L’ILLUSIONE DELL’INVINCIBILITÀ AMERICANA, MA ANCHE LA PAURA DI NON ESSERE QUELLI DEI FILM DI HOLLYWOOD

Mentre Washington continua a proiettare l’immagine di superpotenza, le fondamenta dell’ordine internazionale scricchiolano e vacillano tante certezze di un tempo.

Il mondo del 2026 non è più una scacchiera unipolare, come dopo il crollo del Muro di Berlino, ma è diventato una giungla multipolare, un ritorno feroce alla storia, dove chi non siede a tavola per decidere il menù finisce per diventare una pietanza pronta da ordinare.

L’Europa, in questo scenario, è un commensale distratto, un treno in corsa verso un abisso di irrilevanza, convinto di essere il guidatore, mentre è solo un vagone destinato al deragliamento, senza locomotore e senza macchinisti.

L’ECLISSI DELLA GLOBALIZZAZIONE E IL RITORNO DEGLI IMPERI

La globalizzazione, quel sogno idilliaco di un mercato senza confini e di una pace perpetua garantita dal commercio, è ufficialmente defunta.

Al suo posto, sono emersi tre grandi imperi: Stati Uniti, Cina e Russia. E ognuno rivendica sfere d’influenza che non ammettono intrusioni.

Washington ha rispolverato una “Dottrina Monroe 2.0”, un segnale perentorio inviato a Pechino e Mosca: l’emisfero occidentale deve tornare a essere il giardino di casa americano.

Ma questo ritorno all’ordine non è un atto di forza, ma la mossa disperata di un impero in difficoltà, che sente gli scricchiolii dell’erosione del proprio dominio tecnologico ed economico.

In Venezuela, la strategia statunitense ha subito una mutazione genetica. Non si cerca più il classico colpo di Stato per sostituire un intero apparato, ma quella che potremmo definire “chirurgia geopolitica”: mantenere le strutture esistenti piegandole però agli interessi di Washington.

D’altronde, al di là della propaganda, gli USA sanno bene che la popolazione venezuelana è soltanto in parte a favore degli Stati Uniti. Le fasce più povere, quelle che con il governo Maduro hanno visto migliorare le proprie condizioni di vita sono ancora a favore dell’élite al potere e a tifare per Trump restano le ex fasce della borghesia, a cui sono state espropriate ricchezze.

Inoltre, – è giusto ribadirlo – l’obiettivo dei movimenti in Venezuela e Groenlandia degli USA non è la democrazia, ma il greggio.

Si tratta di una sostituzione coloniale hi-tech, dove le aziende anglo-francesi vengono estromesse per far posto ai giganti a stelle e strisce.

Tuttavia, Pechino osserva con la pazienza millenaria di chi sa che i debiti, prima o poi, vanno pagati.

La Cina ha investito miliardi in America Latina, creando un ponte infrastrutturale che da Shanghai arriva fino ai porti del Perù e alle stazioni spaziali argentine. Washington cerca di alzare un muro, ma il terreno sotto i suoi piedi è già stato venduto e il suo proprietario potrebbe farlo crollare da un momento all’altro.

IL PARADOSSO DELLA GUERRA: MEMORIA CONTRO PROPAGANDA

Per di più, esiste una differenza sociologica fondamentale tra l’America e i suoi rivali eurasiatici.

La Russia e la Cina sono nazioni nate dal trauma della guerra e battezzate nel sangue versato sul proprio suolo.

Mosca porta ancora i segni profondi della lotta contro il nazismo, pagato con milioni di morti, quasi trenta milioni di vite sovietiche, in gran parte proprio della Russia; Pechino ricorda ogni ferita dell’occupazione giapponese, ogni vittima, ogni stupro, violenza e ogni altro sopruso.

Per questi popoli, la guerra non è una sequenza di immagini lontane su uno schermo o un film di successo di Hollywood, ma è il ricordo dei figli morti tra le macerie della propria cucina, delle proprie case ridotte in cenere. Delle proprie città bombardate, con i quartieri trasformati in cimiteri.

È una cicatrice che impone prudenza, una saggezza tragica che Washington non ha mai conosciuto. Infatti, gli USA hanno sempre combattuto guerre, ma mai sul proprio suolo, all’interno dei propri confini.

Negli Stati Uniti, la guerra è diventata un prodotto d’esportazione. È qualcosa che accade “altrove”, inflitta a popolazioni lontane da élite che non hanno mai dovuto difendere la propria soglia di casa da un invasore.

Il governo americano è popolato da sempre da strateghi da poltrona, burocrati formati in prestigiose facoltà di scienze politiche e accademie militari, che confondono la realtà tattica con la retorica cinematografica.

