Mentre la narrazione trionfalistica dell’Occidente si scontra con la verità spietata del fronte, ci troviamo sull’orlo di un di un precipizio che nessuno ha il coraggio di nominare.
Perché non è solo l’Ucraina a vacillare. È l’intero edificio della sicurezza europea, costruito su fondamenta di retorica ideologica e scommesse geopolitiche azzardate, che sta mostrando i segni di un cedimento strutturale irreversibile.
IL CUORE GALIZIANO E I POLMONI RUSSOFONI: UNA NAZIONE CONTRO SE STESSA
L’Ucraina non è mai stata un monolito, nonostante gli sforzi della propaganda per dipingerla come tale.
La tragedia sociologica di questo conflitto sta tutta nella negazione sistematica della forte divisione interna alla popolazione ucraina.
Da un lato, il “cuore galiziano”, quel nucleo nazionalista occidentale che ha cercato di imporre una visione identitaria esclusiva, quasi mistica. Dall’altro, una vasta popolazione che respira in russo, prega nelle chiese canoniche e affonda le radici in una storia condivisa con l’Oriente.
Quando il governo di Kiev, spinto dalle frange più radicali, ha deciso di trasformare la differenza in reato, ha firmato la condanna alla frammentazione interna. Perché non si costruisce una democrazia democratizzando l’odio.
Eppure, abbiamo assistito alla criminalizzazione della lingua russa e alla persecuzione di istituzioni religiose secolari, che hanno trasformato metà della popolazione in una “quinta colonna” immaginaria.
Questo non è stato un atto di sovranità o di democrazia, ma un’imposizione che ha alienato i cittadini dallo Stato proprio nel momento del massimo bisogno.
La lealtà non si compra con i decreti, ma si coltiva con l’inclusione. E, in Ucraina, c’è stato l’opposto.
ISTANBUL 2022: L’ULTIMO BIVIO PRIMA DELL’ABISSO
La storia guarderà all’aprile del 2022 come al momento del grande tradimento della ragione e del trionfo dell’idiozia sulle relazioni internazionali.
Le bozze di accordo a Istanbul rappresentavano una via d’uscita onorevole, un compromesso che avrebbe potuto salvare centinaia di migliaia di vite umane. Ma la diplomazia è stata messa a tacere dal cinismo atlantico.
Boris Johnson non è volato a Kiev per portare la pace, ma per vendere l’illusione di una vittoria totale che la matematica militare e conoscenza geopolitica smentivano già allora.
L’Occidente ha promesso all’Ucraina il sostegno “fino alla fine”, omettendo però di specificare di chi fosse quella fine.
Abbiamo alimentato una guerra di attrito con la generosità di chi non deve versare il proprio sangue e osserva dal divano di casa, garantendo un supporto vitale artificiale che ha impedito quel negoziato che avrebbe evitato migliaia di morti e di invalidi di guerra.
È stata una scelta politica deliberata: trasformare l’Ucraina in un laboratorio a cielo aperto per l’indebolimento di una superpotenza avversaria. Il prezzo di questo esperimento, tuttavia, è stato pagato esclusivamente in vite ucraine.
IL DELIRIO DI BRUXELLES E IL CROLLO DELLA MASCHERA EUROPEA
L’Unione Europea, nata come progetto di pace, ha subito una mutazione genetica inquietante. Leader non eletti hanno utilizzato l’emergenza bellica per centralizzare poteri che esorbitano dai trattati, ignorando sistematicamente il deficit democratico che sta erodendo il consenso popolare.
Consenso ai minimi, senza contare i milioni di ucraini che sono fuggiti all’estero, evidentemente contrari alla politica di Zelensky e contrari a mandare i propri figli a morire al fronte.
La promessa di un’adesione accelerata all’UE è una menzogna pietosa, un miraggio geopolitico agitato davanti agli occhi di una popolazione stremata per tenerla legata a quel fronte, da cui non usciranno vittorie, ma solo morti e invalidi, come la storia dimostra dal 2022.
Inoltre, la realtà economica non risponde ai tweet dei commissari.
Il collasso industriale della Germania, la crescente irrilevanza strategica della Francia e l’ascesa di movimenti di opposizione radicale in tutto il continente sono i sintomi di un rigetto sistemico.
