DIFENDIAMO UNO STATO CANAGLIA SOLO SE È UNO DEI NOSTRI

C’è un esperimento mentale che dovrebbe essere proposto come esame obbligatorio in ogni facoltà di Giurisprudenza, di Scienze Politiche, di ogni corso di educazione civica nelle scuole superiori. Persino all’ingresso di ogni bar, da dove sembrano usciti molti analisti da divano e tastiera degli ultimi quattro anni.

L’esperimento è il seguente.

Immaginate un’operazione segreta delle forze speciali americane che, atterrate in una base NATO in Italia, prelevino con la forza il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio.

Non necessariamente gli attuali, Mattarella e Meloni, ma uno qualsiasi, il politico per cui votate.

Immaginate che li trasportino in un aereo, verso una località ignota, per un “processo” davanti a una corte straniera.

Il motivo? Aver disobbedito a un ordine di Washington. Aver dissentito sulla politica dei dazi, sull’embargo a Cuba, sull’invio di truppe.

La reazione?

Ovviamente, sdegno universale. Violazione della sovranità, atto di guerra, crimine contro il diritto dei popoli.

I giornali griderebbero al colpo di stato, i social esploderebbero, le piazze si riempirebbero. Sarebbe il definitivo tradimento dell’alleato, la fine della fiducia, la condanna unanime. O quasi. Perché ci sarebbe sempre qualcuno pronto a vedere negli USA gli unti del Signore.

Ora, fermatevi. E sostituite i nomi.

Al posto di “americane”, mettete “russe”. Al posto di “Washington”, mettete “Mosca”. La condanna, per molti, diventerebbe ancora più feroce, più viscerale, più assoluta.

Ma il fatto giuridico, l’atto in sé, sarebbe identico. Identica la violazione. Identico il disprezzo per la sovranità.

Identica la logica della forza che si erge a giudice, giuria e carceriere del mondo.

Eppure, quando l’autore di atti formalmente identici è Washington, accade il paradosso. Una parte significativa dell’opinione pubblica occidentale, italiana in particolare, non solo non condanna, ma giustifica. Applaude. Tifa.

LA SINDROME DA TIFOSERIA GEOPOLITICA E LA MORTE DEL DIRITTO

Ora, il problema non è a Mosca, a Pechino o a Washington. È dentro di noi.

È nella nostra psiche collettiva malata, atrofizzata da decenni di narrazione hollywoodiana. Da una parte i “buoni”, dall’altra i “cattivi”.

Quando i buoni infrangono le regole, c’è sempre una buona ragione e il malcapitato è sempre un cattivissimo che meritava il peggio. C’è sempre una scusa. Una giustificazione. Quando lo fanno i cattivi, è la prova della loro malvagità assoluta. E non ci sono appelli.

Studiamo poco, è vero. Leggiamo ancor meno. E i risultati si vedono.

Il diritto internazionale è una terra sconosciuta, un groviglio di carte che “limitano” l’azione dei nostri campioni.

E noi vogliamo campioni, non giuristi, perché i più hanno preso diplomi dopo anni di calci nel sedere per superare gli esami di riparazione a settembre. I più usciti da istituti tecnici che insegnano a usare le mani in fabbrica, ma che non danno molto sale in zucca. Persino tante lauree sono tecniche e poco acculturanti, con tutte le evidenze del caso.

Scarsa o nessuna conoscenza di filosofia, sociologia, diritto, relazioni internazionali, tutte materie indispensabili per comprende e criticare il mondo senza dire castronerie prive di logica e di basi giuridiche che non si conoscono.

Allora, si vuole l’uomo forte che risolve, che spacca, che vince. Perché l’uso della forza è la corazza di chi è culturalmente disarmato.

È un riflesso culturale atavico che premia l’ignoranza sulla cultura: la venerazione del condottiero, la sfiducia nel dialogo, il disprezzo per le regole quando sono d’intralcio alla narrazione della potenza.

Donald Trump non è la causa di questo sentire. Ne è il sintomo perfetto, l’icona populista che trasforma la politica estera in uno sbraitato reality show dove si comprano e si vendono nazioni, si lanciano minacce come improperi da bar, e il diritto è, esattamente, carta igienica. Come per qualunque delinquente di periferia.

Ma qui non stiamo parlando di stile. Stiamo parlando di atti concreti, documentati, che definiscono uno Stato canaglia secondo i manuali che noi stessi abbiamo scritto, ma che adesso non ci piacciono, perché sbugiardano il nostro amicone di sempre.

D’altronde, è quell’amicone che si è fatto beffe del Diritto e della comunità internazionale più volte. E noi gli siamo sempre andati dietro come complici, a cominciare dall’invasione dell’Iraq, autorizzata solo dopo che la CIA inventò l’esistenza di armi chimiche di Saddam Hussein, e dal bombardamento sul Kosovo, a cui si gettò d’impeto il governo D’Alema e Mattarella.

LO STATO CANAGLA NELL’ABITO DELL’EGEMONE

Proviamo a elencare, senza il filtro rassicurante della propaganda, azioni recenti della superpotenza a stelle e strisce.

La richiesta pubblica, seria, di avere la Groenlandia, territorio sovrano della Danimarca, come si trattasse di un immobile.

