L’ESTINZIONE DELLA PACE E L’EUROPA PIÙ LONTANA DALLA DEMOCRAZIA

Il 2025 non è stato solo un numero sul calendario, ma un precipizio di logica, di buonsenso e di informazione.

Per questo ho scritto La Fabbrica della Paura, libro che, con sole 10 euro e qualche centesimo, spiega in maniera semplice i meccanismi della propaganda.

Guardando indietro dall’alba del 2026, l’immagine che resta dell’Europa è quella di un pugile suonato che continua a colpire l’aria mentre il ring attorno a lui viene smantellato, il pubblico è andato via da un pezzo e gli addetti alle pulizie scuotono la testa e ridono.

Siamo entrati in un’era di “Keynesismo militare”, dove il benessere sociale è stato sacrificato sull’altare di una difesa che non serve per proteggere – contro missili atomici non esiste protezione, – ma consuma e produce ricchezza per chi ha interessi nelle fabbriche di armi.

La sociologia ci insegna che quando le élite perdono il contatto con la realtà, iniziano a produrre allucinazioni collettive. E la guerra in Ucraina è diventata un volano per alimentarle.

LA FABBRICA DEL CONSENSO E LE VERITÀ DI PLASTICA

L’informazione contemporanea opera ormai in maniera più simile a 1984 di Orwell che a una democrazia.

Abbiamo assistito al paradosso di una CIA che, tramite veline anonime e rapporti mai pubblicati, smentisce la paternità ucraina di attacchi contro ii palazzi di Putin, in un gioco di specchi. Si nega per concedere, si ammette per confondere.

Strano che la CIA che non sia intervenuta quando l’Ucraina puntava il dito contro Mosca dopo la distruzione del Nord Stream, che oggi sappiamo essere stato causato da Kiev grazie alla Magistratura tedesca.

Senza dimenticare che la CIA è quella che ha inventato l’esistenza di armi chimiche in Iraq per giustificare l’aggressione e l’invasione di quel Paese sovrano. Perché sì, gli USA aggrediscono nazioni da un secolo, ma li giudichiamo buoni perché la propaganda di Hollywood ha fatto bene il suo mestiere.

I media mainstream occidentali, trasformati in uffici stampa di un asse bellico, hanno diviso il globo in una dicotomia infantile tra buoni e cattivi, aggredito e aggressore. Il sangue dei civili ha smesso di avere lo stesso colore, infatti quello versato dalla “parte giusta” è invisibile, quello dell’avversario è un’arma retorica.

Ma il vero colpo di grazia alla credibilità occidentale è giunto proprio dal fondo del mare.

Il sabotaggio del Nord Stream, che fu subito attribuito con certezza granitica alla Russia, si è rivelato un’operazione interna all’asse occidentale, benedetta dal silenzio complice di Washington e dall’inerzia di Berlino.

È l’archetipo della “False Flag”: colpire sé stessi, o le proprie infrastrutture vitali, per cementare un odio necessario alla prosecuzione del conflitto. La propaganda è lo zucchero che serve a far ingoiare ai popoli il boccone amaro di un’economia di guerra che nessuno ha votato, sistematicamente imposta da una Commissione UE che gli europei non possono votare.

Poi le dittature sono altrove…

DAL WELFARE AL WARFARE: L’INDUSTRIA DELLA MORTE IN BORSA

Mentre le sale d’attesa degli ospedali europei si riempiono, i ponti crollano e le scuole cadono a pezzi, i titoli azionari della difesa registrano record storici.

Non è un caso. È una scelta politica ai danni dei cittadini comuni.

Abbiamo rinominato il riarmo con eufemismi rassicuranti, parlando di “Preserving Peace” e “Prontezza 2030”., boiate di proporzioni bibliche che solo una classe dirigente di fuori di mente poteva partorire.

La neolingua di orwelliana memoria è tornata a dominare i palazzi di Bruxelles. Ogni euro sottratto alla ricerca o alla sanità è un proiettile spedito in un fronte che, ormai, è una voragine senza fondo.

L’Europa è passata dall’essere un progetto di integrazione economica basato sulla pace a un’appendice geostrategica del Pentagono. Perché se c’è un unico vincitore in Ucraina, è chi incassa trilioni di dollari dalla vendita di gas, petrolio e armi. E non serve un disegnino per capire chi abbia aumentato in maniera esponenziale verso l’Europa questo flusso commerciale.

Abbiamo smesso di produrre tecnologia per la vita per diventare subappaltatori di sistemi d’arma americani.

È il trionfo del “Keynesismo militare”, per cui si stampa moneta e si crea debito non più per stimolare l’economia reale, ma per alimentare una distruzione che genera profitto solo per pochi oligarchi.

L’industria pesante europea sta morendo e sulle sue ceneri banchettano i produttori di droni e missili.

IL FALLIMENTO DELLA LEADERSHIP E IL REVISIONISMO DEL POTERE

La crisi dell’Unione Europea è, prima di tutto, una crisi di competenza.

Figure come Ursula von der Leyen e Kaya Kallas hanno guidato il continente verso un vicolo cieco, agendo come zerbini di una Casa Bianca che, nel frattempo, ci imponeva dazi e ci sottraeva investimenti.

Il revisionismo storico ha toccato vette grottesche: affermare che la Russia non sia mai stata attaccata da una nazione europea significa cancellare con un colpo di spugna la Guerra di Crimea, l’operazione Barbarossa e milioni di morti dell’URSS, in gran parte russi.

Se chi guida l’Europa non conosce la storia, è condannato a trasformare il futuro in un cimitero.

Siamo diventati pedine di una guerra per procura che gli Stati Uniti hanno alimentato per decenni, spingendo la NATO fin sotto le finestre del Cremlino.

La pace era possibile a Istanbul nel 2022, quando l’Ucraina non era ancora martoriata, non contava centinaia di migliaia di giovani invalidi e di morti e la sua economia non era al collasso.

Zelensky era pronto alla neutralità. Ma l’asse anglo-americano ha preferito il massacro alla diplomazia, scommettendo su una vittoria militare che la realtà dei fatti ha poi smentito.

Oggi, l’Ucraina è un Paese esausto, governato da una leadership che ha sospeso l’opposizione e la democrazia per sopravvivere alla propria stessa strategia fallimentare.

L’OMBRA DI TRUMP E IL RISVEGLIO DEL MONDO MULTIPOLARE

Il pragmatismo di Donald Trump, per quanto brutale, sta forzando l’Europa a guardarsi allo specchio. Trump non cerca l’egemonia morale, ma l’accordo economico.

Questo approccio potrebbe porre fine al conflitto ucraino semplicemente riconoscendo l’ovvio: la Russia non arretrerà dai territori conquistati e l’allargamento della NATO è stato un errore fatale.

Mentre l’Occidente si chiudeva nel suo fortino, il resto del mondo ha accelerato. Il blocco BRICS non è più una teoria economica, ma un’alternativa geopolitica concreta a cui ogni mese qualcuno nel mondo chiede di partecipare.

La Russia, lungi dall’essere isolata, ha trovato proprio nei BRICS, soprattutto nella Cina e nell’India, partner che hanno reso inutile il regime delle sanzioni.

Abbiamo perso la parità geostrategica sperperando il nostro capitale etico e finanziario in una guerra per procura che ha solo accelerato la nostra deindustrializzazione.

LA RESISTENZA COME UNICA VIA D’USCITA

Il 2026 ci pone davanti a un bivio. Possiamo continuare a vagare come sonnambuli in questa arena gladiatoria, o possiamo scegliere la via della resistenza intellettuale e politica.

La resistenza non è solo un atto di opposizione, ma di esistenza. Significa rifiutare la logica del nemico a ogni costo e pretendere il ritorno a una democrazia reale, dove il denaro venga socializzato per il bene comune e non per la distruzione dell’altro.

Una democrazia in cui non si congelano i conti di chi dissente e si licenziano giornalisti che pongono domande scomode, come accade sempre più spesso in Europa. (Vedi, tra gli altri, Nunziati e Baldan).

Dobbiamo guardare al “modello Alto Adige” come a una lezione di convivenza: l’autonomia e il rispetto delle minoranze sono le uniche armi che non producono cadaveri.

L’Europa deve smettere di essere un suddito dell’America per tornare a essere un attore.

Se non saremo in grado di sognare un futuro oltre il Keynesismo militare, la nostra unica eredità sarà un continente silenzioso, popolato solo da fantasmi e armamenti obsoleti.

Il tempo della diplomazia non è scaduto; è solo la nostra volontà di praticarla che è stata sequestrata da burocrati incompetenti che pensano di giocare alla PlayStation poiché è l’unico modo in cui riescono a esercitare un ruolo.

Per il bene dei nostri figli, è tempo di riprendere la volontà della diplomazia, prima che il futuro venga cancellato dalla follia delle armi e dell’incompetenza allo sbaraglio.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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