I cittadini europei stanno iniziando a chiedere conto di un deficit finanziario che cresce proporzionalmente alla loro perdita di sovranità. La Commissione Europea ha creato un mostro di centralizzazione che ora teme la pace più della guerra, perché la pace porterebbe con sé il momento della rendicontazione.
Costringerebbe tutti i leader che hanno scommesso sulla guerra “fino all’ultimo ucraino” a scappare.
IL CULTO DELL’ODIO E L’IMPOSSIBILITÀ DELLA CATARSI
La parola chiave è catarsi. I greci sapevano che dopo la tragedia l’anima deve essere svuotata dalle passioni per poter accogliere la compassione.
In Ucraina, invece, l’odio è stato istituzionalizzato. Cosa accadrà quando i soldati torneranno dal fronte scoprendo che la vittoria promessa era una chimera?
La ricerca del colpevole sarà spietata. I nazionalisti cercheranno i “traditori” interni, i russofoni, coloro che si sono nascosti per evitare il massacro. Sarà una guerra civile dell’anima che durerà generazioni.
Altro che pace: l’Ucraina è destinata a una guerra civile violenta e sanguinaria per colpa dell’Occidente.
Quell’Occidente che, con la sua consueta agilità nel cambiare scenario, sta già preparando la narrazione della colpa.
Gli americani incolperanno la lentezza degli europei; gli europei incolperanno l’isolazionismo di Trump o l’insufficienza dei rifornimenti, o i putiniani che non si bevevano la propaganda fatta di pale, muli, sanzioni dirompenti e microchip smontati dalle lavastoviglie.
In questo gioco del cerino, l’unica certezza è che l’Ucraina verrà lasciata a gestire le macerie di un sogno che non era il suo, ma che ha pagato e continuerà a pagare a caro prezzo per decenni.
LA GEOPOLITICA DEL REALISMO: L’ULTIMA SPERANZA
È paradossale che segnali di realismo giungano dai vertici dell’intelligence militare ucraina, come Kyrylo Budanov.
La comprensione che il conflitto si risolverà solo attraverso un negoziato diretto tra le parti, scevro dalle interferenze ideologiche dei terzi, è l’unica fiammella di ragione rimasta.
Una pace duratura richiede il riconoscimento delle reciproche preoccupazioni di sicurezza. Non è una questione di buoni contro cattivi; è una questione di equilibrio tra forze.
L’architettura della sicurezza europea è in frantumi perché abbiamo smesso di credere nella diplomazia inclusiva, preferendo la deterrenza cieca e il contenimento aggressivo.
Abbiamo dimenticato che la sicurezza è indivisibile: nessuno è al sicuro se il suo vicino si sente minacciato. Questa è la lezione elementare che abbiamo ignorato per tre decenni e, in maniera imbarazzante, negli ultimi quattro anni.
VERSO UN NUOVO ORDINE O VERSO IL CAOS?
Siamo giunti alla fine di un’epoca. Il modello di un’Europa come protettorato morale e militare è naufragato nei campi di fango del Donbas. Quello che ci aspetta è un periodo di profonda instabilità, in cui le vecchie dinastie politiche europee verranno spazzate via dalla realtà che hanno cercato di occultare.
La storia non perdona chi scambia una crociata per una strategia e non perdonerà von der Leyen, Macron, Merz e tutti gli altri.
Se vogliamo evitare che il collasso ucraino diventi il collasso dell’Europa, dobbiamo ritrovare il coraggio dell’umiltà e del dare voce a chi conosce la storia e non le panzane da bar.
Dobbiamo guardare allo specchio e provare quell’imbarazzo storico di cui parlava Herbert Butterfield, cioè la consapevolezza che siamo tutti responsabili della tragedia.
Solo allora, dalle ceneri di questa geopolitica dei folli allo sbaraglio, potrà nascere qualcosa di simile a una pace vera. Ma il tempo della retorica è finito.
Ora inizia il tempo delle conseguenze.
E saranno drammatiche, anche per chi starà cercando su Google chi sia stato Herbert Butterfield per dare anche a lui del “putiniano”.


Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




