Non è stato il terrorismo a causare la strage di Capodanno in Svizzera, e nemmeno una fatalità, ma è stata l’assenza di pensiero a trasformare una festa in un mattatoio.
Nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, il bar “Le Constellation” di Crans-Montana non è stato solo il teatro di una tragedia colposa, ma è diventato il simbolo di una deriva antropologica che abbiamo finto di non vedere.
Almeno 47 morti – con 6 italiani dispersi, al momento in cui scrivo – in un seminterrato che, per logica e per legge, non avrebbe dovuto ospitare nemmeno la metà delle persone presenti. Anzi, non doveva neppure essere adibito a locale pubblico.
Centoquindici feriti che portano sulla pelle il marchio di un sistema che ha scambiato il glamour con la sicurezza, la mancanza di spirito critico per normalità e il gregge con la comunità.
L’ARCHITETTURA DEL MASSACRO
Entrare al “Le Constellation” significava immergersi in un rituale esclusivo. Era una sorta di bunker del lusso.
Eppure, un osservatore dotato di un pizzico d’intelligenza, di un briciolo di spirito critico, avrebbe avvertito immediatamente un brivido diverso da quello del freddo alpino.
Zero finestre. Un’unica rampa di scale larga appena un metro e venti. Nessuna ventilazione meccanica visibile. Una tomba pronta ad accogliere cadaveri, insomma.
In termini sociologici, abbiamo creato spazi che ricalcano la nostra attuale forma mentis: chiusi, claustrofobici, unidirezionali. Di una stupidità inaudita. E, si sa, ignoranza e stupidità causano tragedie.
All’01:28, quando il flashover ha trasformato l’ossigeno in una palla di fuoco alimentata da alcol e decorazioni infiammabili, la fisica non ha fatto sconti, perché la termodinamica non segue le mode del momento.
Il calore estremo ha trasformato quel locale chiuso, e lontano anni luce da qualunque norma di sicurezza, in una pentola a pressione umana.
Perché nessuno di quei ragazzi si è chiesto “come uscirò da qui se succede qualcosa?”.
Per leggerezza, certo, ma anche perché pensare è diventato un atto di resistenza faticoso, quasi d’élite. Persino da sfigati.
L’ANESTESIA DEL GREGGE: LA DITTATURA DEL “COOL” CONTRO L’ISTINTO
Viviamo in un’epoca in cui la percezione del rischio è stata declassata da un’anestesia sociale senza precedenti. I giovani presenti al “Le Constellation” non erano incolti nel senso accademico del termine; molti erano studenti di prestigiose università.
Eppure, erano privi della cultura fondamentale: quella del dubbio, della capacità di pensare, riflettere e criticare.
Il conformismo è un oppiaceo potente e, come in questo caso, è spesso una via che porta alla fine.
Se il locale è pieno, se la musica è quella giusta, se lo champagne scorre con le candele scintillanti fissate al collo della bottiglia, allora il pericolo non esiste. Perché lo fanno anche gli altri.
Perché lo fanno tutti. Perché se il locale è aperto, significa che qualcuno ha concesso i permessi, perciò è a norma. Perché se lo Stato lo consente, allora sarà sicuramente tutto a posto.
Perché se io dissento, vengo additato da tutti.
Si delega la propria sopravvivenza a un permesso comunale ottenuto chissà come, a un’ispezione superficiale del 2024 che ha ignorato l’assenza di dispositivi di sicurezza, alla politica distratta.
Abbiamo insegnato alle nuove generazioni che appartenere a un gruppo, seguire il trend e le mode del momento, essere “nel posto giusto” e non criticare, sia più importante di saper leggere la realtà circostante.
L’identità si costruisce per riflesso, mai per analisi, perciò è difficile che qualcuno possa scampare alla deriva sociale.
L’EROE DERISO: IL PREZZO DELLA SOPRAVVIVENZA È L’ESCLUSIONE
Immaginiamo, per un istante, se un ragazzo, quella notte, avesse guardato quel soffitto basso e quella scala angusta, e avesse detto ai suoi amici: “Ragazzi, qui siamo troppi, non c’è via d’uscita, io me ne vado”.
