DITTATURA A STELLE E STRISCE. DALLE MILIZIE INTERNE ALLA CONQUISTA DELL’ARTICO

Viviamo in un’epoca di brutale onestà geopolitica, dove le maschere sono cadute e i veri mostri sono usciti allo scoperto.

È la gelida sincerità del potere, che ha smesso di indossare la maschera delle buone maniere alla Regan, Bush padre, Clinton, Obama, Biden.

La parola “accordo” è stata svuotata del suo senso semantico per diventare un sinonimo di “resa”.

E qui casca l’asino. Perché “resa” è quel termine che i leader europei non volevano sentire in Ucraina, ma che adesso sono costretti a subire, scontrandosi contro la realtà di un nemico troppo forte.

Stiamo assistendo a una repentina mutazione genetica della democrazia liberale occidentale, dove il confine tra gestione della sicurezza interna e proiezione di forza dittatoriale si è dissolto in un unico, cupo disegno di coercizione.

Tanto che sono spariti i famosi commenti da eroi del bar “se non ti sta bene, perché non vai in Russia, o in Cina?”.

Oggi, in Russia e in Cina si rischia che un poliziotto faccia irruzione in casa con un motivo pretestuoso quanto in Inghilterra, per un semplice post contro i pensieri unici, e negli USA, se l’ICE ha voglia di farlo.

Così come, in Italia, capita di essere licenziati dalla sera alla mattina se fai il giornalista e ti permetti di porre domande scomode alla Pasolini o alla Bocca, come accaduto a Gabriele Nunziati.

E in tutta Europa, se scrivi libri contro von der Leyen o non ti pieghi alle narrazioni uniche, finisce che ti chiudono i conti con un clic e ti trovi a non poter acquistare neppure un bicchiere d’acqua, senza alcun processo.

IL “PRETORIANESIMO” E L’ANONIMATO DELLO STATO

Nell’impero americano, tutto inizia all’interno, quando l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) si trasforma in una milizia quasi pretoriana; il segnale per il resto del mondo è inequivocabile.

Agenti a volto coperto, privi di numeri identificativi, che operano nell’impunità totale, non sono solo uno strumento di controllo migratorio, ma veicolano il messaggio potentissimo per cui Washington ha rinunciato alla sua faccia umana.

Se la polizia federale può trattare i propri spazi – i cosiddetti “luoghi santuario” – come zone di caccia, allora la sovranità degli alleati stranieri non è che un dettaglio burocratico da calpestare. È il passaggio dal “disincanto” alla “disperazione” dei cittadini più preparati, che vedono le istituzioni trasformarsi in corpi speciali al servizio di un solo capo.

Un impero. Una dittatura a tutti gli effetti.

LA DEMOCRAZIA MISURATA IN BARILI

Spostando lo sguardo oltre i confini, la logica non cambia, perché si limita solo a cambiare valuta.

In Venezuela e in Iran, la retorica della “liberazione” è stata smascherata dal ticchettio dei contatori petroliferi. La democrazia, in questo nuovo paradigma transazionale, non si misura più con la qualità del dibattito pubblico o con la solidità delle istituzioni, – figurarsi con il Diritto internazionale, – ma con la capacità di un regime di far fluire barili verso le raffinerie americane.

È la “Uberizzazione” della politica estera: non importa se il conducente è un dittatore o un suo vice, purché la corsa sia pagata e il serbatoio sia pieno.

L’intervento in Venezuela, motivato ufficialmente da ideali democratici, ha rivelato la sua vera natura quando il numero di barili promessi è diventato l’unica metrica del successo. È una visione del mondo in cui la geografia scompare e rimane solo il sottosuolo.

Ma è una visione miope, che ignora le stratificazioni millenarie di nazioni come l’Iran, convinte – forse non a torto – che non si esporti la libertà con un pacchetto di sanzioni e due bombe intelligenti.

