Per decenni, il mercato obbligazionario giapponese è stato il tempio dell’imperturbabilità.
Era una distesa di ghiaccio dove il tempo sembrava essersi fermato in un eterno presente di tassi a zero.
Lo chiamavano “ancora del mondo”, ma questa settimana, quel ghiaccio si è crepato con un suono sinistro e sono emersi numeri che vanno ben al di là di un terminale Bloomberg, perché sono una scossa al sistema finanziario globale, che ha smesso di trattenere il respiro.
Sanae Takaichi, con la sua ascesa al potere, ha promesso grandi cose al popolo: tagliare le tasse sul cibo, lenire il dolore dell’inflazione nelle case dove ogni chicco di riso conta, ma tutto ciò, nel linguaggio spietato della finanza, è stato letto come una confessione di debolezza.
Gli investitori non hanno visto compassione, ma il baratro per un debito che supera il 250% del PIL e hanno deciso che la stabilità non era più un dogma, ma un’illusione giunta al termine.
IL PESO DI UNA VITA: IL 4% DEL DOLORE
Il rendimento del titolo di Stato a quarant’anni ha toccato il 4%.
Quarant’anni sono l’arco di una vita lavorativa intera, è il tempo che intercorre tra il primo pianto di un figlio e i suoi primi capelli grigi. Per diciotto anni, quel numero è rimasto sepolto sotto la cenere di tassi a costo zero, ma oggi, quel 4% è un grido che squarcia il velo di una finzione, di un mercato che possiamo dire che era stato “drogato”.
E quel 4% significa che il mercato non crede più che il domani sarà uguale a oggi.
Le aste dei titoli a vent’anni sono andate deserte, come piazze abbandonate prima di un bombardamento.
La gente scappa. Non si vendono solo pezzi di carta, ma si vende la fiducia nel patto sociale. Se lo Stato deve pagare così tanto per farsi prestare denaro, chi pagherà il conto finale?
Lo pagheranno i figli che non hanno ancora imparato a parlare, ereditando un castello di carte costruito sopra un vulcano attivo.
IL BATTITO CHE FA TREMARE L’AMERICA
Il Giappone è sempre stato il grande creditore silenzioso, il polmone che iniettava ossigeno nelle vene dell’impero americano, che è il potere più indebitato al mondo.
Con oltre 1,2 trilioni di dollari di debito statunitense nelle sue mani, il Giappone è l’architrave che regge il soffitto di Washington. Ma se il rendimento in patria sale, perché un investitore giapponese dovrebbe attraversare l’oceano per cercare fortuna altrove? Il rimpatrio dei capitali è un’emorragia interna che rischia di diventare una pandemia globale.
Mentre Tokyo brucia, i rendimenti dei Treasury americani a trent’anni hanno iniziato a salire, sfiorando il 5%. È un virus che si propaga con il semplice contatto. Il mercato globalizzato è un corpo unico, perciò l’infezione di Tokyo si trasforma in una fitta al petto a Wall Street e in un tremore nelle banche di Milano e Parigi.
Infatti, i Gilt britannici gemono sotto il peso di costi di indebitamento che sono i più alti del G7, perché siamo tutti collegati da fili invisibili di debito, e qualcuno ha iniziato a tirare quei fili con una violenza inaudita.
LA SOCIOLOGIA DEL PANICO E IL PARADOSSO DI TAKAICHI
Takaichi parla di “cambio di rotta”, di “mandato popolare”, ma il mercato è un animale che fiuta la paura prima della speranza.
Le sue elezioni anticipate dell’8 febbraio non sono una consultazione democratica, ma una vera e propria scommessa d’azzardo sulla pelle di una nazione stanca e sempre più anziana. La più longeva al mondo, dove non si fanno più figli e il futuro è l’estinzione etnica.
Il cosiddetto “Takaichi Trade” è un mostro a due teste: una borsa che corre per l’avidità di un Nikkei forte e uno Yen che affonda come una pietra gettata in un pozzo.
In questo squilibrio, l’uomo della strada perde due volte, perché i suoi risparmi valgono meno e perché il costo della vita, nonostante i tagli fiscali promessi, salirà per nutrire il mostro degli interessi.
Quella del nuovo governo giapponese sembra una carezza, ma lascerà i segni di un schiaffo violentissimo.
UN MONDO IN DEFICIT DI ANIMA
Il problema non è tecnico, ma esistenziale.
Viviamo in un’epoca di deficit permanente, non solo nei bilanci, ma nelle visioni.
Abbiamo accumulato un debito globale che supera il 235% della ricchezza mondiale. Abbiamo preso in prestito la luce dal futuro per illuminare i nostri sprechi di oggi.
E ora che la geopolitica si fa oscura, con la minaccia di guerre non solo commerciali e con la necessità di armarsi di nuovo, il mercato obbligazionario sta dicendo “basta”.
Gli investitori sono i nuovi “vigilantes” di un mondo senza regole, dove persino il diritto internazionale è usato come carta igienica da chi ha più missili degli altri.
Ma gli investitori non sono cattivi; sono terrorizzati. Vedono governi che non sanno più dire di no, che stampano promesse su carta straccia.
Il crollo dei titoli giapponesi è l’ultimo avvertimento prima che la musica finisca.
Dobbiamo guardare in faccia la realtà, prima che ci sfugga di mano.
Ogni punto base in più è una scuola in meno, un ospedale che rifiuta pazienti, un sogno che si infrange.
La finanza ha smesso di essere una scienza ed è tornata a essere ciò che è sempre stata: una storia di sangue e di promesse tradite.
Il Giappone, il Sole nascente, oggi proietta ombre lunghissime. E, in quelle ombre, dobbiamo imparare a camminare, sperando che qualcuno, da qualche parte, abbia ancora il coraggio di scegliere la verità prima del consenso.



2 pensieri riguardo “IL DEBITO SA MORDERE E ADESSO HA IMPARATO A GRIDARE”