IL LUPO PERDE IL PELO, MA PUTIN PERDE IL VIZIO (DI ESSERE COLPEVOLE ANCHE DEL TUO RAFFREDDORE)

Ormai, la narrazione della propaganda occidentale somiglia a una sceneggiatura scartata dai fratelli Grimm perché “troppo assurda”.

Siamo arrivati a quel punto.

Se stamattina vi si è versato il caffè sulla camicia bianca o se la vostra connessione Wi-Fi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione, non cercate spiegazioni tecniche. Se vi siete svegliati con il mal di gola, se vi sono cadute le chiavi o non trovate il portafoglio, è stato lui, il colpevole universale.

Lo Zar. L’uomo che sussurrava ai lupi.

I LUPI SONO AGENTI DEL CREMLINO

L’ultima frontiera del giornalismo “di qualità” ci informa, con la gravità che si riserva di solito alle pandemie o ai crolli azionari, che la guerra di Putin uccide persino in Finlandia.

E lo fa attraverso i lupi. Pare, infatti, che i predatori russi abbiano deciso di ignorare i visti d’ingresso per sconfinare e fare strage di renne finlandesi.

La logica è da ribaltarsi dalle risate: i cacciatori locali sono impegnati a monitorare i confini, in procinto dell’invasione russa, perciò i lupi si riproducono indisturbati e, guidati evidentemente da un navigatore satellitare programmato e guidato da Mosca, corrono a sbranare le renne di Babbo Natale.

Non è più una guerra tra nazioni, ma è una piaga biblica dove persino la biodiversità è arruolata nel KGB.

Se domani leggessimo che le zanzare siberiane sono addestrate a pungere solo i leader atlantisti, la sorpresa sarebbe minima.

In pratica, se non sai a chi dare la colpa, dai la colpa a Putin. Funziona sempre, non richiede prove e garantisce un discreto numero di clic tra gli appassionati del brivido geopolitico da tastiera e tra chi ancora crede a pale, microchip, muli, carriole e altre panzane.

A chi, insomma, ha fagocitato ogni sciocchezza, diventando terreno fertile per fake news e propaganda.

GLI “AMICI” DELL’UCRAINA: SALVARTI FINO ALL’ULTIMO RESPIRO (IL TUO)

Ci sono i cosiddetti “amici” dell’Ucraina. Quelli che, seduti comodamente sui loro divani a Parigi, Londra, Roma, urlano che la pace è un insulto e che l’unico modo per onorare il popolo ucraino è continuare a trasformare il suo territorio in un immenso laboratorio a cielo aperto per l’industria bellica.

È una forma di amicizia che somiglia sinistramente a quella di chi, per aiutarti a spegnere l’incendio in casa, decide di lanciarti delle taniche di benzina perché “il fuoco va combattuto con la luce”.

Questi paladini della libertà amano l’Ucraina a tal punto da volerla vedere integra, certo, ma possibilmente spopolata e ridotta in macerie, pur di poter dire di aver “indebolito Mosca”.

Il sangue degli ucraini è diventato la valuta con cui l’Occidente paga la sua presunta superiorità morale.

Il bilancio di questa operazione è agghiacciante: un intero Paese distrutto in cambio di un posizionamento tattico che avrebbe potuto essere risolto in tre settimane di diplomazia reale, se solo la parola “compromesso” non fosse stata dichiarata illegale dai tribunali di chi parla di pace giusta e di vittoria fino all’ultimo ucraino.

L’AVANZATA DEI GUERRAFONDAI IN PIGIAMA MIMETICO

Ma il fenomeno più inquietante non accade al fronte, bensì nei talk show e sui social media italiani.

È qui che incontriamo la fanteria dei “guerrafondai in pigiama mimetico”.

Soggetti che non hanno mai tenuto in mano nulla di più pericoloso di un telecomando, ma che sprizzano aggressività verso chiunque osi suggerire che, forse, parlare di pace non è un atto di alto tradimento.

Il clima di intolleranza ha raggiunto livelli patologici.

Se non ripeti il mantra egemonico, scatta la squadraccia digitale. Abbiamo visto aggressioni a storici e professori, come il caso del Professor D’Orsi, colpevoli di avere una memoria più lunga di un post su X.

La violenza verbale è il sintomo di una democrazia che ha paura del dubbio.

Si creano meme con l’intelligenza artificiale per sbeffeggiare chi ragiona, si invadono i commenti con insulti fotocopia, spesso di troll organizzati per diffondere fake news e propaganda.

È la sociologia della mandria: individui che non hanno un’idea propria e che, per sentirsi parte di qualcosa, si aggregano sotto il capo di turno che indica loro chi sbranare oggi.

La libertà d’espressione è diventata un lusso per pochi coraggiosi, mentre la massa preferisce il conforto del pensiero unico, possibilmente urlato. E guai a ricordare che la storia ci dice che tutte le dittature sono cominciate in questo modo.

ZELENSKY, TRUMP E LA DIPLOMAZIA DELL’ULTIMO MINUTO

Mentre i pigiami mimetici nostrani sognano la marcia su Mosca, la realtà bussa alla porta.

Zelensky, che fino a ieri sembrava aver rimosso la parola “negoziato” dal suo vocabolario, ora scopre improvvisamente che forse è il caso di incontrare Donald Trump.

Il piano di pace in venti punti (o ventotto, a seconda dei venti che spirano da Washington) è lì, sul tavolo.

Contiene passaggi che Mosca rifiuterà? Probabilmente.

È un tentativo disperato? Forse.

Ma indica una verità ineludibile: la propaganda può ignorare la realtà per anni, ma non può sconfiggerla.

La Russia non sta fallendo domani mattina, nonostante i titoli trionfalistici che leggiamo da quasi quattro anni. L’Europa, invece, sta pagando il conto della sua stessa miopia, sabotando ogni spiraglio diplomatico per timore di scontentare i padroni del vapore d’oltreoceano.

L’AUTONOMIA COME ATTO DI RESISTENZA

In questo scenario, mantenere un’autonomia di giudizio non è solo un esercizio intellettuale, ma un atto di resistenza civile e un dovere civico, di cittadini che hanno a cuore la democrazia.

La verità è la prima vittima di ogni conflitto, ma la dignità umana muore subito dopo, quando smettiamo di ascoltare chi la pensa diversamente.

Sostenere l’informazione indipendente significa impedire che il racconto del mondo sia scritto esclusivamente da chi ha interessi nel vederlo bruciare.

Perché, alla fine, tra un lupo russo “agente segreto” e un politico europeo che parla di pace mandando altri a morire, il vero predatore non è quello con la pelliccia.

È quello con il colletto bianco e il pigiama mimetico ben stirato sotto il completo d’ordinanza, che sorride nei talk show con lo stesso sorriso di un venditore.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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