L’AMERICA RISCHIA LA GUERRA CIVILE? SE L’AUTORITÀ SI NASCONDE, LO STATO È GIÀ CADUTO

C’è un eccesso di tensione a Minneapolis e il sibilo del vento gelido del Minnesota non riesce a coprirlo.

Questo silenzio è fatto di rabbia e paura e ha raggiunto le intercapedini tra gli uffici federali dell’ICE e le strade gelide dove, solo poche settimane fa, Renee Nicole Good ha esalato l’ultimo respiro.

L’immagine che definisce l’America del 2026 non è più la bandiera che sventola sopra un edificio governativo, ma quella di un agente federale che, terminato il turno, si toglie l’uniforme nel retro di un furgone blindato per indossare una felpa anonima.

Le forze che rappresentano la massima autorità dell’Amministrazione Trump hanno paura. Ed è una paura atavica, primordiale.

L’ordine esecutivo dai piani alti è stato chiaro: non mostrate i simboli del potere fuori dal servizio.

Ma quando i guardiani di un impero devono nascondere la propria identità per non subire il linciaggio da parte della cittadinanza che dovrebbero proteggere, significa che il contratto sociale non è stato solo violato.

Quel contratto è stato polverizzato e l’autorità non è più tale, ma solo il peggior incubo di quella cittadinanza.

Lo stesso incubo vissuto dai nativi americani quando gli invasori li sterminarono, salvo trasformarli in selvaggi assassini nei film di Hollywood, per giustificare uno dei più grandi massacri della storia e indossare il mantello della più grande democrazia del mondo.

L’OMICIDIO DI RENEE GOOD: LA SCINTILLA NELLA POLVERIERA

Tutto ha avuto inizio il 7 gennaio. Renee Good, 37 anni, tre figli, una voce che tramite la poesia cercava di ricucire le ferite di una nazione lacerata, è stata giustiziata.

Non trovo termine più preciso, dal punto di vista giornalistico e sociologico, al di là delle balle sulla legittima difesa, sul tentativo di fuga, o addirittura di investire l’agente. Perché sparare al volto non lo fai per legittima difesa, ma per uccidere. E uccidere una persona disarmata che, al più può scappare, è omicidio.

Jonathan Caldwell, un agente dell’ICE incaricato di eseguire i raid anti-immigrazione potenziati dal neopresidente Trump, ha esploso tre colpi attraverso il vetro di un SUV. Tre proiettili sul volto di una donna disarmata che aveva appena sussurrato: “Non ce l’ho con te”.

I video che circolano compulsivamente sui social, che ho analizzato con il rigore di chi deve distinguere la propaganda dalla realtà, non lasciano spazio all’ambiguità. Renee non stava accelerando contro di lui.

Quella donna aveva l’unica colpa di far parte di una ronda di quartiere dotata di semplici fischietti, un esercizio di monitoraggio civico contro i pericoli della cittadinanza. E quei pericoli erano proprio gli eccessi di una forza federale percepita ormai come un corpo d’occupazione straniero.

Un corpo violento e omicida, come evincono i fatti.

L’amministrazione Trump, con la consueta spavalderia che ignora il Diritto internazionale e calpesta le prerogative del Congresso, ha tentato di ribaltare la narrativa diffondendo filmati parziali, ma i testimoni sul posto sono concordi nel parlare di esecuzione, omicidio, tragedia che si poteva evitare.

Ormai si è superato il punto di non ritorno dove la percezione collettiva diventa una forza cinetica inarrestabile. Minneapolis non è più una città, ma il Ground Zero di una frattura psicosociale che sta separando l’America dal suo governo centrale.

L’ARCHITETTURA DEL TERRORE NELLE SQUADRACCE FEDERALI

Gli agenti non sono più orgogliosi bracci armati della sovranità, ma sono uomini e donne braccati dal livore popolare.

Gli assedi agli hotel che ospitano il personale federale, gli insulti sistematici nei negozi, lo sguardo accusatore di un intero Paese hanno trasformato la vita di queste “squadracce” – termine duro ma sociologicamente corretto per descrivere unità che operano al di fuori del controllo democratico – in un incubo quotidiano.

Parliamo di isolamento.

Quando il tuo vicino di casa scopre che lavori per l’ICE e smette di salutarti, o peggio, inizia a documentare ogni tuo spostamento, la sicurezza interna si sgretola, ma è il mostro che si ritorce contro chi lo ha usato fino a ieri.

Il Sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha definito l’ICE una fonte di “caos”.