Questi politici di professione e questi “generali da ufficio” giocano con il fuoco nucleare convinti che la tecnologia americana sia un’armatura impenetrabile, ma ignorano, o fingono di ignorare, che la corsa agli armamenti ha visto sorpassi tecnologici che non ammettono repliche.

Se il conflitto totale dovesse mai toccare il suolo americano, il risveglio sarebbe catastrofico per gli oltre quattrocento milioni di statunitensi.

L’invincibilità percepita è solo una presunzione destinata a infrangersi al primo impatto con la vera brutalità storica. Una propaganda che ha funzionato finché verteva su una realtà, seppur fragile, ma ora è campata in aria perché la realtà è profondamente mutata.

LA GUERRA ECONOMICA E IL DEBITO CHE CI DIVORA

Mentre i cannoni tuonano in Ucraina, la vera guerra si combatte nei database dei grandi fondi d’investimento.

Chi possiede realmente il mondo? Quando guardiamo ai debiti delle grandi potenze, scopriamo che i creditori non sono solo nazioni, ma entità sovranazionali come BlackRock.

Il sistema finanziario è diventato una ghigliottina pronta a cadere su chiunque perda il passo. La sovranità nazionale è diventata un concetto relativo in un mondo dove i flussi di capitale decidono la vita e la morte dei governi.

L’Europa è l’anello debole di questa catena. Schiacciata tra la necessità di risorse energetiche russe e la dipendenza tecnologica cinese, sta commettendo un suicidio strategico in nome di un atlantismo che la considera poco più di una pedina sacrificabile.

Le sanzioni alla Russia, lungi dal piegare Putin, hanno accelerato la de-industrializzazione del Vecchio Continente, favorendo paradossalmente l’industria americana e quella asiatica. È l’effetto drammatico dell’ipocrisia dei doppi standard, per cui si condanna il nemico per azioni che si giustificano per gli alleati, perdendo ogni residuo di autorità morale.

LA SFIDA DELL’INDOPACIFICO: LO STRANGOLAMENTO DI TAIWAN

Pechino non ha fretta.

La sua è una “Lunga Marcia” verso il centro del mondo. Mentre gli Stati Uniti si impantanano in Venezuela o tentano di annettere metaforicamente la Groenlandia per le sue terre rare, la Cina stringe il nodo scorsoio attorno a Taiwan.

Le esercitazioni di “strangolamento” della Guardia Costiera cinese non sono semplici parate, ma la prova generale di un blocco che potrebbe isolare Formosa in poche ore, mettendo l’Occidente di fronte a un bivio: accettare l’unificazione o rischiare la distruzione per un’isola che la stessa economia mondiale ha reso indispensabile, ma indifendibile?

Il Giappone, spaventato dall’ombra del dragone, minaccia interventi armati, ma la sua dipendenza dalle terre rare cinesi lo rende un leone senza artigli.

Pechino possiede le chiavi della tecnologia del futuro: dall’intelligenza artificiale all’informatica quantistica, fino ai minerali critici per le auto elettriche.

Washington ha perso la supremazia manifatturiera e ora scopre che la sua “invincibilità” digitale dipende da catene di approvvigionamento controllate dai suoi avversari. Ecco il perché di questi colpi di coda, che somigliano all’ultimo vagito di un leone prossimo a morire.

IL GIORNO DELLA REALTÀ

L’arroganza delle élite di Washington, alimentata da decenni di isolamento geografico e superiorità che, in gran parte, erano solo percezione e presunzione, sta conducendo l’umanità verso un punto di non ritorno.

Credere che la guerra sia un gioco a somma zero che si combatte sempre a casa degli altri è l’errore più letale della storia.

Se gli Stati Uniti dovessero forzare la mano fino a innescare un conflitto con potenze che conoscono il valore del sacrificio umano nelle guerre, il risultato non sarebbe quello delle pellicole di Hollywood, ma quello più triste della storia, dove gli USA non vincono una guerra dal 1945.

Con la differenza che, una volta portata la guerra sul territorio USA, non potrebbero né fuggire né trovare vie di fuga.

Sarebbe l’azzeramento della civiltà come la conosciamo.

Il tempo dei sogni hollywoodiani è finito. La realtà sta per cadere addosso a chi ha dimenticato che la terra è tonda e che il fuoco, una volta acceso, non distingue tra i palazzi del potere e le case dei cittadini comuni.

Il nuovo ordine mondiale non sarà scritto dai vincitori di una guerra, ma dai sopravvissuti di una follia collettiva.

L’America saprà guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti prima che sia la storia a imporglieli con la forza?

Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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