Il mondo che conoscevamo è evaporato tra i fumi di un blitz a Caracas e il silenzio glaciale dei ghiacci groenlandesi. Dall’Europa, nessun segnale degno di nota.
Non è più tempo di analisi edulcorate o di speranze liberal-democratiche; siamo entrati nell’era del realismo brutale, dove la geografia non è un destino, ma una preda per i nuovi imperi, scatenatissimi in questo nuovo mercantilismo coloniale.
Gennaio 2026 verrà ricordato come il mese in cui Washington ha strappato il manuale del diritto internazionale per riscriverlo con l’inchiostro nero del greggio e il piombo delle forze speciali. E come il mese in cui l’impero americano ha finalmente gettato via la maschera di buono e ha mostrato a tutti la sua vera identità.
IL SEQUESTRO DI STATO E IL NUOVO ORDINE DEI VASSALLI
L’operazione chirurgica che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro non è stata un atto di liberazione, nonostante le piazze festanti della diaspora e il cinico plauso di chi, da Roma a Bruxelles, parla di “legittima difesa”, vomitando sciocchezze che offendono le facoltà di Giurisprudenza di tutto il mondo.
È stato un palese sequestro di Stato in violazione delle più elementari norme di Diritto.
Donald Trump ha diviso il mappamondo in due sole categorie: vassalli e nemici.
L’Europa, guidata da leader che condannano l’imperialismo altrui mentre giustificano quello “alleato”, ha scelto la prima categoria.
Si piegano ai dazi, comprano armi Made in USA e guardano altrove mentre Marco Rubio pianifica la spartizione degli asset petroliferi venezuelani come se si trattasse di una liquidazione fallimentare.
Ma dietro la retorica della democrazia da esportazione si cela un calcolo matematico freddo e spietato.
LA STRATEGIA DEL SERBATOIO: PERCHÉ IL VENEZUELA PRIMA DI TEHERAN
Perché Caracas? Perché adesso?
Certamente non è vera la panzana del narcotraffico. In primo luogo perché non sono gli USA deputati a stabilirlo e non hanno alcuna autorità legittima per farlo.
In secondo luogo perché non è vero. La droga che inonda le strade americane arriva solo in una parte infinitesimale dal Venezuela.
La risposta vera non è nemmeno solo nel desiderio di cacciare la Cina dal cortile di casa o di azzerare l’influenza di Hezbollah in America Latina, ma nel fatto che il Venezuela è la polizza assicurativa degli Stati Uniti per l’imminente scontro finale con l’Iran.
L’Iran sta esplodendo. Con un’inflazione al 42% e il prezzo del pane raddoppiato, il regime degli Ayatollah è alle corde, stretto tra rivolte interne e la minaccia costante di un Trump che si dichiara “armato fino ai denti”.
Teheran possiede però un’arma apocalittica: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Se quel corridoio venisse sigillato, il 20% del petrolio mondiale sparirebbe dal mercato dalla sera alla mattina, trascinando l’economia globale – e quella americana – in un baratro senza fondo.
Controllare il Venezuela significa annullare questa minaccia. Accaparrandosi le immense riserve di Caracas, Washington ha creato uno “scudo energetico”. Se Hormuz chiude, l’America ha già il suo serbatoio interno, sicuro e sotto scacco.
Possono permettersi di colpire l’Iran senza temere il collasso della propria pompa di benzina. È una partita a scacchi dove il Venezuela è il sacrificio necessario per dare scacco matto al “re persiano”.
L’ARTICO E LA LOGICA DEL MUSCOLO
Mentre il Sud viene “messo in quarantena” da 15.000 soldati e navi da guerra, al Nord la Danimarca scopre che la sovranità è un concetto obsoleto di fronte alle necessità dell’impero americano.
La Groenlandia serve alla difesa, dicono.
Serve per le terre rare, serve per controllare le rotte che il riscaldamento globale sta liberando dai ghiacci.
Trump non discute più: annuncia, emana editti. Come un imperatore di due secoli fa.
La battuta sulle slitte trainate dai cani rivolta a Copenaghen è il simbolo di una diplomazia ridotta a bullismo geopolitico da un folle che sembra seguire più lo stile da capo Mafia che quello di qualcuno dei suoi predecessori. “Qui comando io. O fate e mi date ciò che voglio, oppure me lo prendo con la forza.”
Le regole del Novecento sono state stracciate. Resta solo la forza. E il più forte vince.
IL DECLINO STRUTTURALE E LA BOLLA FINANZIARIA
C’è una disperazione profonda in questa aggressività.
Un impero che si sente forte non ha bisogno di rapire presidenti o minacciare alleati storici.
Gli Stati Uniti sono schiacciati da un debito federale fuori controllo e da una deindustrializzazione che la concorrenza cinese ha messo a nudo. La guerra è diventata l’unico strumento per proteggere il dollaro e far scoppiare, o ritardare, una bolla finanziaria che minaccia di travolgere Washington.
Il petrolio venezuelano non serve solo a muovere i carri armati, ma anche a garantire che il mondo continui a pagare i propri debiti in biglietti verdi. È un’economia di rapina che si maschera da politica estera.
IL PESO UMANO DELLE “TRAGEDIE EVITABILI”
In questo scenario di giganti che si prendono a spallate, il costo umano è, come sempre, distribuito tra i più deboli.
Sono i 16 morti nelle strade iraniane, i venezuelani barricati in casa con le frontiere chiuse, e perfino i giovani morti a Crans-Montana in un Capodanno di sangue che sembra quasi un presagio. Quella svizzera è stata definita una “tragedia evitabile”, ma lo è anche questa deriva bellica globale.
Siamo testimoni di un mondo dove il diritto internazionale vale solo per chi non ha abbastanza jet per sorvolarlo e atomiche per ridicolizzarlo.
Gli Stati Uniti stanno ridisegnando il globo a loro immagine e somiglianza: un’autocrazia energetica dove non c’è spazio per i grigi, ma solo per chi obbedisce e chi viene deportato.
È un disegno che abbiamo già visto nel secolo scorso, con un piccolo uomo con dei buffi baffetti, ma che non faceva affatto ridere.
La domanda non è più “cosa accadrà”, ma “chi sarà il prossimo”. L’Iran è già nel mirino. E l’America ha appena fatto il pieno di carburante per alimentare la sua ennesima guerra sul pianeta.


Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.





