C’è una sottile linea rossa che separa l’ordine dal caos totale e non è tracciata dai trattati, ma con la fragile astrazione dell’immunità giuridica.
Quando parliamo della cattura di un capo di Stato in carica – che si tratti di Nicolás Maduro o di qualunque altro leader – non stiamo discutendo di un semplice atto di polizia internazionale. Anche perché, in questo caso, non esiste alcun mandato che giustifichi il rapimento di Maduro.
Stiamo assistendo allo smantellamento programmato dell’unico scudo che impedisce alla diplomazia di trasformarsi in una rissa da bar tra potenze nucleari, dove chi colpisce più forte ha sempre ragione.
Se permettiamo che la “legittimità” diventi un’opinione soggettiva sbandierata da una procura straniera, apriamo un vaso di Pandora che nessuna corte potrà mai più richiudere, perché chiunque nel mondo potrà rapire i presidenti di tutti gli altri basandosi sulle medesime tesi.
IL MIRAGGIO DELLA LEGITTIMITÀ E IL CROLLO DELLE IMMUNITÀ
L’atto di guerra che ha portato al rapimento di Maduro è contrario alle norme del Diritto internazionale, perciò è un atto criminale e perseguibile dalla comunità internazionale.
A dichiarare illegittimo il comportamento degli USA è l’Articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce il divieto fondamentale per i membri dell’ONU, i quali “devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualsiasi altro modo contrario ai fini dell’ONU.
Questo principio vieta aggressioni, acquisizioni territoriali tramite la forza e qualsiasi azione che comprometta la sovranità e l’autonomia di una nazione, fondando il moderno diritto internazionale e la sicurezza collettiva”.
Perciò, chi applaude all’azione americana non solo sbaglia perché privo di fondamenti giuridici a sostegno delle proprie tesi, ma diventa complice di un crimine.
L’errore fatale che l’opinione pubblica commette è confondere l’immunità con l’impunità.
L’immunità ratione personae non esiste per proteggere l’individuo dietro il titolo e dietro il ruolo che esercita, ma per proteggere la funzione comunicativa tra Stati sovrani. È la “sacra finzione” che permette a nemici giurati di sedersi allo stesso tavolo senza il timore di finire in manette prima del caffè.
Nel momento in cui Washington decide che Maduro non è più il “legittimo” presidente e quindi non merita protezione, sta creando una norma consuetudinaria basata sul puro arbitrio. Una norma che altri potrebbero usare contro Trump.
È un meccanismo di una semplicità disarmante e pericolosa. Se il riconoscimento diplomatico diventa l’unico prerequisito per l’immunità, allora il diritto internazionale cessa di essere un sistema di regole e diventa un’estensione del dipartimento di stato di chiunque abbia una portaerei e armi atomiche a disposizione. È la legge della forza travestita da etica della legge.
SE IL RAPIRE DIVENTA LEGGE, IL GIORNO IN CUI IL CACCIATORE DIVENTA PREDA?
Proviamo a proiettare questo precedente in un prossimo futuro.
Se l’estrazione forzata di un leader diventa una prassi accettabile e giustificabile, cosa impedirebbe a Vladimir Putin di emettere un mandato di cattura per Zelensky, dichiarandolo responsabile dell’escalation in Ucraina, con i bombardamenti sul Donbass dal 2014?
E cosa gli impedirebbe di rapire un ex o l’attuale presidente americano? La Russia potrebbe indicare in Biden e nei suoi predecessori i mandanti dell’allargamento NATO a Est, farli rapire e processarli a Mosca.
La Corea del Nord potrebbe rapire Trump per legittima difesa. La stessa Danimarca potrebbe farlo, visto che Trump minaccia di prendersi la Groenlandia, con le sue materie prime.
Immaginate una squadra di forze speciali russe o cinesi che operano in un terzo paese per sequestrare un leader occidentale, giustificando l’atto con i “crimini di guerra” commessi in Iraq, in Afghanistan o con i bombardamenti in Kosovo?