Il rapimento, perché di questo si tratta, del presidente boliviano Evo Morales nel 2013, costringendo il suo aereo presidenziale a un atterraggio forzato in Austria per una perquisizione illegale, umiliando un capo di Stato sovrano sulla base di semplici sospetti.

L’assassinio mirato, fuori da un campo di battaglia dichiarato, del generale iraniano Qasem Soleimani su suolo iracheno, un atto che costituisce un omicidio extragiudiziale e un casus belli.

Senza dimenticare l’invenzione delle armi chimiche di Saddam Hussein, fake news che servì per ottenere un mandato internazionale a invadere l’Iraq. Senza dimenticare le bombe atomiche sul Giappone, che fanno degli USA l’unica nazione che abbia mai usato l’atomica contro civili inermi.

E senza dimenticare il Kosovo, di cui abbiamo già accennato sopra.

Le minacce di “sofferenze” alla Corte Penale Internazionale se osasse indagare su crimini di guerra statunitensi.

L’uso sistematico di dazi punitivi, al di fuori delle regole dell’WTO, come arma di ricatto geopolitico contro amici e rivali. Il sostegno a tentativi di colpo di stato, l’embargo genocida contro Cuba, le sanzioni che affamano popolazioni intere per piegare governi.

Ora, leggete questo elenco immaginando che l’autore sia la Russia di Putin. O che sia la Cina. O, perché no?, la Corea del Nord.

Sentireste il gelo lungo la schiena. Invochereste l’intervento dell’ONU, la mobilitazione della NATO, l’isolamento totale.

Perché tanti non lo sentono quando l’autore è l’America?

Perché la propaganda di Hollywood e la loro ignoranza storica, filosofica, sociologica, geopolitica e delle norme del Diritto, lo impediscono.

LA GRANDE IPOCRISIA E IL SUO PREZZO

La risposta è scomoda, lo so. D’altronde, siamo succubi di un potere.

Perché l’egemonia culturale ed economica USA ci ha convinto che il loro interesse nazionale sia sinonimo di bene comune per tutti. Che sia “esportazione di democrazia”.

Perché abbiamo interiorizzato la gerarchia del mondo: loro comandano perché sono buoni e giusti, noi obbediamo perché siamo meno capaci, ma siamo buoni, gli altri subiscono perché sono incapaci e cattivissimi.

E quando scopriamo che gli USA commettono crimini di guerra, come, per esempio, in Iraq, è per un bene superiore e non battiamo ciglio se vogliono infliggere 175 anni di carcere a un giornalista che li svela.

Quando lo fanno gli altri, è barbarie. Putin è un tiranno, mentre Clinton, Trump, Biden, Bush, sono tutti unti del Signore.

Questo doppio pensiero è il cancro che sta uccidendo l’ordine internazionale e la credibilità dell’Occidente.

Ed è un boomerang micidiale, poiché, legalizzando la legge del più forte quando è “il nostro amico” quello forte, diamo a ogni potenza emergente il manuale di istruzioni per fare lo stesso.

Perché la Cina non dovrebbe rivendicare il Mar Cinese Meridionale? Perché la Russia non dovrebbe annettersi territori se lo fa per “proteggere” connazionali?

Abbiamo distrutto la cassaforte del diritto e ora ci stupiamo se i ladri entrano da tutte le parti.

Immaginate se Putin rapisse Zelensky, presentando le prove (che esistono, come abbiamo visto con Azov e i cessi d’oro) della corruzione a Kiev e dell’infiltrazione neo-nazista in alcuni battaglioni.

Lo definiremmo un mostro. Giustamente. Ma quando gli USA fanno cose analoghe, le chiamiamo “azione di difesa preventiva”. Perfino legittima, anche se non si sa bene in base a quale legge di quale regolamento, sancito da quale Diritto.

USCIRE DALLO STADIO PER TORNARE SERI E CREDIBILI

La posta in gioco non è la simpatia per Trump o per Biden, per Meloni, Conte, Renzi, o chicchessia, per la destra o per la sinistra.

La posta in gioco è il principio.

È la difesa dell’idea che esista una legge sopra tutti, anche sopra i più potenti. Che la sovranità di un paese, sia esso l’Italia o il Venezuela, la Bolivia o l’Iran, non sia negoziabile sotto la minaccia di droni o di sanzioni da parte di chi ha più armi atomiche che teatri e centri culturali.

Smettere di tifare. Iniziare a giudicare. Applicare lo stesso metro, spietato e inflessibile, a tutti gli attori sulla scena mondiale. Questo è l’unico atto di vero patriottismo internazionalista che ci resta. Perché se oggi applaudiamo al rapimento di un presidente straniero “scomodo”, domani legittimiamo il rapimento dei nostri, in un mondo dove la forza è l’unico diritto rimasto.

Perché, se giustifichiamo il più forte, entriamo nella legge della Mafia, dove bisogna sperare che il più forte non diventi qualcun altro.

Il vero nemico non è a Est o a Ovest. È nella nostra rinuncia a pensare, a studiare, a comprendere i punti di vista dell’altro, a pretendere coerenza.

È nella nostra comoda, quieta, letale ipocrisia. Un’ipocrisia che ci sta trasformando, da cittadini di democrazie, in complici silenziosi di un impero che è la più grave minaccia per la pace sul pianeta.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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