GEOPOLITICA DELLA DISSONANZA E L’ALGORITMO DELLA VERITÀ

La propaganda occidentale sta mostrando i primi segni di logoramento, non per un crollo improvviso, ma per uno scricchiolio che si avverte tra le fessure di una narrazione che per troppi mesi è stata spacciata come monolitica e indiscutibile.

Lo stupore provato davanti alle recenti ammissioni di Paula Pinho, voce della Commissione Europea, non riguarda solo la sostanza diplomatica, che imporrebbe un dialogo con Vladimir Putin, ma svela un fenomeno sociologico ben più profondo: la fine dell’ubriacatura ideologica a favore di un ritorno, brusco e quasi violento, alla Realpolitik.

LA DIPLOMAZIA DEL “DOPO”

Per mesi, le cancellerie europee e la Commissione von der Leyen hanno dispensato una retorica bellicista senza precedenti. Chiunque osasse sussurrare la parola “negoziato” veniva immediatamente relegato ai margini del dibattito civile, bollato come un disertore del pensiero unico atlantista, come putiniano, come amico del nemico.

Oggi, però, la realtà ha bussato alle porte della Commissione e le dichiarazioni di Paula Pinho hanno il profumo di un segnale di fumo inviato per tastare il polso di un’opinione pubblica stanca.

La portavoce ammette ciò che la logica suggeriva fin dal primo giorno: la pace non si fa con gli amici, ma con i nemici. È sempre stato così nella storia.

E il nemico ha un nome, un cognome e siede sul più potente deposito di armi nucleari del pianeta, oltre ad avere a disposizione missili imprendibili per gli attuali dispositivi NATO.

Si osserva così una dissonanza cognitiva collettiva. Leader come Meloni e Macron, dopo aver vestito ripetuto più volte di voler sostenere l’Ucraina fino alla vittoria finale, iniziano a ricalibrare il tiro, consci che il prolungamento infinito di un conflitto di logoramento non sta distruggendo solo il fronte ucraino, ma anche la stabilità economica del Vecchio Continente.

E, visto che Kaja Kallas non siederà mai al tavolo con Putin, l’Italia potrebbe ritagliarsi un fondamentale ruolo di mediatrice se solo Meloni abbandonasse definitivamente il copione di scendiletto di Washington e tornasse ad abbracciare lo spirito pacifista della nostra Costituzione.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY: TRA EROISMO E CRISI DI LEGITTIMITÀ

Volodymyr Zelensky dimostra di vivere in un mondo parallelo e l’Europa ha un “problema Zelensky” che va oltre la sua capacità di mobilitare le masse attraverso lo schermo. La sua legittimità politica, blindata dalla legge marziale e dalla proroga indefinita delle elezioni, sta diventando un’arma a doppio taglio.

Un leader che non rinnova il proprio mandato popolare è un interlocutore fragile intorno a un tavolo negoziale internazionale, perché non è affatto detto che gli ucraini lo rivoterebbero.

Ogni sua firma, ogni suo impegno, potrebbe essere impugnato domani da una Russia che non aspetta altro che minare la base giuridica di un eventuale accordo. Inoltre, i suoi piani di pace in dieci o venti punti appaiono sempre più come dei sabotaggi diplomatici preventivi, studiati per essere rifiutati e per garantire la prosecuzione di un conflitto che è diventato, tragicamente, il suo unico modo per restare alla guida del suo Paese.

L’IRAN E LA FABBRICA DEL “REGIME CHANGE”

La reazione di Zelensky alle proteste in Iran è emblematica di una visione del mondo riduzionista. Cavalcare l’onda del dissenso interno a Teheran solo perché i droni iraniani colpiscono Kiev è un esercizio di opportunismo geopolitico che ignora le lezioni della storia recente.

Abbiamo già visto questo film. Lo abbiamo visto in Ucraina nel 2014, con le rivolte di Piazza Maidan alimentate da spinte esterne che hanno trasformato una legittima aspirazione alla libertà in una guerra civile decennale.

Lo abbiamo visto in Venezuela, con il fallimentare esperimento di Guaidò e le sanzioni che hanno affamato un popolo senza scalfire minimamente il potere di Maduro.

Il “Regime Change” è un prodotto da esportazione che l’Occidente ha confezionato spesso, chiamandolo democrazia, ma che all’interno contiene quasi sempre lo stesso regalo: il controllo delle risorse energetiche e il riposizionamento delle sfere di influenza.

L’ipocrisia, dunque, è palpabile.

Ci commuoviamo per le donne iraniane se questo serve a indebolire un alleato di Mosca, ma chiudiamo entrambi gli occhi davanti alle teocrazie petrolifere “amiche” che calpestano i medesimi diritti con la stessa ferocia, a cominciare dal Qatar, perché hanno il vantaggio di essere nostri partner commerciali.

D’altro canto, anche Israele gode di una sorta di immunità dovuta alla nostra amicizia e al fatto che lo definiamo democrazia.

IL FEUDALESIMO DIGITALE: L’ALGORITMO COME CENSORRE SILENZIOSO

Tuttavia, la battaglia più insidiosa non si combatte con carri armati, i missili o i droni, ma nei server della Silicon Valley, per cui stiamo assistendo alla nascita di un nuovo feudalesimo digitale. Gli algoritmi di YouTube, TikTok e Instagram agiscono come inquisitori invisibili, capaci di silenziare il dissenso attraverso la tecnica dello shadowbanning.

Una strategia che anche noi di Tamago abbiamo subito più volte, soprattutto per articoli su Israele e gli USA.

Basta una parola chiave “sbagliata”, un riferimento critico a Israele, all’Iran o alle dinamiche della guerra, e il contenuto viene sepolto sotto strati di oblio.

Non è censura esplicita, nel senso che siamo abituati a conoscere, ma è evaporazione del messaggio.

E queste strategie creano una bolla informativa dove la complessità viene sacrificata sull’altare della “sicurezza pubblicitaria”.

Fare giornalismo indipendente, oggi, significa navigare in un mare infestato da mine algoritmiche, dove il successo economico di un canale, di un sito, di un magazine, dipendono dalla loro capacità di non disturbare il manovratore tecnologico.

UNA CHIAMATA ALLA RESISTENZA INTELLETTUALE

Possiamo continuare a essere spettatori passivi di un teatro delle ombre dove la diplomazia è una recita e la democrazia un pretesto economico, oppure possiamo esercitare il diritto al dubbio socratico.

La vera libertà non è quella che ci viene promessa dai droni o dalle rivoluzioni colorate progettate a tavolino, ma quella che nasce dalla capacità di decodificare il linguaggio del potere, di riconoscere la differenza tra un’aspirazione popolare e una strategia di destabilizzazione esterna.

Il mondo non è più diviso tra “buoni” e “cattivi”, ma tra chi accetta la narrazione preconfezionata e chi ha il coraggio di guardare oltre le propagande per cogliere anche verità scomode.

Ecco perché è fondamentale seguire e far crescere l’informazione indipendente, quella che non ha partiti alle spalle, né miliardari sulle teste. Sostenere l’informazione indipendente e libera è un atto di autodifesa cognitiva in un’epoca in cui la verità è l’unico bene che non può essere prodotto in serie, ma solo conquistato con fatica e onestà intellettuale.

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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