IL “GIARDINO” AL BUIO, L’INCUBO TRUMP E LA BANCAROTTA MORALE DELL’OCCIDENTE

Odessa arranca a meno diciotto gradi. È un gelo di quelli che ti spaccano le ossa, ma è soprattutto il termometro di un fallimento politico che l’Occidente si ostina a voler truccare sotto lo spesso strato di una propaganda ormai logora e fallimentare.

Mentre a Kiev il sindaco suggerisce ai propri concittadini la fuga o la sopravvivenza a colpi di stufe a legna, le cancellerie europee continuano a recitare lo spartito della “vittoria inevitabile”, nonostante le prime crepe che abbiamo evidenziato ieri.

Ma dietro la facciata dei “valori non negoziabili”, restano solo macerie, blackout e una corruzione che mastica miliardi di aiuti senza emettere un sibilo.

IL RISVEGLIO TARDIVO DEI SONNAMBULI

Ci volevano le proteste di piazza in Olanda o il realismo tardivo di una certa politica europea per “scoprire”, all’alba del 2026, – meglio tardi che mai – che Stepan Bandera non era esattamente un seguace di Gandhi.

All’improvviso, l’Europa, che si è nutrita di retorica antifascista per ottant’anni, apre gli occhi sulla simbologia neonazista dei battaglioni ucraini e sulla glorificazione di collaborazionisti dello sterminio.

Un risveglio quasi magico.

Dov’erano questi scrupoli mentre i monumenti ai nazionalisti complici dell’Olocausto venivano eretti in ogni piazza da Leopoli in giù? Dov’erano quando la verità storica è stata messa in cassa integrazione per esigenze belliche di Biden?

Oggi che la stanchezza da guerra della popolazione ha svuotato le armerie e i portafogli, quel passato imbarazzante torna utile come pretesto diplomatico per giustificare l’abbandono.

Perché l’incoerenza non è un incidente di percorso per questo sistema, ma è il suo carburante.

MAZZETTE A KIEV E PASSIVITÀ A ROMA

Mentre i contribuenti europei stringono la cinghia nel nome dello “stato di diritto”, a Kiev le agenzie anticorruzione mettono i sigilli agli uffici di Yulia Tymoshenko, con un’accusa che è una secchiata d’acqua gelida per tutti quelli che ci davano dei putiniani quando accennavamo alla grande corruzione ucraina: voti comprati sistematicamente in Parlamento per pilotare leggi e appalti bellici. Un mercato delle vacche al tempo delle bombe.

E noi italiani assistiamo a questo teatro piegati a novanta gradi. Tutto mentre in Italia, la stessa coerenza da quattro soldi ci offre una riforma della giustizia che corre come un treno sui binari delle forzature costituzionali, con date referendarie fissate d’imperio prim’ancora di aver contato le firme.

Il tutto accompagnato dal silenzio complice di una TV pubblica, la Rai, che ha definitivamente divorziato dal concetto di pluralismo per celebrare le nozze con la comunicazione di Palazzo Chigi.

Ma su come funzionano comunicazione e propaganda, ho scritto il libro La Fabbrica della Paura. Puoi scoprirne di più cliccando QUI.

L’INCOERENZA TRUMP: LO SPECCHIO DI UNA CRISI

In questo caos di etica e di diritti, Donald Trump irrompe come il Mostro di Frankenstein creato da decenni di doppiopesismo internazionale. Si grida al sacrilegio perché Trump “passa ogni limite”, perché minaccia i dazi e ricorda a tutti che, presto, l’articolo 5 della Nato potrebbe servire proprio per difenderci dall’impero degli USA.

Ma il suo è solo il volto sfacciato di un ordine che l’Occidente ha già violato decine di volte, da Belgrado a Baghdad, ogni volta che la legge internazionale non serviva a proteggere i nostri profitti. E lo ha fatto inventando balle su balle, dall’Iraq alla Libia. Ogni volta che la legge internazionale era d’intralcio agli interessi americani.

Trump non è il problema, è il punto esclamativo alla fine di un ordine. Ma l’ordine è il medesimo dei suoi predecessori: “agire per comandare il mondo”.

L’unica differenza tra Trump e i suoi predecessori è che agisce senza competenze politiche e senza esprimersi attraverso il “politichese”, perciò è incapace di nascondere ricatti e trame che hanno sempre caratterizzato gli Stati Uniti nel mondo.

