ALLA NATO MANCA SOLO L’ORA DEL DECESSO

La NATO è alle cure palliative. Ormai non c’è più nulla da fare per il paziente terminale.

Il termometro della politica mondiale ha appena infranto lo zero assoluto e fa specie che, solo qualche settimana fa, i leader europei si crogiolavano nell’illusione di una minaccia russa ormai cristallizzata sui confini orientali, mentre il vero nemico è arrivato da Ovest, con la violenza di un impero di tardo ottocento.

Fa sorridere notare come tanti pennivendoli italiani scoprano soltanto adesso il pericolo statunitense, quando fino all’altro ieri ci davano dei putiniani perché ci permettevamo di sottolineare le tante incongruenze tra Diritto internazionale e comportamenti americani negli ultimi decenni.

Donald Trump, lontano anni luce da quella che dovrebbe essere la figura di un capo di Stato, si comporta per ciò che è, un predatore immobiliare che sfrutta il suo potere nucleare per trasformare la geopolitica in un’asta giudiziaria coatta.

L’ultimatum è scritto nero su bianco: o l’Europa consegna le chiavi della Groenlandia, o l’economia del Vecchio Continente verrà soffocata da dazi che sanno di embargo bellico.

È la stessa strategia di guerra che l’impero americano adotta da sempre: Cuba, Iraq, Iran, Venezuela…

È il classico metodo estorsivo da criminalità organizzata. Solo che, mentre i nostri leader puntano ancora il dito contro Mosca, non hanno il coraggio di citare l’Art. 5 dell’Alleanza né le ripetute violazioni del Diritto internazionale da parte dell’impero, sia con il rapimento di Maduro, senza alcun mandato e senza nessuna autorità, sia con le pretese di annessione della Groenlandia.

LA GRANDE MENZOGNA ARTICA E IL PARADOSSO DELLA NATO

Per giustificare l’imposizione di tariffe del 10% – destinate a schizzare al 25% a giugno – la Casa Bianca ha costruito un castello di carte comunicativo fondato sulla paura, in stile mafioso: “se non mi date quello che voglio, me lo prenderò con la forza, vi imporrò il pizzo…”

Trump sostiene che, senza l’intervento americano, Russia e Cina inghiottirebbero la Groenlandia in un battito di ciglia, ma è una sciocchezza privo di qualunque logica.

La Groenlandia è Danimarca, e la Danimarca fa parte della NATO. Invocare lo spettro di un’invasione sino-russa per giustificare l’annessione americana è l’insulto definitivo all’intelligenza collettiva, poiché, se un solo scarpone di Mosca o di Pechino toccasse il suolo di Nuuk, scatterebbe l’Articolo 5. L’intera alleanza sarebbe in guerra contro gli invasori.

Perciò, quelle di Trump sono farneticazioni.

La verità è più prosaica e brutale. Gli Stati Uniti non temono l’invasione altrui, ma stanno preparando la propria. Deridere la difesa danese come un esercito di “due slitte trainate da cani” non è solo un atto di bullismo verbale e maleducazione da bassifondi, ma è la deliberata svalutazione di un alleato per prepararne la sottomissione.

IL SERVILISMO EUROPEO: CRONACA DI UNA COLONIZZAZIONE VOLONTARIA

Come siamo arrivati a questo punto di non ritorno?

Beh, ci siamo arrivati anche grazie ai tanti scendiletto dell’America, giornalisti e politici di casa nostra che hanno da sempre i poster dei presidenti USA nelle camere da letto. Per anni, i governi europei, incluso il nostro, che oggi osserva l’incendio dal balcone, illudendosi di essere immune perché temporaneamente risparmiato dai dazi, hanno recitato la parte dei vassalli riconoscenti.

Abbiamo rinunciato al gas russo, economicamente vantaggioso, per legarci al cordone ombelicale del GNL americano, pagandolo a prezzi di usura. Abbiamo finanziato l’industria bellica di Washington acquistando caccia e sistemi software che ci rendono tecnologicamente dipendenti per i prossimi cinquant’anni.

Oggi, l’Europa si sveglia scoprendo che l’ombrello nucleare sotto cui si è rifugiata è diventato un bastone da passeggio con cui viene colpita da quelli che consideravamo nostri alleati.

Macron parla di “risposta unita”, Starmer di “errori grossolani”, ma la realtà è che Bruxelles si riunisce d’urgenza perché ha perso l’abitudine alla sovranità. Abbiamo importato modelli, algoritmi e ideologie d’oltreoceano, dimenticando che un continente senza autonomia energetica e militare è solo un parco giochi per le ambizioni di un impero in crisi di identità.

UCRAINA E VENEZUELA, GLI ATTI CHE SMASCHERANO L’IMPERO AMERICANO

Mentre il caso Groenlandia esplode, il conflitto ucraino scivola silenziosamente fuori dai radar mediatici perché la situazione sul campo è catastrofica. Con un inverno che morde e un’infrastruttura energetica ridotta a brandelli, la narrativa della “vittoria inevitabile” non regge più.

Le indagini per corruzione, che lambiscono figure come Julia Tymoshenko e molti uomini vicini a Zelensky, servono da comodo pretesto per un disimpegno americano già deciso.

Washington non cerca più la democrazia a Kiev – visto che i suoi comportamenti nelle Americhe sono tutt’altro che democratici – ma cerca una via d’uscita che non danneggi il proprio prestigio, proprio come in Venezuela si è passati dalla retorica dei diritti umani all’abbraccio pragmatico con chiunque garantisca il flusso di petrolio alle raffinerie del Golfo.

IL GRIDO DI NUUK: “MAKE AMERICA GO AWAY”

Nelle piazze della Groenlandia, il popolo ha risposto con una creatività semantica che ribalta lo slogan trumpiano: “Make America Go Away”. Rappresenta il rifiuto di un’era in cui la sicurezza viene venduta come una polizza assicurativa proposta da un clan mafioso.

L’attivazione delle misure anti-coercizione dell’UE e la sospensione degli accordi di Turnberry sono passi necessari, ma potrebbero essere tardivi. Se l’Europa non riscopre la propria statura di potenza millenaria, se non smette di essere il mercato di sbocco dei colossi digitali e bellici statunitensi, rimarrà incastrata nel ruolo di vittima sacrificale sull’altare del “New Deal” di Trump.

VERSO UN NUOVO ORDINE (O DISORDINE) MONDIALE

Il progetto di Trump di una “ONU a pagamento” è il funerale del multilateralismo, è il tentativo di formalizzare un mondo dove il diritto è proporzionale al portafoglio e agli interessi a stelle e strisce, e dove gli Stati Uniti mantengono il diritto di veto su ogni respiro del pianeta.

L’Italia, con il suo governo sospeso tra il pragmatismo di Crosetto e l’esultanza miope di chi festeggia l’esenzione dai dazi come una medaglia al valore, deve capire che in una guerra commerciale globale non esistono porti franchi.

L’Europa deve scegliere se essere la provincia decadente di un impero disperato, costretto al tutto per tutto pur di non cedere lo scettro alla Cina, oppure tornare a essere il laboratorio della democrazia.

La Groenlandia non è solo un’isola di ghiaccio e minerali rari, ma è il test definitivo della nostra dignità politica.

Se cediamo al ricatto delle slitte e dei dazi, non avremo perso solo un territorio artico o soltanto la faccia con il resto del mondo, visto il doppiopesismo con Mosca e Washington, ma avremo perso il diritto di definirci liberi.

Saremo solo schiavi dell’unico vero e pericolosissimo nemico dell’Europa: gli Stati Uniti d’America.

Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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