L’ECLISSI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E IL VERO VOLTO DELL’OCCIDENTE

Il fumo sopra Caracas non ha l’odore di una rivoluzione, come scrive qualche servo della propaganda a stelle e strisce.

Sa di cherosene, di asfalto bruciato e di quella pretesa, squisitamente imperiale, di poter riscrivere la geografia del possesso con la forza di un bombardamento a tappeto.

Ha il sentore di quella spartizione del mondo che le superpotenze stanno portando avanti dall’incontro in Alaska in avanti, quando i soliti idioti della propaganda parlavano di fallimento e scrivevano ancora di muli, carriole e altre sciocchezze in Ucraina.

Mentre le prime luci dell’alba del 3 gennaio 2026 accarezzano i resti del complesso militare di Fuerte Tiuna, il mondo si svegliava in un’epoca che credevamo sepolta sotto i trattati diplomatici, scoprendo che la legalità internazionale non è che una sottile vernice pronta a scrostarsi sotto il calore del napalm, quello usato in Vietnam dagli amici e democratici americani.

Gli stessi che il Diritto internazionale lo hanno calpestato più volte, a cominciare dall’Iraq, Paese sovrano invaso sulla base della balla inventata dalla CIA sulle armi chimiche di Saddam Hussein, e in Kosovo, bombardato senza uno straccio di risoluzione ONU.

Donald Trump, in diretta da Mar-a-Lago, ha pronunciato le parole che hanno mandato in frantumi il Diritto e quattro anni di balle sulla Russia di Putin: Nicolás Maduro è in catene. Senza un processo, senza una sollevazione popolare.

«Maduro sarà processato» ha detto Trump. Beh, da chi? In nome di quale Diritto? Per cosa? In nome di quale mandato ONU o della CPI???

È stato sollevato da un’azione di guerra operata da una superpotenza che ha deciso di imporre i propri interessi in quel Paese sovrano. Proprio come la Russia in Ucraina.

Anzi, peggio, perché la Russia si limita a rivendicare le regioni russofone e non ha tentato azioni che portassero alla rimozione dei vertici di Kiev.

Ma la domanda è proprio questa: cosa direbbe l’Europa, cosa i volenterosi, se Mosca prelevasse Zelensky? Ecco, la risposta dovrebbe essere la stessa per Maduro e per Washington, così come la condanna dell’aggressione al Venezuela dovrebbe essere la stessa, con le medesime conseguenze, di quanto visto sull’Ucraina: sanzioni, armi, isolamento.

Ma non illudiamoci. Come abbiamo ampiamente scritto, l’Europa e i suoi leader sono solo zerbini al guinzaglio dell’impero americano e i prossimi giorni lo dimostreranno senza se e senza ma.

IL FANTASMA DI MONROE INDOSSA IL BERRETTO ROSSO

Quella che gli analisti di Washington chiamano”Dottrina Donald” è, in realtà, la versione dopata e priva di filtri della Dottrina Monroe. È il ritorno prepotente all’idea che l’emisfero occidentale sia una proprietà privata degli Stati Uniti.

Marco Rubio, l’architetto ideologico di questa mossa, ha impresso il suo marchio di fabbrica: una vendetta generazionale che mescola anticastrismo viscerale e cinismo energetico.

L’obiettivo dichiarato era la lotta al narcotraffico. Una panzana così sfacciata da risultare quasi poetica nella sua arroganza. I dati sono impietosi: il grosso della cocaina che avvelena le strade americane transita per l’Ecuador, il Messico e le rotte del Pacifico. Non dal Venezuela.

Il Venezuela è un comprimario nel teatro della droga, ma è il protagonista assoluto nel teatro del petrolio.

Washington non ha attaccato un cartello della droga; ha occupato la più grande stazione di servizio del pianeta. Il più grande giacimento di petrolio sul pianeta.

Volevano il greggio pesante, volevano le raffinerie che il chavismo aveva nazionalizzato, volevano estirpare i tentacoli cinesi e russi dal”loro” giardino. E se lo sono presi.

Perché gli USA sono un impero e una superpotenza atomica. Il resto, le sciocchezze su democrazia e stati liberali, è solo chiacchiera da bar, come dimostrano i fatti.

LA FINE MISERA DELL’IDEA BUONA DELL’OCCIDENTE, DA KIEV A CARACAS

Eccola la verità più urticante per noi, abitanti di un Occidente che ama cullarsi nel calore della propria superiorità morale.

Per anni abbiamo gridato allo scandalo per l’invasione russa dell’Ucraina. Abbiamo parlato di sovranità violata, di confini sacri, di diritto internazionale calpestato da Putin. E ora?

Ora gli Stati Uniti hanno fatto esattamente la stessa cosa.

Hanno invaso uno Stato sovrano, hanno catturato il suo capo di Stato e hanno annunciato che lo governeranno direttamente durante una”transizione” dai tempi indefiniti, al termine della quale, ovviamente, sarà messo un altro pupazzo di Washington, come dopo Maidan. E all’Europa non resterà che un altro”Fuck the Eu”. Non sarà ancora la Nuland a dirlo al telefono, ma un altro funzionario USA.

