anche soltanto dire “sì, ma…” significa essere collaborazionisti della dittatura e della negazione dell’individuo.

Significa essere complici di uno scempio sociale.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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