La violenza gratuita di Caldwell non ha solo ucciso una madre, una donna disarmata e non pericolosa, ma ha anche delegittimato l’istituzione a un livello tale che il recupero della fiducia sembra impossibile.

IL PARADOSSO DI TITOR E LA FISICA DELLA DISGREGAZIONE

Mentre scrivo, non posso fare a meno di ripensare alla figura enigmatica di John Titor.

Nel 2000, quella che sembrava una narrazione distopica nata nei bassifondi della rete, profetizzava una Seconda Guerra Civile Americana. Titor parlava di un conflitto nato tra città e zone rurali, alimentato dall’erosione dei diritti costituzionali e da una presidenza dispotica.

Tutti elementi che ritroviamo oggi in America.

Le date del presunto crononauta erano errate, ma come ci spiega la teoria scientifica delle stringhe, il tempo non è una linea retta, bensì un groviglio di probabilità che collassano in realtà differenti.

Se accettiamo la possibilità di dimensioni parallele, del tutto simili alla nostra, potremmo trovarci su una stringa gemella a quella descritta da Titor, perciò con qualche modifica rispetto ai suoi ricordi.

Sull’argomento, ho pubblicato un romanzo qualche anno fa, Il Lato Oscuro del Tempo, disponibile ovunque online e ordinabile in qualunque libreria tradizionale.

La tensione del 2026 non è dissimile dai parametri predittivi del 2004 di Titor: una polarizzazione così violenta da trasformare il vicino di casa in un nemico.

Tuttavia, qui non ci sono russi che intervengono per decapitare il governo federale.

Il collasso che stiamo osservando è un cancro che divora la democrazia dall’interno, nutrito dall’impunità e da un’amministrazione che usa il raid migratorio come uno strumento di branding politico, ignorando le norme umanitarie e lo sdegno globale che circonda il nome di Renee Good.

CRONACHE DI UNA GUERRA CIVILE LATENTE

Non vedremo necessariamente trincee nei campi della Virginia o di Omaha. La guerra civile moderna è molecolare. Si combatte nei licenziamenti preventivi, negli sguardi carichi di odio al supermercato, nella paura di un agente federale di essere linciato per aver bevuto un caffè in pubblico.

È una guerra civile delle identità, dove un’uniforme non è più vista come fonte di sicurezza, ma con l’odio di chi ne ha paura.

Dallo scorso settembre, l’ICE ha sparato nove volte in raid simili, provocando quattro morti.

Una media che fa della violenza omicida la norma, non l’eccezione.

La reazione del Dipartimento di Sicurezza Interna è stata quella di blindare la propria arroganza, sottraendo l’inchiesta alle autorità locali di Minneapolis per chiuderla dentro un recinto federale dove la verità è la prima vittima collaterale.

In pratica, si tenterà la stessa strada percorsa per giudicare i crimini dei marines commessi in Medioriente, con condanne da far ridere anche i cetrioli.

Questa opacità sta creando dei martiri.

E un sistema che ha bisogno di uccidere i propri poeti per sopravvivere è un sistema che ha già smesso di essere una repubblica, per somigliare molto da vicino a quelle dittature che dice di voler combattere.

Infatti, ci sono tutti i segnali di un crollo sempre più imminente: investimenti in stabilità che si volatizzano, paralisi operativa, fuga di cervelli, paura nei confronti delle forze dell’ordine.

L’UMANITÀ NELL’ORA DELLE TENEBRE

Abbiamo bisogno di un ritorno prepotente al Diritto. Quello che accade oggi a Minneapolis è il presagio di un incendio globale.

L’Amministrazione Trump deve capire che non si può governare una nazione trattando la sua metà più attiva come un parassita da estirpare. Ogni proiettile in faccia a una Renee Good è un chiodo nella bara della democrazia.

La sicurezza dei vostri agenti non dipenderà dalle raccomandazioni di anonimato o dal non indossare l’uniforme. La sicurezza dipende dal consenso sociale. E il consenso si guadagna con la giustizia, non con l’imposizione brutale.

Se l’America non troverà il coraggio di processare se stessa davanti allo specchio insanguinato di quel SUV, la profezia di Titor, o di chiunque veda nel disordine il destino dei popoli, smetterà di essere fantascienza.

Diventerà cronaca nera. E nel silenzio che segue i tre colpi di Jonathan Caldwell, stiamo perdendo molto più della dignità.

Stiamo perdendo l’ultimo brandello di un futuro democratico e comune.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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