Se fissiamo le mappe che ci hanno insegnato ad amare sin da bambini, quell’Europa rassicurante posta al centro di ogni proiezione geografica sembra quasi il cuore del mondo. Tuttavia, la realtà è un vento che gela le fondamenta di una casa che abbiamo dimenticato di riscaldare.
Siamo il baricentro del mondo, è vero, ma non abbiamo potere. Siamo, al più, un cuscino tra due predatori. Forse anche più di due.
Da una parte, l’oceano porta l’abbraccio di un alleato che sta imparando a contare il prezzo di ogni suo gesto, un’America che ci guarda con gli occhi lucidi di chi non cerca più fratelli, ma mercati, e i tratti freddi dell’uomo bianco che sterminava i nativi per farsi spazio.
Dall’altra, le pianure dell’Est ci consegnano l’ombra di un orso ferito che ha capito quanto sia facile far male all’Europa se la si colpisce lungo le sue crepe interne.
Siamo sospesi tra un addio travestito da fattura da saldare e una vendetta mascherata da ritorno alle origini.
IL SORRISO DI WASHINGTON E IL FILO TRASPARENTE
Le nuvole che arrivano da Washington non portano più solo promesse di libertà, ma i metodi della “Dottrina Monroe”.
È una strana solitudine quella che gli Stati Uniti ci stanno cucendo addosso, quelli che ci chiamano alleati, ma tra le righe di documenti come la National Security Strategy del 2025 leggiamo che loro hanno bisogno di noi, sì, ma come una marionetta dalle braccia d’oro.
Ci vogliono ricchi, perché i mercati morti non comprano auto, navi, gas liquefatto e altri prodotti americani. Se noi diventiamo poveri, l’impero a stelle e strisce sarebbe costretto ad allentare le sanzioni ad altre regioni del mondo, ma, in quel caso, Washington sarebbe costretta a mostrare al mondo come anche altre forme di governo portino al benessere economico se non posti sotto sanzione.
Perciò, ci vogliono ricchi quanto basta per essere ottimi clienti, ma ci vogliono divisi. L’Europa che agisce con una sola voce, per l’America, è un concorrente, un fantasma del futuro che Washington non è pronta a gestire. Soprattutto se quell’Europa stringe accordi commerciali con Cina e Russia.
Mentre ci sentiamo rassicurati dai sorrisi transatlantici, le mani d’oltreoceano carezzano proprio quei movimenti che vorrebbero scardinare l’Unione. Chiamano “patriottismo” ciò che in realtà è una parcellizzazione del nostro potere.
Se ogni stato torna a gridare nel proprio giardino, nessuno sentirà mai il boato dell’Europa intera. Il gas naturale americano oggi scorre nelle nostre tubature come un antidoto che crea una nuova dipendenza; copre il 45% del nostro fabbisogno, legandoci con catene invisibili, ma pesantissime, e costosissime, a una prosperità che ha sempre il volto di qualcun altro.
L’OMBRA DEL CREMLINO E IL VELENO DELLA DISCORDIA
A Est, la Russia di Putin osserva queste fratture con la pazienza carnivora di chi sa che il tempo gioca a suo favore. La strategia moscovita non è un segreto e chi ha studiato la Storia la conosce bene.
Putin non vuole conquistarci con i cingolati, – non ne ha bisogno, – vuole scomporci in ventisette piccoli interessi divergenti per fare di noi la stessa cosa che di noi vogliono fare gli USA: clienti.
Putin sogna un’Europa che, stanca e intirizzita dal freddo della storia e dai tanti miliardi bruciati nella guerra, decida di trattare separatamente, barattando l’unità del continente con nuovi contratti di fornitura di idrocarburi scontata.
I rubli e le lusinghe ideologiche hanno inquinato le nostre acque per anni, alimentando partiti che oggi sbandierano l’euroscetticismo come se fosse libertà. – Anche se, certamente questa Europa è ben lontana da ciò che servirebbe e che si potrebbe definire libertà.
È l’ironia suprema della geopolitica contemporanea: i predatori, da est a ovest, hanno lo stesso obiettivo, perciò entrambi amano vederci piccoli.
E noi, nel mezzo, balliamo un valzer solitario su un ghiaccio che si fa sempre più sottile e che rischia di farci annegare in un lago gelato.
IL FANTASMA DEL POTERE E L’ANESTESIA CIVICA
Eppure, basterebbe ragionare con una visione un po’ più ampia del proprio spazio di comfort per vedere cosa potremmo essere: un colosso da 20.000 miliardi di dollari di PIL, con un esercito potenziale di un milione e mezzo di anime, tecnologie, menti, industrie, competenze, cultura e creatività che il resto del pianeta può solo sognare.
Siamo un titano energeticamente denutrito e militarmente claudicante, ma la ferita più profonda non è nella difesa o nei gasdotti, ma nel battito del cuore dei cittadini.
L’astensionismo che divora le urne, con picchi che in alcune terre superano il 70%, è il grido silenzioso di una generazione che non sente più il calore delle istituzioni della propria nazione, figuriamoci di Bruxelles.
Percepiamo l’Europa come una torre d’avorio fatta di grafici e burocrazia, un ufficio smarrito che ha dimenticato la poesia e il coraggio che i padri fondatori avevano iniettato nel sogno originario perché i politici degli ultimi decenni si sono dimenticati di costruire una patria europea prima di un’accozzaglia di paesi legati da accordi commerciali.
Hanno creduto che bastassero contratti, fatture e accordi milionari perché un giovane facesse dell’Europa casa propria.
È vero, la disaffezione all’Europa è soprattutto colpa della Commissione von der Leyen e delle sue tante, troppe follie. Ma non si sceglie di andare a piedi per il resto della vita perché l’auto non funziona. La si ripara, oppure la si cambia. Altrimenti, a piedi costa meno e si è più liberi, ma quanta strada si fa e come?
AUTORI O PEDINE: L’ULTIMA SCELTA DI UNA TERRA STANCA
La geografia è un destino, ma la politica è un atto di volontà. Più rifiutiamo di crederci una sola voce, più dichiariamo al mondo di voler essere prede, perché tante voci diventano cacofoniche e nessuno le ascolta.
Ogni volta che una capitale europea decide di giocare da sola, Putin vince una battaglia e Washington chiude un contratto favorevole.
Poi, certamente, sulla guerra in Ucraina ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, per discutere dell’accerchiamento della NATO, delle ingerenze americane in Ucraina, con la Nuland, e di altri fatti che hanno alimentato il conflitto, di cui abbiamo discusso in numerosi altri articoli che trovate nella sezione BLOG, sotto le voci PENSARE e SOCIETÀ E POLITICA.
Siamo davanti a un dilemma che non ammette mezze misure, perché possiamo continuare a essere pedine politicamente corrette sulla scacchiera degli altri, facendoci manipolare da chi soffia sul fuoco del nostro egoismo nazionale, oppure possiamo scegliere di tornare a essere gli autori della nostra storia.
Anche se, per farlo, bisognerebbe tornare all’Europa dei popoli e non a quella attuale degli interessi delle lobby e dei flussi di miliardi di euro decisi con messaggini e trame occulte.
Il costo dell’autonomia è alto, ma il costo della debolezza è l’irrilevanza, un oblio dorato dove l’Europa finirà per essere ricordata come una splendida idea che non ha avuto il coraggio di esistere davvero.