Vediamo la diplomazia del genero, Kushner, volare a Mosca con piani di pace che promettono garanzie equivalenti alla NATO per un’Ucraina ormai militarmente esausta, ma che sono una beffa, considerando che l’allargamento della Nato a est è stata la polveriera su cui abbiamo ballato per anni, ignorando gli avvertimenti russi.

E ora, Trump incita i patrioti iraniani a rovesciare le istituzioni, ignorando che sono le nostre sanzioni che stanno strangolando il popolo, non gli ayatollah.

E non manca molto a che il bullo di Washington si autoproclami anche presidente dell’Iran, dopo aver rivendicato lo scettro del Venezuela.

Certo, qualcuno parlerà di dittatura, di popolo ridotto alla fame e altre fantasticherie da analisti del bar.

È la solita, stantia promessa di “esportare democrazia”, una merce che l’Occidente produce ancora in grandi quantità, ma che nessuno, nel resto del mondo, ha più voglia di acquistare perché ha scoperto che è un prodotto avariato.

Gli USA e i loro alleati producono povertà e carestia nei paesi posti sotto sanzione, poi incolpano i regimi al potere e offrono la cura, finanziando chi fomenta la folla e proponendo sempre uomini che poi diventano i nuovi capi. Ovviamente, galoppini sul loro libro paga.

La chiamano democrazia, spesso persino libertà. Solo che si tratta di controllo e sfruttamento delle materie prime e di interessi geopolitici di quella regione.

Infatti, gli USA si guardano bene dall’intervenire in quei regimi dittatoriali che non hanno nulla da offrire, nulla da sfruttare. E sì che di dittature nel mondo ce ne sono circa sessanta, perciò non manca da dove cominciare.

Eppure, gli USA si muovono sempre e solo dove ci sono gas, petrolio, ricchezze e situazioni geopolitiche di interesse. Altrimenti, di dittatori, fame e popoli che subiscono angherie non glene importa una beata fava.

L’ERA DEL SILENZIO COMPLICE

L’elemento più inquietante di questa congiuntura non è la brutalità della guerra russa, né la guerra totale americana, ma l’atroce afasia dell’Europa, condannata all’irrilevanza.

Abbiamo trasformato la geopolitica in una questione morale, perdendo così sia l’una che l’altra.

Chi osa guardare la realtà oltre i talk-show vede la Russia che avanza sistematicamente, al di là delle tantissime balle raccontate dalla propaganda in questi quattro anni, mentre noi continuiamo a parlare di carri armati “a forma di riccio”, sanzioni dirompenti, pale ottocentesche e altre supercazzole, come se la guerra fosse un set di cartoni animati e non carneficina vera.

La cosa tragica è che tanti occidentali, moltissimi italiani, si sono bevuti queste balle e tanti vi credono ancora.

Figli di una narrazione schizofrenica che esige il rispetto del diritto internazionale solo dai nostri nemici, mentre gli amici rapiscono presidenti, minacciano di annettere isole e altre nazioni, bombardano paesi sovrani senza neppure provare a chiedere uno straccio di mandato dell’ONU.

Perché agli USA, dell’ONU, della NATO e del Diritto internazionale non è mai interessato nulla di più del semplice interesse nazionale.

È una decadenza morale totale, a cui nulla possono fare i tanti, troppi discorsi da salotto. Una decadenza accompagnata dal ghiaccio che sta gelando le ultime speranze di una popolazione civile usata come avamposto sacrificabile.

Se la libertà ha un prezzo, la nostra incoerenza l’ha resa una moneta svalutata.

Forse Trump è l’unico regalo che ci meritiamo in questo 2026, perché non siamo stati capaci di comprendere cosa fosse davvero la politica americana dell’ultimo secolo. Una politica di conquiste, di interessi nazionali a discapito di chiunque, amico o nemico che fosse.

E, mentre ancora continuiamo a puntare il dito contro la Russia, pretendendo il rispetto del Diritto internazionale da Mosca, senza vergognarci, i comportamenti dell’America, interni ed esterni, ci sbattono in faccia l’immagine di quanto l’Occidente si sia scoperto piccolo, rumoroso e spaventosamente vuoto. Lo specchio di quelle dittature che tanto ci fanno paura, ma che tanto tifiamo senza nemmeno rendercene conto.

Mentre continuiamo, in maniera complice, a definirle democrazie.

Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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