PERCHÉ CHIARA FERRAGNI CI STA VENDENDO UN’ASSOLUZIONE CHE NON ESISTE

La vicenda giudiziaria di Chiara Ferragni si è chiusa con un proscioglimento che, nelle mani del suo apparato comunicativo, si è già trasformato in un’assoluzione, in modo tale da veicolare l’idea di una sfolgorante vittoria morale.

Ma tra le pieghe del diritto e i riflessi degli smartphone, la realtà è molto più complessa e inquietante di un semplice titolo di giornale.

Assistiamo al tentativo di ricostruire una verginità commerciale attraverso un tecnicismo procedurale, mentre sullo sfondo resta il cadavere martoriato di una reputazione data in pasto ai lupi.

Va detto che il “linciaggio mediatico” subito dall’influencer è stato un esercizio di barbarie collettiva. È il lato oscuro dell’economia dell’attenzione, un tribunale della plebe che non cerca giustizia, ma espiazione attraverso il sangue digitale.

Perché la gente è invidiosa di chi ha successo e sa godere delle disgrazie altrui, quando l’altro è ricco e famoso.

Nessun essere umano, per quanto strutturato o consapevole della propria sovraesposizione, merita di essere maciullato in una piazza pubblica dove i giudici sono algoritmi e i giurati sono mossi dal risentimento sociale.

Questo meccanismo è un veleno che infetta la nostra democrazia, trasformando il dissenso in ferocia e la critica in annientamento della persona.

Tuttavia, proprio qui si inserisce l’ultima, magistrale operazione mediatica di Chiara Ferragni.

La parola “ASSOLTA”, urlata ai quattro venti, è un proiettile d’argento sparato contro la memoria collettiva.

Il termine viene usato per veicolare un’idea di purezza originaria, di “errore giudiziario” finalmente riparato, di innocenza.

Ma la verità processuale è meno poetica e molto più cinica: la Procura ha fallito il colpo grosso della truffa aggravata, l’unico reato che le avrebbe permesso di procedere d’ufficio. Perciò, semplicemente, non ha potuto processarla.

Caduta l’aggravante, è rimasta la truffa semplice, un reato che si spegne se la parte offesa ritira la querela.

E le querele sono state ritirate non per un’improvvisa illuminazione dei consumatori, o perché chi querelava ha creduto alla buona fede di Ferragni, ma per una poderosa operazione di risarcimento economico orchestrata dai legali dell’influencer mesi fa.

Non è un’assoluzione nel merito, ma un’estinzione del reato per via negoziale.

C’è un abisso tra l’essere “innocenti” perché non si è fatto nulla e l’essere “prosciolti” perché si è avuto il capitale necessario per disinnescare la disputa legale prima del verdetto. Eppure, la narrazione della Ferragni punta a colmare questo abisso con la retorica del “fine dell’incubo”.

Ci sta come difesa e come strategia, ovviamente, ma i fatti non cambiano.

È un tentativo di ritorno reputazionale per cui si usa il sigillo del tribunale per cancellare l’opacità di una comunicazione che l’Antitrust ha già bollato come ingannevole.

L’influencer ringrazia commossa chi non l’ha abbandonata, ma il suo sguardo è rivolto altrove. È rivolto alle multinazionali, ai contratti di licenza, ai fondi di investimento. Per loro, la parola “assolta” serve a timbrare i nuovi contratti, a fingere che il Pandoro-gate sia stato solo un brutto sogno collettivo e non un comportamento ingannevole, che ha leso rapporto di fiducia tra influencer e follower.

La tragedia di questa storia è che non ci sono vincitori.

Non vince la giustizia, che si è persa nei tecnicismi. Non vince il pubblico, che resta vittima di una manipolazione semantica.

E non vince nemmeno Chiara Ferragni, che pur riacquistando una libertà legale, resta prigioniera di un modello di vita che lei stessa ha creato, una perenne storia Instagram dove persino un verdetto diventa un filtro per nascondere le macchie.

Si chiude il faldone, ma resta l’amarezza. Abbiamo visto una donna sacrificata sull’altare del populismo digitale e, un istante dopo, quella stessa donna usare il diritto come uno scudo per venderci una purezza che non può più esistere.

La verità non è un post, ma in quest’era in cui le incongruenze e l’incoerenza la fanno da padrone, il mercato sembra averlo dimenticato.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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