Il Giappone non sta semplicemente andando al voto, ma sta affrontando una mutazione genetica della propria identità nazionale.
Infatti, quella che si consumerà il prossimo 8 febbraio non è una banale tornata elettorale, ma un referendum sulla via esistenziale della terza – ora quarta, in perenne competizione con la Germania – economia del pianeta.
Sanae Takaichi, la prima donna a scalare il vertice del potere nipponico, ha deciso di stracciare il manuale della prudenza asiatica per lanciare un’offensiva che è, al tempo stesso, politica, militare e finanziaria.
La scommessa è totale e la posta in gioco è la fine del Giappone come lo abbiamo conosciuto dal 1945 a oggi.
IL CARISMA DELLA FERROVIA: PERCHÉ LA DESTRA CONQUISTA I GIOVANI
Osservando i dati, emerge un fenomeno che ribalta i paradigmi occidentali: l’onda d’urto del consenso di Takaichi nasce dal basso, ma soprattutto dai giovanissimi.
In un Paese celebre per la sua gerontocrazia, vedere un gradimento che sfiora il 90% tra la fascia di popolazione che va dai 18 ai 29 anni è un segnale di rottura profondo. I giovani giapponesi non cercano più la mediazione grigia dei burocrati del passato, ma desiderano una narrazione di forza, un’estetica della risolutezza che Takaichi incarna perfettamente, smarcandosi dalle dinastie politiche tradizionali per proporsi come una leader “self-made”.
È la fine dell’apatia digitale, percuò il nazionalismo diventa il nuovo linguaggio della speranza economica.
LA FINE DELL’ILLUSIONE DEL DEBITO GRATIS
Sotto il profilo strettamente economico, stiamo assistendo al collasso di un dogma che ha retto i mercati globali per trent’anni. Il Giappone è stato per decenni il laboratorio mondiale dei tassi zero, il polmone che forniva liquidità a Wall Street e all’Europa attraverso il meccanismo del “carry trade”.
Ora quel polmone ha smesso di espandersi. La decisione di Takaichi di spingere su una “Super-Abenomics” finanziata in deficit, unita a un’inflazione che morde anche a Tokyo, ha fatto esplodere i rendimenti dei bond sovrani.
E quando i titoli di Stato nipponici tornano a offrire rendimenti vicini al 4% sulle lunghe scadenze, il mondo trema, perché i capitali giapponesi stanno tornando a casa e il rimpatrio di questa massa monetaria colossale è un proiettile puntato dritto contro la stabilità dei mercati azionari occidentali.
IL RIARMO E IL TABÙ ATOMICO
Sul piano geopolitico, Tokyo ha deciso di sfilare il guanto di velluto.
L’alleanza con i conservatori di Nippon Ishin, a scapito del moderatismo pacifista del Komeito, segna il passaggio a una fase di assertività militare senza precedenti.
Portare la spesa per la difesa al 3% del PIL è la dichiarazione che il Giappone intende tornare a essere una potenza regionale capace di deterrenza autonoma. Le parole che si sussurrano sempre più insistentemente sul superamento dei tre principi non nucleari indicano che il trauma di Hiroshima e Nagasaki sta lasciando il posto a una fredda analisi dei rischi nel Mar Cinese Meridionale.
La tensione con Pechino su Taiwan non è più una variabile diplomatica, ma un orizzonte operativo concreto, perciò la politica e il Paese devono prepararsi agli eventi.
L’OPPOSIZIONE E LA DIFESA DELLA SOCIETÀ APERTA
Dall’altro lato della barricata, l’Alleanza del Centro Riformista guidata da Yoshihiko Noda tenta disperatamente di costruire una diga contro questa deriva identitaria.
È uno scontro tra due visioni del mondo: da una parte il Giappone-fortezza, patriottico e militarizzato; dall’altra il Giappone della coesistenza, pragmatico e attento alle disuguaglianze sociali.
Due mondi agli antipodi.
Tuttavia, la frammentazione delle forze progressiste fatica a contrastare il fascino di una leadership che promette di azzerare le tasse sui consumi e di restituire orgoglio a una nazione che si sente assediata.
La verità è che il Giappone di Sanae Takaichi sta tentando di fare ciò che molti paesi occidentali sognano, ma temono: nazionalizzare la propria economia e militarizzare la propria politica estera senza rinunciare alla modernità tecnologica.
Se la premier dovesse ottenere la maggioranza assoluta l’8 febbraio, l’onda d’urto non si fermerà alle coste del Sol Levante, ma cambierà il costo del denaro a Londra, influirà sulle decisioni del Pentagono e costringerà Pechino a ricalibrare ogni singola mossa strategica.
Stiamo guardando la nascita di un nuovo attore globale, più muscolare e meno prevedibile.
Resta da capire se questa accelerazione servirà a salvare il Paese dal declino demografico o se finirà per incendiare i fragili equilibri di un Oriente già troppo surriscaldato.
Il tempo della pazienza asiatica sembra ufficialmente scaduto. Il 2026 segna l’inizio di un’era in cui il silenzio di Tokyo non sarà più una garanzia per nessuno.

