A Kiev, il tempo segna giorni battuti da un inverno che non perdona, con termometri che implodono verso i venti gradi sotto lo zero, mentre gli abitanti sono costretti a fare i conti con la realtà della guerra. Una realtà ben diversa dalla propaganda che ci hanno venduto in Occidente per quattro anni.
In Ucraina, si vive l’effetto di un’emergenza energetica e anche quello del fallimento della diplomazia occidentale, ridotta a un cerimoniale di invio di armamenti che, per quanto massiccio, non ha garantito quella vittoria promessa come il Messia da un’Europa che ha fallito ogni previsione.
Zelensky dichiara lo stato di emergenza, punta il dito contro il sindaco Klitschko e cerca di ricucire un tessuto sociale che il gelo e i droni russi stanno sfilacciando con precisione chirurgica.
Eppure, fuori dai confini ucraini, la percezione del conflitto subisce una distorsione sociologica senza precedenti, ancora immersi in una narrazione binaria, un codice digitale che non ammette sfumature: o sei un patriota incondizionato o un emissario di Mosca.
Questa semplificazione infantile uccide il pensiero critico, impedisce di vedere che la pace non è un’opzione morale, ma una necessità biologica per un popolo che sta svanendo. Impedisce agli esperti di argomentare e tutto è gettato in caciara da analisti da bar e fenomeni da circo.
L’INDUSTRIA DELLA DISTRUZIONE: IL BILANCIO CHE NON TORNA
La Russia ha compreso, molto prima della NATO, che la guerra moderna è una sfida di logistica industriale, non solo di valori sul campo. Produrre un drone o un missile a Mosca costa dieci volte meno che a Parigi o Berlino, con una capacità produttiva quattro volte superiore.
Mentre l’Europa stanzia 90 miliardi di euro, di cui 60 direttamente destinati al “business” bellico, non si accorge che questi fondi finiscono per foraggiare indirettamente l’egemonia industriale statunitense, lasciando le proprie tasche vuote e le scorte militari ucraine in uno stato di asfissia cronica.
Le conquiste territoriali russe non sono più “punti sulla mappa”, come sostenevano in tanti fino a poco tempo fa. Parliamo di 6.600 chilometri quadrati conquistati solo nel 2025, una superficie vasta quanto l’Umbria, che demolisce il mito mediatico di una Russia “impantanata”.
Non riconoscere questo avanzamento non è realismo, non è ottimismo, ma è cecità e mancanza di onestà intellettuale. Ci sarebbe anche l’ipotesi della stupidità, ma mi auguro che incida solo su una percentuale infinitesimale.
Gli analisti più accorti, quelli che non fanno solo chiacchiere da bar, notano un parallelismo inquietante con altre crisi globali, dove gli Stati Uniti operano cambi di regime in base al tornaconto energetico o geopolitico, incuranti di quello stesso Diritto internazionale di cui pretendono il rispetto da Mosca.
In Ucraina, il paradigma è invertito: si preferisce una guerra di attrito infinita che indebolisce l’Europa e impegna la Russia, ignorando che sul selciato restano i corpi e i sogni di una generazione ucraina che non tornerà più, morta, resa invalida o fuggita all’estero.

LA RETORICA DEL NULLA E LA CULTURA INCHIODATA SUL NOI O LORO
Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump ha affermato che lo stallo dei negoziati ricade sulla riluttanza di Zelensky e non su Putin, che sarebbe già pronto a sedersi al tavolo per firmare trattati.
Non si tratta di una semplice opinione, ma è il segnale di un cambio radicale nel “deep state” americano. Se l’ingresso nella NATO dell’Ucraina rimane la condizione minima richiesta da Kiev e dal sostegno europeo, la pace diventerà un orizzonte irraggiungibile.
Se n’è reso conto Trump. Ed è ciò che diciamo da quattro anni noi e, come noi, tutti quegli analisti ed esperti che non sono abituati alle analisi da bar, ma a quelle nelle aule universitarie e nei circoli culturali.
Eppure, da quattro anni, da parte europea non viene preso in considerazione nessun compromesso, mentre il fronte ucraino deve far fronte a soldati stanchi, talvolta persino malati, inviati in prima linea nel tentativo disperato di non cedere altri chilometri al rullo compressore di Mosca, lento, ma inesorabile.
In Italia e in Europa, l’opinione pubblica viene anestetizzata da notizie di scarso peso, come la gestione delle mense scolastiche nei territori occupati, usate per indignare senza mai analizzare il fallimento delle sanzioni.
E l’Europa si è impantanata perché abbiamo abbracciato una logica del “sissignore” verso Washington, ignorando i nostri interessi nazionali ed europei.
Se non si invertirà la rotta, tornando al buonsenso della diplomazia, mettendo all’angolo i burocrati della guerra, il rischio è di svegliarci in un mondo dove l’Ucraina sarà stata smembrata, l’Europa de-industrializzata e gli Stati Uniti avranno puntato il mirino verso il prossimo profitto bellico.
Vi immaginate la risposta di Meloni a Trump, se il cinico capo dell’impero americano dovesse dire «Senti, Giorgia, abbiamo assoluto bisogno della Sicilia… della Sardegna. O ce la compriamo, oppure non saranno i vostri quattro soldati a poterla difendere»?
Anche allora, la nostra premier sarebbe pronta a parlare di “legittima difesa”?
Ovviamente, è per sorridere un po’, almeno fino a che non si trovino terre rare o petrolio in Sardegna o Sicilia, o all’America non servano le nostre isole per chissà quale disegno.
CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO
Possiamo continuare a ignorare il fumo nero che sale dalle centrali ucraine, oppure possiamo avere il coraggio di affrontare la realtà, di vedere come la tecnologia russa ha imparato a beffare la contraerea occidentale, rendendo il cielo ucraino un soffitto fragilissimo.
Sì, perché è da troppo tempo che si vendono ai cittadini ucraini illusioni democratiche pagate con il prezzo del loro stesso sangue, mentre l’Occidente si gode lo spettacolo del conflitto a debita distanza. Anche se le tasche degli europei sono sempre più vuote, le industrie arrancano e il futuro è sempre più cupo.
È necessario spezzare il binomio del conformismo. Dobbiamo pretendere la via diplomatica, che non significa resa, ma ammettere la constatazione razionale del possibile.
Perché quando si spengono le luci a Kiev e l’unica fonte di calore è la frizione della pelle sui cappotti logori e le coperte consunte, i grandi discorsi sui valori universali evaporano, lasciando posto al freddo vuoto di una verità che non abbiamo voluto raccontare.
Soprattutto quando ai padrini di Washington è consentito comportarsi come gangster il cui quartiere è il mondo. Soprattutto quando il pericolo di una terza guerra mondiale non viene da Mosca, ma dalle pretese imperiali di Washington sull’Iran, il Venezuela, Cuba, Messico, la Groenlandia.
La storia ci giudicherà, non per quanti droni abbiamo inviato, ma per quanti ucraini siamo riusciti a lasciare al buio in nome di una geopolitica senza anima, di un Diritto internazionale diventato barzelletta e di una coerenza presa a calci e resa meno credibile della già compromessa dignità dei nostri leader.

Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.





