L’EUROPA ALLA DERIVA MENTRE I RICCHI CERCANO DI SALVARE SÉ STESSI

Davos sembra una sfilata al capezzale di un malato terminale chiamato Occidente.

L’aria che si respira tra le vette svizzere è rarefatta, pesante, satura di un’ironia tragica, perché, mentre i riflettori si allontanano furbescamente dalle sconfitte in Ucraina – ormai degradata a fastidio di sottofondo nelle agende politiche – il palcoscenico viene occupato dal ritorno degli imperi e del colonialismo con l’ossessione Groenlandia.

Donald Trump, con la grazia e lo stile che lo contraddistinguono, ha messo un cartellino del prezzo su cinque trilioni di dollari di ghiaccio, terre rare e petrolio.

L’Europa, intanto, dopo aver inviato una trentina di militari in Groenlandia per spaventare gli USA – mi raccomando: tenetevi forte per non rotolare dalla sedia, – osserva stordita, come un invitato a cena che scopre di essere lui stesso la portata principale.

L’EUTANASIA DELLA SOVRANITÀ EUROPEA

Siamo onesti: la sovranità europea è oggi una barzelletta che non fa più ridere nessuno.

Abbiamo deciso, sotto dettatura di Biden, di recidere il cordone ombelicale del gas russo per infilarci volontariamente nel cappio del GNL americano, che ci costa circa cinque volte di più.

Chiamarla strategia non è solo eufemismo, ma crimine. Perché è stata una sottomissione commerciale.

I dazi americani non sono solo una minaccia, ma anche la spada di Damocle che pende su un continente che esporta eccellenze, mentre importa ordini.

Dipendiamo dagli Stati Uniti per l’energia, per la tecnologia che usiamo per scrivere i nostri lamenti e per la difesa che dovrebbe proteggerci da minacce che spesso noi stessi contribuiamo a rinfocolare. Ogni riferimento alla gestione dei rapporti con Mosca è puramente voluto.

Il paradosso Groenlandia è la prova della nostra miopia.

Abbiamo ignorato per decenni un tesoro da 5.000 miliardi di dollari ai nostri confini polari, solo per svegliarci terrorizzati quando “The Donald” ha iniziato a fare chat private sui social per comprarlo e a minacciare dazi e l’uso della forza, come è nel suo stile da politico che, tra Kennedy e Al Capone, si intuisce di chi appenderebbe il poster in camera.

La Danimarca invia truppe e altri paesi dell’Unione hanno inviato qualche soldato, in un gesto che sa di disperazione più che di reale deterrenza militare, in quello che sembra il risveglio di un continente che ha perso l’abitudine di pensare in termini di potenza da alcuni decenni.

LEADERSHIP DI CARTAPESTA E IPOCRISIA DI STATO

In questo scenario, i nostri leader sembrano comparse di un “film di serie B”, uno di quelli con Franco e Ciccio, Fantozzi, o Gigi e Andrea.

Ursula von der Leyen, con la sua abilità magistrale nel servire gli interessi delle lobby anziché quelli dei cittadini, incarna perfettamente la nullità politica di Bruxelles.

Dall’altra parte, Emmanuel Macron, che in patria conta ormai meno degli uscieri dell’Eliseo, gioca a fare il Napoleone contemporaneo, lanciando strali contro il neocolonialismo yankee.

Peccato che la memoria sia corta e il passato francese in Africa testimoni un’ipocrisia che rende i suoi proclami poco più che rumore, per cui, a definirli ridicoli, si darebbe loro più peso di quello che hanno.

E mentre ci vendono la favola della “Transizione Green 2030”, ci consegnano alla Cina, con mani e piedi legati.

Puntare tutto sull’elettrico, senza possedere le miniere di terre rare o la tecnologia delle batterie, è un suicidio da incapaci di intendere e volere che ci porteranno semplicemente a cambiare padrone: dal GNL di Houston alle celle al litio di Pechino.

D’altronde, l’Europa è quella che avrebbe l’arma del Bazooka da far esplodere contro gli USA: niente più acquisti del debito americano, divieto di commercio con l’America, dazi alle importazioni americani, limitazioni alle banche americane.

Un’arma potentissima, dagli effetti quelli sì dirompenti. Ma lo sarebbero anche per tantissime aziende europee e le ritorsioni a stelle e strisce sarebbero immediate e militari.

Senza poter contare su Mosca, sul Quirinale sventolerebbe la bandiera statunitense in meno di una settimana. E ciò non accadrebbe solo a Roma. Perché la storia è lì a ricordarci quale sia l’idea di diplomazia degli americani, tra Iraq, Kosovo e altre decine di guerre, militari e terroristiche.

LA FRONDA DEI PAPERONI: QUANDO IL SISTEMA TREMA DALL’INTERNO

Ma la vera notizia, quella che dovrebbe far sobbalzare sulla sedia ogni persona dotata di intelligenza e di un minimo di cultura storica, sociologica e geopolitica, è che persino i milionari hanno iniziato a sudare freddo.

Non è la rabbia delle periferie o l’insofferenza dei cittadini verso gli abusi delle agenzie federali a far tremare Trump, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma è la rivolta del “club dei 3.900”.

Quando sei super-ricchi su dieci dichiarano che la presidenza Trump è un cancro per la stabilità economica, non lo fanno per filantropia, ma per autoconservazione.

Le firme di Mark Ruffalo, Abigail Disney e Brian Eno in calce alla lettera “Time To Win”, promossa da Patriotic Millionaires, Oxfam e altre organizzazioni, sono il segnale che il precipizio è visibile a occhio nudo.

La ricchezza privata mondiale ha raggiunto la cifra mostruosa di 435 mila miliardi di dollari, lasciando le casse pubbliche in una povertà anemica.

Nel 1975 il divario era un solco, oggi è un abisso che rischia di inghiottire la democrazia e le sue stesse fondamenta.

I ricchi chiedono di essere tassati perché hanno capito che un mondo in cui l’1% possiede tre volte la ricchezza pubblica è un mondo che sta per esplodere. Perché se i soldi sono solo nelle mani di una percentuale esigua, significa che il commercio è destinato a rallentare, fino a far esplodere il sistema. E nelle esplosioni, di solito, i primi a bruciare sono i villini di lusso.

L’OROLOGIO ATOMICO DEL DEBITO

Mentre i politici discutono di dazi come se fossero figurine, il debito pubblico americano galoppa verso l’infinito. La moneta sta perdendo valore, l’oro vola verso i 5.000 dollari l’oncia, lanciando un grido d’allarme che ci dice che la fiducia nel sistema è ai minimi storici.

L’idea di usare i titoli del debito americano come arma contro Washington è una fantasia da kamikaze finanziario: colpire gli USA significa far crollare il pavimento su cui noi stessi stiamo ballando.

Siamo in un vicolo cieco, perché l’Europa è politicamente insignificante, economicamente vulnerabile e socialmente scossa da un’insicurezza crescente.

Le nostre città diventano teatri di degrado, mentre le élite brindano a Davos. Se la traiettoria non cambia, entro il 2075 la ricchezza privata sarà un mostro da 900 mila miliardi di dollari, ma un sistema del genere è solo un castello di carte che aspetta il prossimo soffio di vento dalla Groenlandia o il prossimo tweet compulsivo da Mar-a-Lago.

La sveglia sta suonando e fa un rumore assordante, ma, a quanto pare, l’Europa preferisce continuare a dormire, sognando una sovranità che ha già venduto al miglior offerente d’oltreoceano ben prima che arrivassero Biden e Trump.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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