La maschera è caduta. Se condanniamo Putin, ma restiamo in silenzio davanti a Trump, non siamo difensori della libertà, ma semplici tifosi di un amico prepotente. Come già visto a Gaza, d’altronde.

Siamo i beneficiari ipocriti di un sistema che applica le regole solo agli altri, con tanti giornalisti della propaganda a tentare di spiegarci che Maduro è un dittatore, che gli USA hanno le loro ragioni e altre panzane prive delle più elementari norme di Diritto.

L’attacco a Caracas è la prova definitiva che il diritto internazionale è morto. O forse, più onestamente, non è mai esistito, se non come strumento di pressione per chi non ha abbastanza missili per ignorarlo. Uno strumento nelle mani dell’Occidente, per attaccare i nemici di turno.

La mossa americana dimostra implicitamente la logica delle”sfere di influenza”: io mi prendo il Venezuela, tu ti prendi l’Ucraina, e la Cina si prenderà Taiwan.

È un ritorno al feudalesimo globale, dove la sovranità degli Stati minori è solo un optional gentilmente concesso dai signori della guerra.

IL SILENZIO DEI GIGANTI E L’URLO DEGLI ESILIATI

Mentre a Madrid e Miami la diaspora venezuelana stappa champagne, celebrando la fine di un incubo durato un quarto di secolo, a Caracas il silenzio è interrotto solo dal sibilo dei droni. La città è paralizzata.

Non è la gioia della liberazione, ma stupore dopo il trauma.

La “boliborghesia”, quell’élite militare che ha banchettato sulle ceneri del Paese, sta ora decidendo se vendere la propria fedeltà al nuovo padrone o scatenare una guerra civile che trasformerebbe il Venezuela in una nuova Libia.

Le reazioni di Mosca e Pechino sono state sospettosamente protocollari.

Qualche condanna retorica, nessun movimento di truppe. È il cinismo del baratto.

Forse Maduro è stato la moneta di scambio per un altro pezzo di terra altrove. In questo Risiko di carne e petrolio, le vite dei civili sono solo rumore di fondo.

E poi c’è il fattore umano, quello che i comunicati del Pentagono tendono a dimenticare. Penso ad Alberto Trentini, il nostro connazionale che marcisce nelle carceri di Caracas da oltre un anno. Un ostaggio della storia, un pedone dimenticato in una partita tra titani. Quale sarà la sua sorte in questo caos programmato?

Chi si occuperà della giustizia visto che la giustizia è stata calpestata dai nuovi dittatori alla conquista del Venezuela?

L’IMPERO SENZA VELI

Siamo di fronte a un cambio di paradigma brutale. Gli Stati Uniti hanno deciso che la diplomazia è un costo inutile. Perché convincere quando puoi schiacciare con la forza i tuoi nemici? Perché negoziare quando puoi sequestrare?

L’articolo che sto scrivendo non è un elogio del regime di Maduro, ovviamente. Maduro è stato un leader corrotto che ha portato il suo popolo alla fame. Proprio come il regime di Kiev bombardava le zone russofone, vietava lo studio del russo e annaspava in un sistema di corruzione che si sta finalmente scoperchiando.

Ma, così come si è condannato l’uso della forza di Mosca, non si può non condannare con le stesse dinamiche il modo in cui Maduro è stato rimosso, modo che ci dice che il futuro non appartiene alla democrazia, ma alla forza delle armi.

Ma, se l’unica legge rimasta è quella del più forte, allora nessuno è al sicuro, soprattutto se nel sottosuolo ci sono giacimenti di materie prime fondamentali per gli imperi, come in quelli del Venezuela e dell’Ucraina.

Il petrolio venezuelano tornerà a scorrere verso nord, dopo che Maduro aveva chiuso i rubinetti per gli USA, i prezzi alla pompa negli USA scenderanno, e le multinazionali americane recupereranno i loro investimenti interrotti.

Il prezzo da pagare, però, è la nostra integrità morale e la nostra presunta superiorità democratica.

Abbiamo accettato che il mondo sia una giungla dove il leone americano può sbranare chi vuole, purché garantisca la nostra quota di preda. Perché chiunque tifi per l’attacco criminale degli USA approva quanto sta facendo Putin e, anzi, lo invita a rimuovere Zelensky e a porre fine alla guerra.

Caracas brucia e, con essa, brucia l’illusione di un mondo governato dalle regole dove l’Occidente era il secchione della classe.

Benvenuti nel 2026. Benvenuti nell’anno in cui l’Impero ha smesso di indossare la toga per mostrare, finalmente, la sua armatura insanguinata.

Benvenuti nell’anno in cui gli USA hanno dato il via libera alla Russia per prendersi l’Ucraina e alla Cina per fare lo stesso con Taiwan.

Perché chiunque parlasse ancora di Diritto e di democrazia apparirebbe come un idiota.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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