Il mondo che conoscevamo, quello faticosamente costruito sulle macerie del 1945 e protetto da norme di diritto e diplomazia, si è spento insieme alle vittime di Caracas, pochi giorni fa, le guardie del corpo di Maduro, rimaste ucciso durante l’azione militare che ha portato al rapimento del presidente venezuelano.
Non è stata una guerra nel senso classico del termine. È stata un’operazione di chirurgia militare, precisa, che ha rimosso Nicolas Maduro dal palazzo presidenziale venezuelano per depositarlo in una cella americana, trasformando un Capo di Stato sovrano in un ostaggio.
Come se non bastasse, il 7 gennaio 2026, la storia ha accelerato bruscamente, quando la petroliera russa Marinera è stata sequestrata ed è passata sotto il controllo dei reparti speciali statunitensi.
Non siamo di fronte a una disputa commerciale, ma a un atto di sovranità extraterritoriale. Washington ha deciso che il meridiano di Greenwich è il nuovo confine di un impero privato. Se trasporti greggio che Donald Trump considera suo, non esistono acque internazionali capaci di proteggerti.
Siamo di fronte a un nuovo impero che si fa sfregio di ogni regola e norma democratica, in nome di un mercantilismo in salsa moderna.
L’ERA DELLA POST-LEGITTIMAZIONE
Dobbiamo dimenticare le mistificazioni del passato.
Nel 2003, l’amministrazione Bush si torturava per fabbricare la fake news sulle armi di distruzione di massa irachene, cercando un’approvazione dell’ONU che non arrivò, ma che almeno veniva inseguita.
Allora, l’impero americano invase uno Stato sovrano senza mandato, ma senza subire conseguenze. Anzi, i paesi NATO parteciparono in gran parte.
Identico copione nel 1999, quando l’impero decise di aggredire la regione del Kosovo. In quell’occasione, il governo D’Alema-Mattarella partecipò all’aggressione priva di mandato delle Nazioni Unite.
Oggi, l’impero va oltre e se ne infischia di legittimazioni, non le cerca neppure più, dimostrando di non riconoscere l’ONU.
Trump ha gettato via la maschera che indossavano i suoi predecessori, quelli di buoni e democratici, infatti l’aggressione al Venezuela non è stata motivata da ideali democratici o dalla lotta al narcotraffico, tutte balle che valgono come le armi chimiche di Saddam.
La verità, come Trump ha ammesso senza remore, è che il Venezuela è un giacimento di petrolio indispensabile per le mire degli USA.
Le infrastrutture devono essere ricostruite dalle compagnie americane. Il petrolio deve tornare a fluire verso nord per rimpinguare le casse di Washington, dopo che Maduro aveva chiuso i rubinetti per le aziende americane.
È il “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe. Un aggiornamento che trasforma metà del globo in un giardino di proprietà esclusiva degli Stati Uniti. Non si tratta più di “proteggere la libertà”, ma di “negare l’accesso”.
Se sei un concorrente esterno – che tu parli russo o cinese – l’emisfero occidentale è diventato una zona vietata.
IL GELO DI PITUFFIK E IL TRAMONTO DELLA NATO
Ora, le mire dell’impero americano puntano sui ghiacci dell’Artico. La Groenlandia è diventata l’ossessione geografica del nuovo secolo.
Con una retorica che riduce secoli di alleanza danese a un commento sprezzante sulle “slitte trainate dai cani”, Trump ha messo nel mirino l’isola più grande del mondo.
Non è solo una questione di terre rare o di rotte commerciali aperte dal disgelo, ma una sfida diretta all’essenza dell’Alleanza Atlantica.
Gli Stati Uniti non si nascondono più e dimostrano di infischiarsene sia dell’ONU sia della NATO. Comandano loro. E, se a qualcuno non sta bene, è pronto “l’esercito più forte del mondo”.
Un atteggiamento molto più simile a un capomafia che a un politico.
Mette Frederiksen ha risposto con fermezza e lo ha detto chiaro e tondo: se gli Stati Uniti decidessero di violare militarmente o politicamente l’integrità del Regno di Danimarca, la NATO cesserebbe di esistere.
Tutto il sistema di sicurezza occidentale, quella rete di fiducia che ha impedito un conflitto mondiale per ottant’anni, collasserebbe.
Eppure, a Washington, i sorrisi di JD Vance alla base di Pituffik, durante la sua visita recente, suggerivano che il dado era già stato tratto.