Immaginate Mattarella e D’Alema in manette per essere processati in Serbia, in Russia o in Cina?
Non è un’iperbole accademica, ma la conseguenza logica di un mondo senza immunità.
Se accettiamo che gli Stati Uniti possano definire Maduro un “narcotrafficante” per scavalcare le convenzioni di Vienna, dobbiamo accettare che Teheran definisca un inquilino della Casa Bianca un “terrorista” o un “criminale di guerra” per le sanzioni che affamano il suo popolo e per i bombardamenti sui civili, così come per aver inventato le armi chimiche di Saddam per truffare l’ONU e ottenere il via libera ad invadere l’Iraq.
In questo scenario, ogni leader mondiale diventa un bersaglio mobile e ogni viaggio all’estero si trasforma in una missione suicida. Il presidente degli Stati Uniti, l’uomo che guida la nazione più potente del mondo, si ritroverebbe improvvisamente vulnerabile alla “giurisdizione creativa” di Kim Jong-un o degli ayatollah.
In pratica, Trump ha spiegato a Putin che è inutile gettare via miliardi di dollari in una guerra lunga e sanguinosa, quando può rapire il presidente ucraino e processarlo come se niente fosse, in virtù della sua forza militare e della deterrenza atomica.
MATERIE PRIME E MANETTE: LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ESTORSIONE
Ma c’è un livello ancora più cinico in questa decomposizione del diritto. La storia ci insegna che dietro i grandi proclami morali si nascondono quasi sempre interessi minerali. Se il rapimento giudiziario diventa lecito, la “giustizia” diventerà il grimaldello per l’espropriazione delle risorse.
Immaginate una Cina che, per mettere le mani su giacimenti critici di terre rare o materie prime strategiche, decide di non riconoscere più il governo di uno Stato sovrano, cattura il suo leader e lo sostituisce con un fantoccio “legittimo” attraverso un processo farsa a Pechino.
E se lo fanno gli USA, perché non dovrebbero farlo anche Mosca e Pechino?
Se legittimiamo l’uso della forza coercitiva contro gli organi supremi di uno Stato, stiamo dando il via libera a una nuova era di colonialismo giudiziario. Chiunque controlli la corte, controlla la risorsa. È una regressione verso un mondo in cui i leader e la sovranità dei popoli è “sgradevole, brutale e breve”.
SALVARE LA LEGGE PER SALVARE LA CIVILTÀ
Il rischio che stiamo correndo oggi è il fallimento dell’architettura giuridica che tiene insieme il mondo.
La cattura di Maduro può sembrare una vittoria per la moralità a breve termine, ma è un suicidio per la stabilità a lungo termine che soltanto un idiota poteva partorire.
Anzi, un nuovo nazista. Un individuo che adotta metodi mafiosi, “o fai ciò che voglio oppure faccio in modo che ciò che voglio accada con l’uso della forza.”
Il diritto internazionale non è fatto per i tempi di pace tra amici, ma è fatto per regolare la tensione tra nemici che si odiano.
Se rompiamo il giocattolo dell’immunità per colpire un avversario oggi, quand’anche fosse un dittatore, non avremo più alcuno scudo quando l’avversario di domani userà lo stesso identico metodo contro di noi, giudicandoci colpevoli di qualcosa.
Umanizzare il diritto significa capire che siamo tutti potenzialmente vittime della forza se rinunciamo alla protezione della norma.
Questo non significa difendere i crimini eventuali di Maduro, che possono essere giudicati solo da Diritto internazionale e non certo da Trump e dagli USA; stiamo difendendo l’ufficio della presidenza di ogni Stato, compresi gli Stati Uniti, dalla giungla che bussa alla porta.
Se la legge diventa un’arma, la civiltà ha già perso, perché quell’arma sarà usata da tutti contro tutti gli altri.


Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




