Per molti di noi, il Palazzo di Giustizia ha la pretesa di sembrare un tempio, con quelle sue colonne pesanti che sembrano voler schiacciare i peccati del mondo. Soprattutto delle persone più umili, che non hanno santi in paradiso a cui appellarsi.
Invece, i palazzi di Giustizia sono più simili a ospedali psichiatrici di fine Ottocento: corridoi troppo lunghi, l’odore acre della carta vecchia e quel senso di oppressione che ti morde la nuca quando capisci che il tuo destino è nelle mani di qualcuno che non ha mai pranzato con te, non ti conosce affatto, non ha vissuto nessuna delle tue vicissitudini e per lui sei soltanto il titolo di una pratica.
Di te e dei tuoi problemi, se non puoi permetterti avvocati costosi, non gliene importa una beata fava e sei solo un nome che non ha valore, a cui infliggere una pena, una multa, un ammonimento. Ma un nome che non conta nulla, in maniera metaforica, ripensando agli ospedali psichiatrici ottocenteschi, diventa un manichino da usare per uno studio, un esperimento, una prova.
In quelle aule, il più delle volte la verità è una materia viscida, che scivola via tra i commi di un codice e il battito accelerato di chi vive in attesa di giudizio.
Oggi, però, non è un imputato a tremare, bensì l’intero sistema della giustizia italiana e la stessa democrazia, stesa su un lettino operatorio mentre chirurghi in cerca di voti affilano i ferri.
E il rumore di fondo che si sente non è di pioggia, ma il ticchettio di una bomba a orologeria che sta per scoppiarci tra le mani, mentre siamo assopiti dai dibattiti – molti meno di quanti servirebbero- sul referendum.
Da una parte c’è la voce suadente di chi ci promette una nuova era di speranza. La separazione delle carriere viene venduta come l’elisir di lunga vita, una mano di vernice bianca su un muro sporco di inefficienze e mazzette.
Ci dicono che il giudice deve essere un’isola, un’entità pura che non deve avere nulla a che spartire con il Pubblico Ministero. “Terzietà”, la chiamano. Suona bene, no?
È una parola pulita, tuttavia rassicura come il sorriso di un venditore d’auto usate in un romanzo di Stephen King.
Se il “Sì” vince, dicono, la giustizia diventerà efficiente, veloce, una macchina da guerra trasparente che piace all’Europa e agli investitori. Un ecosistema lontano dalla politica e dai suoi affari.
E c’è un documento che si aggira sui social, in questi giorni, un foglio ingiallito che risale al 16 marzo 2010. È una nota scritta da Alfredo Robledo, in cui racconta di un colloquio con Edmondo Bruti Liberati che sembra uscito da un thriller di Giorgio Faletti.
Si parla di nomine, di voti “al pelo”, di carriere decise al bilancino delle correnti. Ma la frase che darebbe ragione ai fautori del Sì è quella che Bruti Liberati avrebbe pronunciato – il condizionale è d’obbligo, visto che gli stessi protagonisti hanno ritrattato anni dopo – con la gelida rassegnazione di chi sa come gira il mondo: “Avrei potuto dire ad uno dei miei colleghi al Consiglio che Robledo mi rompeva i coglioni e di andare a fare la pipì al momento del voto…”.
Eccolo, l’orrore. La giustizia ridotta a una questione di vesciche e di corridoi. Il “Sì” usa questo fango per dire: “Visto? Dobbiamo cambiare tutto!”.
Ma è qui che scatta la trappola.
IL CASO, IL POTERE E LA MORTE DELLA RAGIONE
La riforma propone un rimedio che è infinitamente più letale della malattia.
Il sorteggio per i membri del CSM non è una cura, ma è l’abdicazione della civiltà. Affidare il governo della magistratura alla sorte significa trasformare la Costituzione in un tavolo da gioco d’azzardo. È una pratica da assemblea condominiale, non da gestione di uno dei tre poteri costituzionali.