Per l’amministrazione americana, la Danimarca non è un alleato da consultare, ma un capoufficio inefficiente da licenziare dell’azienda di famiglia.
L’EUROPA DEI SILENZI E DELLE COLONIE
In questo scenario, l’Europa si riscopre nuda e divisa. Come al solito.
Da un lato la Spagna di Sanchez, che tenta di aggrapparsi ai rimasugli del Diritto Internazionale con una condanna ferma e coerente con i pacchetti di sanzioni, le armi e gli aiuti all’Ucraina contro la Russia.
Dall’altro, l’Italia di Giorgia Meloni, che osserva in silenzio mentre il Paese continua a servire da piattaforma logistica e militare per una strategia che non può controllare. Anzi, addirittura Trump viene difeso, parlando di “legittima difesa”, mentre si continua con la linea intransigente con Putin.
Il problema è che le basi di Aviano e Ghedi non sono più solo avamposti difensivi, ma sono diventate bersagli in una partita dove Roma non siede al tavolo di gioco.
Ormai, le democrazie liberali sono state fagocitate da un’ipocrisia di fondo: ci si arma contro la minaccia russa per difendere la sovranità ucraina, ma si abbassa lo sguardo quando il “gangster più potente” rapisce presidenti e sequestra navi in nome del profitto nazionale.
PEDAGOGIA DELLA PREPOTENZA
Trump ha capito una cosa che molti analisti hanno ignorato: la politica estera può essere gestita come un reality show di forza.
Mentre si vanta di essere il miglior venditore di Boeing della storia o deride le atlete transgender per distrarre le masse durante i suoi comizi, sta riscrivendo le regole del gioco sull’intero pianeta. È una pedagogia criminale su scala globale: insegna che la legge è un limite solo per chi non ha abbastanza Apache, F-35 e atomiche per ignorarla.
È la legge del capomafia: chi ha più armi e più uomini comanda. Gli altri obbediscono, oppure soccombono.
Da cittadino di questa “colonia” chiamata Europa, non posso che guardare il calendario con terrore, in attesa dei prossimi mesi che non preannunciano niente di buono per i nostri figli e per noi tutti.
Il 7 gennaio 2026 non è stato solo un mercoledì di metà inverno, ma il giorno in cui abbiamo capito che la forza non ha più bisogno di scuse né di permessi, perché l’impero non si nasconde più dietro a delle maschere.
La sicurezza nazionale americana è diventata un’aspirazione universale che non accetta confini, né trattati né alleati.
Gli USA sono un impero che ha mire espansionistiche per controllare il pianeta prima che la sua economia collassi.
D’altronde, prima della guerra in Ucraina, le aziende USA, soprattutto quelle energetiche, erano ai margini, a guardare i flussi commerciali sempre più corposi tra Europa e Cina, e tra Europa e Russia.
Tutto mentre il debito pubblico americano galoppava a ritmi vertiginosi. Oggi, invece, l’Europa è diventata dipendente dall’America per l’energia e il furto del più grande giacimento di petrolio al mondo contribuisce a dare all’impero americano slancio per spingersi alla conquista di altre parti di mondo.
Per Washington non ci sono alleati e strutture sovrannazionali. Non esistono l’ONU, la NATO, i trattati e il Diritto internazionale. Ci sono solo i proprietari – cioè loro – e i dipendenti.
Fino a Biden, gli inquilini della Casa Bianca lo mascheravano. Con Trump, non si perde neppure tempo a far finta che non sia così.
E Maduro, da una cella negli Stati Uniti, è il primo monito di cosa succede quando cerchi di ostacolare l’uso delle risorse nell’emisfero del padrone.
Non c’è spazio in questo articolo per ricordare che fine fecero Moro, Mattei e Craxi, così come tantissimi altri che hanno avuto tristi sventure dopo aver, – guarda caso, – puntato i piedi o commesso azioni contrarie alle mire americane.
Il Diritto Internazionale era già vacillante da anni, sotto i capricci americani e dei loro alleati in Kosovo, Iraq, Libia… ma è morto sotto un blackout a Caracas.
Quello che resta è il rumore degli elicotteri e il silenzio degli alleati, intervallato solo da qualche frase e qualche presa di posizione di circostanza, tanto per far scrivere qualcosa di meno drammatico alla propaganda.






Una opinione su "L’EMISFERO OCCIDENTALE SOTTO LA PROPRIETÀ TRUMP"