L’EUROPA NEL LABIRINTO: TRA PROPAGANDA DI GUERRA, VERITÀ STORICHE E IL TRAMONTO DELL’EGEMONE

Geopolitica, oggi, significa spesso mentire.

Da un lato, i bollettini ufficiali descrivono una Russia tecnologicamente primitiva, impantanata nel fango del Donbass e costretta a subire la perdita di 1000 soldati al giorno; dall’altro, viene dipinta come un mostro inarrestabile, pronto a divorare le repubbliche baltiche e a minacciare l’integrità dell’intera NATO.

Questa narrazione bipolare non è un cortocircuito, come si potrebbe pensare, ma uno strumento di gestione del consenso.

IL PECCATO ORIGINALE E IL PESO DELLE PROMESSE INFRANTE

Per vedereil fumo che avvolge il fronte ucraino, occorre tornare al 1990.

Jeffrey Sachs, economista di fama mondiale e Direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University, ha recentemente sollevato un velo su quella che definisce la “verità storica” del conflitto.

Secondo Sachs, la genesi della crisi non è stata un’improvvisa follia espansionistica del Cremlino, ma in un trentennio di promesse tradite, proprio come anche noi di Tamago abbiamo scritto settimane fa.

Germania e Stati Uniti assicurarono ripetutamente alla leadership sovietica che la NATO non si sarebbe mossa “di un solo pollice verso est” in cambio della riunificazione tedesca.

Quel patto, mai messo nero su bianco, ma testimoniato da innumerevoli documenti d’archivio, rappresenta per Sachs il vero casus belli.

Il tradimento non è stato solo geografico, ma anche diplomatico.

Sachs punta il dito contro Angela Merkel, l’ex Cancelliera tedesca, rea di aver ammesso che gli Accordi di Minsk del 2015 non erano un reale progetto di pace, bensì un espediente per “guadagnare tempo” e armare l’Ucraina.

Poi la Merkel ha parzialmente ridimensionato le sue affermazioni su pressione degli attuali leader europei, ma è impossibile credere che una politica di tal calibro abbia raccontato certi aneddoti senza pesare le parole o che l’abbia fatto perché putiniana.

Perciò, vediamo che, quando la politica rinuncia alla buona fede, la guerra diventa inevitabile.

IL SUICIDIO DI BRUXELLES E LA FINE DELL’UNIPOLARISMO

Mentre Washington sembra riconsiderare il proprio ruolo di gendarme nel mondo, l’Unione Europea pare decisa a gettarsi nel baratro.

Raniero La Valle, storico giornalista e politico dalla lunga esperienza parlamentare, descrive una Bruxelles “fuori dal mondo”.

L’Europa starebbe combattendo per un’egemonia statunitense che, nei fatti, è già tramontata. Il modello unipolare nato dopo la caduta del Muro di Berlino è in macerie, eppure i leader europei si ostinano a finanziare il conflitto a colpi di debito.

La cifra è impressionante: 90 miliardi di euro stanziati per Kiev. Soldi che i cittadini europei pagheranno per anni, mentre le economie nazionali boccheggiano e la classe dirigente fatica a varare leggi di bilancio sostenibili.

La Valle vede in Donald Trump l’interprete di un’America stanca di essere un impero. Se gli Stati Uniti cambiano rotta, l’Europa rischia di restare sola in una trincea ideologica che non può permettersi, se non mandando al macero la sicurezza e il benessere degli europei.

LA MACCHINA DELLA DISINFORMAZIONE E LA REALTÀ DEL FRONTE

Il contrasto tra i palazzi del potere e la realtà dei fatti è evidente nella frattura clamorosa all’interno della stessa amministrazione americana.

Da una parte, agenzie come Reuters diffondono report dell’intelligence su una presunta invasione imminente dell’Europa; dall’altra, Tulsi Gabbard, designata Direttrice dell’Intelligence Nazionale statunitense, bolla queste notizie come propaganda pura.

Secondo la Gabbard, si tratterebbe di un tentativo deliberato dei “guerrafondai” per sabotare ogni possibile apertura diplomatica.

Nel frattempo, la guerra si allarga in modo subdolo.

Si registra una pericolosa “normalizzazione” di attacchi ucraini contro la flotta ombra russa nel Mar Caspio e persino nel Mediterraneo.

Queste operazioni, spesso ignorate dai titoli di testa, portano il conflitto a un passo dalle nostre coste.

Sul terreno, i dati parlano chiaro: località come Kupiansk e settori chiave del Donbass stanno tornando sotto il controllo russo.

Putin, nella sua conferenza di fine anno, è apparso saldo, forte di un’economia che ha retto l’impatto delle sanzioni e di una forza d’urto che conta ormai oltre 700.000 uomini al fronte.

Ma se 700.000 uomini non hanno ancora conquistato l’Ucraina, è impossibile che possano arrivare a Lisbona prima dell’anno 3300, nonostante gli allarmi dei leader europei.

IL DILEMMA DELLA LEGITTIMITÀ E L’OMBRA DI GAZA

Esiste poi un problema di legittimità che l’Occidente preferisce tacere. Il mandato di Volodymyr Zelensky è tecnicamente scaduto, e lo svolgimento di nuove elezioni è impedito proprio dallo stato di guerra.

Di fatto, Zelensky è senza mandato popolare. Di fatto, non si sa se il popolo lo riconfermerebbe. Di fatto, nessuno può dire che gli ucraini vogliono la guerra anziché la pace, anche se milioni di ucraini – soprattutto giovani – sono fuggiti all’estero dal 2022, cosa che farebbe propendere per la pace.

Putin ha lanciato una provocazione diplomatica: fermare i bombardamenti per permettere il voto. Kiev ha risposto con un secco rifiuto, temendo che la democrazia sotto pressione russa sia solo un cavallo di Troia.

Questa instabilità si riflette anche nello scacchiere mediorientale.

La Valle traccia un parallelo inquietante tra l’Ucraina e Gaza. In entrambi i casi, la logica della forza ha sostituito il diritto internazionale.

La soluzione “due popoli, due Stati” in Palestina sembra ormai svuotata di senso dalla politica degli insediamenti e siamo di fronte alla crisi del modello di Stato moderno, che non riesce più a garantire la convivenza, ma solo il dominio etnico o militare.

LA PACE COME IMPERATIVO DI SOPRAVVIVENZA

L’apertura di Emmanuel Macron a un dialogo con il Cremlino, accolta positivamente da Mosca, rappresenta forse l’ultimo barlume di realpolitik in un continente accecato dall’ideologia.

Ma la diplomazia richiede coraggio. Richiede di smettere di mentire ai cittadini, raccontando fake news.

La pace non è più una scelta morale tra opzioni diverse, ma l’unica condizione necessaria per evitare l’estinzione.

In un’epoca dove l’intelligenza artificiale guida i droni e le testate nucleari restano silenziose, ma pronte a distruggere città europee e vite umane, la guerra non è e non può essere la soluzione.

Sarebbe la fine della storia. E parlare di coraggio o codardia è roba da TSO, perché il coraggio, in questi casi, è l’incoscienza di chi guida bendato a 200 all’ora, dando del codardo a chi gli chiede di fermarsi e di togliersi la benda.

L’Europa deve decidere se essere il ponte di un mondo multipolare o l’ultima, indebitata provincia di un impero ridotto a un cumulo di macerie.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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