Se togliamo la scelta politica e culturale e la sostituiamo con il caso, non stiamo eliminando quelle famose correnti che si dice di voler combattere, ma stiamo semplicemente togliendo al CSM la forza di opporsi all’unico potere che rimarrà organizzato, lucido e famelico: quello politico.
Immaginate un mondo in cui il PM è separato, isolato, trasformato in una sorta di super-poliziotto che deve rendere conto al Governo?
Immaginate un giudice che non viene più eletto per la sua visione del diritto, ma estratto a sorte come un numero della tombola, in un Paese come il nostro, dove le estrazioni di qualunque natura sono sempre viste con sospetto?
In quel vuoto di potere – e in quelle estrazioni, – la politica entrerà come coltelli nel burro; la magistratura smetterà di essere un potere indipendente e diventerà un ufficio dell’esecutivo. E quando il PM sarà sotto il controllo del Ministro, chi avrà il coraggio di indagare sui palazzi del potere, sui ministri, su chi comanda?
La riforma è un’illusione ottica che vi promette velocità e trasparenza, ma non aggiunge un solo computer nei tribunali.
Vi promette imparzialità, ma vi consegna alla lotteria e ai poteri occulti. È una soluzione “tecnica” per un problema che è profondamente, terribilmente umano.
In verità, vedo solo il tentativo di anestetizzare l’opinione pubblica con lo spauracchio delle correnti per toglierle l’ultima difesa contro l’arbitrio e perché i politici possano fare – finalmente, dal loro punto di vista – i loro comodi, senza temere alcun controllo e nessun giudizio.
LA MIA OPINIONE: PERCHÉ IL “NO” È L’ULTIMO AVAMPOSTO DELLA LIBERTÀ
Se fossi un personaggio di un romanzo, forse cercherei una via di mezzo. Sarei quello che cala l’asso quando meno te l’aspetti. Ma vivo nella realtà, perciò la mia conclusione è una soltanto: il “No” è l’unica scelta razionale, morale e civile.
Al referendum di marzo, voterò “No” perché non credo alla giustizia che si decide “mentre qualcuno va a fare la pipì”, ma non credo nemmeno alla giustizia che si estrae a sorte in un’urna, quando chi estrae potrebbe essere facilmente “ammaliato”, “comprato”, “indirizzato”. Magati con la promessa di un posto, in futuro, di qualche mazzetta.
Voterò “No” perché la separazione delle carriere è il preludio alla sottomissione dei giudici alla politica. Con il Sì, ciò che oggi è una pratica non trasparente diventerebbe la normalità.
Una volta che avrete spezzato la magistratura in due, avrete creato, da un lato un corpo di polizia giudiziaria che risponderà ai desideri e ai capricci del potente di turno, dall’altro un corpo di giudici isolati che avranno troppa paura per opporsi al primo gruppo.
Non lasciatevi ingannare dalle belle parole.
Questa riforma non pulisce il sistema, ma lo abbatte per costruirci sopra un parcheggio per il potere.
L’indipendenza del giudice non è un suo privilegio, è il mio, il tuo, il nostro scudo. È l’unica cosa che impedisce a una maggioranza politica prepotente di bussare alla tua porta nel cuore della notte.
Se spegniamo quella luce in nome di una finta efficienza, resteremo tutti al buio. E nel buio, come sanno bene King e Faletti, i mostri sono sempre i primi a svegliarsi.
Votare “No” non significa dire che tutto va bene, perché non va affatto tutto bene, ma significa dire che la democrazia è una cosa troppo seria per essere affidata al caso o ai desideri di chi vuole comandare senza essere controllato.
Restiamo svegli. Restiamo indipendenti. Restiamo umani.
E impariamo a leggere di più, perché la lettura è cultura. E la cultura è un’arma di difesa potentissima.



Una opinione su "SÌ O NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA"