di redazione TZ
La folla straripava in Via Dante 8. Un fiume silenzioso e attento che si accalcava sulla soglia e traboccava nel borgo medievale.
All’inaugurazione di “Dreaming”, la personale di Davide Cupola allo “Spazio Arte Gioele Chi?” di Rita Zilocchi, non c’era spazio per il distacco. Solo per l’ascolto.
Un microfono ha permesso di far circolare parole come pigmenti nell’aria gelida di gennaio.
Il Dott. Pasquale Di Matteo, vicedirettore di Tamago-Zine, critico dalla doppia anima geopolitica ed estetica, rappresentante italiano della società culturale giapponese, Reijinsha, ha guidato la folla con una lectio magistralis che è stata tutt’altro che un’introduzione.
È stata una mappa esistenziale e un manifesto sulla storia dell’arte. Al centro del suo discorso, due concetti capaci di sfondare la tela: la potenza metafisica del bianco e l’imperativo categorico di restare bambini.
Il bianco di Cupola, ha spiegato Di Matteo, non è assenza, non è vuoto da riempire. È un campo di forza. È lo spazio in cui il frammento di realtà – un soldato, un’ape, una bambina – viene sospeso, isolato, e quindi elevato a domanda e a concetti universali.
In quegli sfondi bianchi, privi di orpelli e senza orizzonti da individuare, si deposita l’eco delle nostre riflessioni. È un bianco attivo, che costringe l’osservatore a fermarsi, a sostare nel silenzio della propria percezione. Un silenzio che, nella cacofonia visiva dell’era contemporanea, fatta di immagini prive di valore che si consumano come caffè al bar, è un atto rivoluzionario.
Da questo silenzio bianco germoglia il secondo pilastro della presentazione di Di Matteo: l’invito, quasi una richiesta d’aiuto, a conservare lo sguardo infantile.
Il bambino, ha sottolineato Di Matteo, non conosce il “non si può fare”. Trasforma un rettangolo rosso in una zattera, una macchia di blu in un oceano. La sua è una generatività perpetua, alimentata da una curiosità incosciente che disarma la paura.
Cupola, attraverso le sue figure sospese in azioni di delicata, ostinata resistenza, come toccare una sfera oscura o camminare su blocchi di colore, cattura proprio quell’attimo prima che il cinismo del mondo offuschi la possibilità. Prima che l’età adulta prenda il sopravvento, con le sue paure, le sue norme che soffocano la libertà, lo spirito critico e la creatività.
L’artista, ha affermato il critico, ci mostra che smettere di sognare, lasciarsi paralizzare dalla paura, equivale a smettere di vivere. Ogni lavoro di Davide Cupola è, quindi, un promemoria per tutti noi, ovvero che la creatività è l’ultimo, vero strumento di orientamento in un mondo senza bussole.



Le opere esposte, in dialogo perfetto con le parole e i concetti espressi da Di Matteo, confermavano questa tesi con potenza narrativa.
Il dualismo tecnico di Cupola, cioè l’anatomia iperrealistica che improvvisamente si incrina in grumi materici e scorticature della pittura che si agitano su quei bianchi densi di significati e di stimolo a porsi tante domande sul vivere, smuove l’anima di chi osserva, alimenta domande e pensieri.
Quel contrasto non è solo estetico, bensì è etico. Rappresenta lo strappo nella trama ordinaria della percezione, il momento in cui l’idea perfetta si scontra con la ruvida, gloriosa imperfezione dell’esistere.
E quel blu, onnipresente, non è mai solo un colore. È un varco, un’acqua primordiale, l’“altrove” a cui tendono tutti i suoi personaggi. È il sogno stesso che prende sostanza. Una sostanza liquida e inafferrabile, come tutte le cose che hanno davvero importanza per la vita umana, a cominciare proprio dall’acqua e dall’aria.
Vedere una galleria a Castell’Arquato rigurgitare di pubblico, con volti incuriositi premuti contro le opere e contro le vetrine, è stato un dato significativo.
Parla di un bisogno. In un’epoca satura di immagini usa-e-getta, ecco l’arte che impone una pausa, che celebra la solitudine contemplativa come atto di coraggio, che diventa un faro per chiunque abbia ancora spirito critico e acume per esercitare uno sport ormai rivoluzionario e d’élite: pensare.
Cupola, Artista con la A maiuscola, come lo definisce Di Matteo, non offre consolazioni e nemmeno risposte alle tante domande esistenziali che suscita.
La sua è una visione, un’interpretazione personale della vita e di ciò che accade intorno a noi. Le sue opere non hanno la pretesa di indottrinare, ma cercano di suscitare curiosità, di alimentare domande e la voglia di interpretare da sé il mondo, le situazioni e la vita.
L’arte di Cupola, insomma, è un invito alle persone di pensare, di usare il proprio vissuto, la propria filosofia e la propria visione delle cose per comprendere la vita e il mondo. Un invito a diventare protagonisti della vita e non semplici spettatori di passaggio.
È un linguaggio artistico che offre strumenti di resistenza. Perché quella di Davide Cupola è un’indagine sulla solitudine dell’essere che, paradossalmente, crea comunità. E lo ha dimostrato la folla compatta, dentro e fuori, che ascoltava, accorsa per scoprire e per supportare questo artista talentuoso e dal grande futuro.
“Dreaming” non è un’evasione. È un’immersione. È un’esortazione a preservare, custodendolo come un segreto, quel bambino interiore che sa ancora trasformare l’isolamento in un’esplorazione e il vuoto in una camera di risonanza per sogni nuovi.
Un bambino che, tuttavia, non è affatto ingenuo. Non crede come si ha fede in una religione o si tifa per una squadra di calcio, non fagocita ogni racconto come un automa, ma ha spirito critico, conoscenze e coraggio per analizzare ogni cosa e ogni dinamica con profondità, acume e il proprio punto di vista.
La mostra Dreamimg, di Davide Cupola resterà aperta fino al 18 gennaio, un invito a sostare in quel bianco, a farsi interrogare da quel blu, a meditare con la propria testa sulla vita e su quanto accade nel mondo.
Per uscire, forse, un passo più leggeri e un passo più coraggiosi. Con la consapevolezza che, come sostiene Di Matteo, è un passo alla volta che si raggiunge l’infinito.
VISITA LA PAGINA DI DAVIDE CUPOLA IN SOULHARMONY GALLERY, QUI.
Davide Cupola è inserito nel saggio d’arte in lingua inglese, per il mercato anglosassone, e disponibile anche in Italia, The Soul of Art.