Cosa sarebbe successo?
Sarebbe stato deriso. Sarebbe stato l’amico “pesante”, quello paranoico, quello che rovina la festa.
Sarebbe stato lui quello sbagliato.
Avrebbe subito il micro-linciaggio sociale che oggi colpisce chiunque provi a esercitare un pensiero divergente rispetto alla massa.
Ma quel ragazzo, oggi, sarebbe vivo.
Questa è la lezione più brutale di Crans-Montana: lo spirito critico, il pensiero e il dubbio, salvano la vita.
La capacità di dire “no”, di sentirsi fuori luogo in un ambiente oggettivamente pericoloso, di non essere d’accordo con il pensiero dominante, o con la moda del momento, è ciò che separa un sopravvissuto da una vittima.
La cultura non è un accumulo di nozioni da spendere in un talk show, ma è l’arma che ti permette di decodificare le notizie, gli avvenimenti, lo spazio e il tempo. È la capacità di distinguere un’opportunità da una trappola, una verità da una menzogna.
IL FALLIMENTO DELLE ÉLITE E IL MATTATOIO AUTORIZZATO
Non possiamo però limitarci alla critica verso i giovani senza guardare al fallimento di chi quel “mattatoio” lo ha autorizzato.
La proprietà del “Le Constellation” ha operato in spregio alle norme OIBT 2016 e alla Direttiva 89/391/CEE, anteponendo il margine di profitto alla vita umana.
Si tratta di individui che hanno venduto l’illusione della sicurezza in cambio di un biglietto d’ingresso.
Le autorità locali, con le loro ispezioni sbrigative, hanno avallato un crimine annunciato, perché, quando l’economia diventa una religione, la sicurezza diventa un costo da tagliare. Anche quando si corre il rischio di mandare al creatore decine di persone.
Tutto per profitto. Perché, che si tratti di bar o di una guerra, il motivo è sempre legato ai soldi.
È la patologia del profitto rapido unita alla pigrizia intellettuale di chi non pensa e adotta la filosofia del “ma sì, cosa vuoi che succeda?”, tutto condito dall’inerzia di chi avrebbe dovuto vigilare e pretendere il rispetto delle norme sulla sicurezza.
Un mix letale che ha trasformato un borgo alpino in un inferno.
TORNARE A PENSARE PER NON MORIRE
Se non ripristiniamo l’uso del pensiero critico come valore fondamentale dell’educazione, continueremo a piangere morti evitabili.
Dobbiamo avere il coraggio di insegnare ai giovani che la cultura è la loro vera armatura. Che aver paura, che criticare, che mettere in discussione, quando tutti ridono, può essere l’atto più intelligente del mondo.
Bisogna insegnare ai giovani che dubitare di un’autorità o di un pensiero dominante non è un difetto, ma una strategia evolutiva che distingue gli sfigati della massa dalle persone dallo spessore superiore.
Quarantasette vite spezzate sono il prezzo di una società che glorifica il senso di appartenenza e la negazione del pensiero a scapito del senso di realtà.
Se vogliamo onorare quelle vittime, dobbiamo smettere di essere un gregge anestetizzato e ridare voce a chi sa ancora pensare fuori dal coro.
Dobbiamo tornare a guardare le uscite di sicurezza prima di guardare il menu; dobbiamo ascoltare chi dissente e chi pone domande scomode, anziché deriderli, licenziarli o chiudere i loro conti correnti.
Perché, alla fine, la differenza tra la vita e la morte non la fa un brindisi, non la fa una norma, non la fa la moda e nemmeno un pensiero unico, ma la capacità di pensare con la propria testa.
La cultura non serve a capire i libri che si sono letti e studiati, ma a non farsi bruciare vivi dalla stupidità collettiva.
Spesso la stupidità di chi è al potere.