L’ULTIMATUM ARTICO: IL GRANDE BLUFF DELLA CONQUISTA

Il caso della Groenlandia rappresenta l’apice di questa deriva.

L’ultimatum di Donald Trump alla Danimarca e a otto partner europei è un unicum nella storia della NATO. Non è una trattativa commerciale, ma un assedio economico.

Imporre dazi punitivi del 10% a febbraio 2026, con la minaccia di salire al 25% a giugno, fino a quando “l’acquisto della Groenlandia” non sarà completato, è un atto di bullismo geopolitico. Eppure, c’è un paradosso tecnico: Trump non ha mai fatto un’offerta formale perché non può farla.

Non si mette un prezzo a 56.000 anime che votano, che hanno un sistema di welfare e un’identità. Sarebbe come proporre di acquistare Parigi, la Lombardia o Minorca.

Infatti, si tratta di “conquista”, non di “acquisizione”. Si tratta del desiderio di possedere la terra e le sue risorse rare per scopi geostrategici e scudi spaziali, ignorando totalmente il Diritto internazionale e gli altri.

Tipico comportamento che nella storia è stato quello degli imperatori e dei dittatori.

IL SUICIDIO ECONOMICO E LA FINE DELLE ALLEANZE ZOMBIE

Ma chi paga il conto di questa nuova dittatura occidentale?

I dati sono spietati. L’inflazione americana non è più un sottoprodotto della guerra in Ucraina o del prezzo del petrolio, ma una ferita auto-inflitta dalle tariffe.

Le famiglie americane hanno perso migliaia di dollari di potere d’acquisto a causa di dazi che dovevano “proteggerle”. È un corto circuito logico che colpisce il commercio contro gli alleati, ma l’arma esplode nelle mani di chi la impugna, propagando l’inflazione da Washington a Milano, da Copenhagen a Napoli.

I leader europei si sono, finalmente, resi conto di essere scendiletto dell’impero e nulla più, “alleati zombie” in un’organizzazione, la NATO, dove i padroni dell’Alleanza (gli USA) minacciano di prendere a pugni i propri stati satellite.

La dipendenza è reciproca: l’Europa ha bisogno dell’intelligence americana, ma gli USA non possono proiettare potenza in Africa o in Medio Oriente senza le basi nel Vecchio Continente.

Cosa sarebbero gli USA senza le basi in Italia?

Perciò, se i rapporti si inaspriranno e l’Italia fosse costretta a invitare gli americani a tornare a casa propria, appropriandosi delle tante basi USA sul nostro territorio, c’è il rischio che Trump faccia un’offerta d’acquisto a Mattarella per la sicurezza dell’America??

PER UNA SOVRANITÀ POSSIBILE

La risposta di Bruxelles, evocando lo “strumento anti-coercizione”, è l’ultimo tentativo di difendere un ordine che sta scomparendo. Bloccare i giganti del tech americano sarebbe l’arma nucleare del commercio, un segnale che l’Europa non accetta più di essere un vassallo silenzioso.

Ma siamo nel mezzo di una riallocazione massiccia degli asset mondiali perché gli USA, padroni dell’Occidente in virtù della potenza atomica e del rischio del Comunismo, hanno capito che il giocattolo si è rotto e che nessuno crede più alle fantasticherie dei film di Hollywood. Perciò, per non perdere lo scettro, sono disposti a gettare la machera e a usare le maniere forti per soggiogare l’Occidente.

Quando il tuo principale alleato diventa il tuo principale nemico e il pericolo maggiore e, certamente, più imminente, la nostalgia per il vecchio ordine mondiale si trasforma in una necessità urgente di inventarne uno nuovo.

Non c’è più spazio per la mediazione debole o per zerbini del potere che tentano di minimizzare, derubricando queste minacce a “errori di comunicazione”, ma è tempo di un rigurgito di dignità sovrana.

Perché, come la storia ci insegna, chi accetta di essere comprato finirà, inevitabilmente, per essere conquistato.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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