Bruxelles non è più la luce di un sogno, ma è diventata la sala operatoria dove si sta praticando una lobotomia di massa su mezzo miliardo di persone.
Forse l’immagine è un po’ forte, ma rende bene l’idea di cosa stia accadendo.
Mentre camminiamo sonnambuli verso il baratro, convinti di marciare verso la vittoria contro una superpotenza atomica, l’architettura democratica che abbiamo impiegato settant’anni a costruire viene smantellata. Pezzo dopo pezzo. Silenziosamente.
LA NUOVA INQUISIZIONE E LA MORTE CIVILE
Non servono più i gulag e il filo spinato è obsoleto, nell’era digitale.
Oggi la dissidenza si spegne con un click bancario.
Già avevamo avuto un’avvisaglia con i casi Baldan e Nunziati. Al primo avevano chiuso tutti i conti per un libro sulle magagne di Ursula von der Leyen; il secondo è stato licenziato perché, da giornalista, ha posto una domanda scomoda. (Trovate l’articolo su questi casi in calce).
Perciò, il caso di Jacques Baud non è affatto un incidente di percorso, ma è il prototipo della nuova giustizia amministrativa europea. Un ex colonnello, un uomo dei servizi, un tecnico che ha servito la NATO e l’ONU, si trova improvvisamente trasformato in un fantasma.
Non per aver venduto segreti. Non per aver tradito. Ma per aver osato articolare un pensiero complesso in un mondo che accetta solo slogan binari.
Kaja Kallas, sacerdotessa di questa nuova religione della follia contro il dissenso, ha firmato una condanna che non prevede appello, né tribunale, né difesa.
Senza nessun potere giuridico, come una qualunque dittatura che l’Europa dice di voler combattere, la stessa Europa ha congelato la vita di un uomo sulla base di un “reato d’opinione” retroattivo.
L’accusa di essere “portavoce di teorie complottiste”, come quella, ormai documentata storicamente, delle responsabilità occidentali nell’escalation ucraina, è la versione postmoderna dell’eresia.
Baud è stato cancellato finanziariamente e socialmente non perché le sue analisi fossero false, ma perché erano intollerabili. Perché la verità, quando diverge dalla narrazione di guerra, diventa un atto di sabotaggio per il pensiero dominante. Proprio come accade in qualsiasi dittatura.
E il sabotatore va annientato. Questa è la morte del Diritto ed è la morte civile: l’esilio stando fermi, la cancellazione dell’identità giuridica ed economica del cittadino colpevole di non applaudire al momento giusto. O, peggio, di andare contro al pensiero di chi comanda.
IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI E LA RESA DELL’INTELLETTO
Ma il virus del pensiero unico non colpisce solo i singoli, ma infetta le istituzioni culturali.
Quello che sta accadendo intorno a Limes e alla figura di Lucio Caracciolo è, se possibile, ancora più inquietante. Non siamo di fronte a una semplice divergenza editoriale, ma ad una “serrata dei ranghi” di stampo militare. Quasi di stampo fascista.
Le dimissioni coordinate di generali e accademici dalla rivista non sono un atto di protesta, ma un chiaro segnale di allineamento. È il sistema che espelle il corpo estraneo.
Caracciolo, colpevole di esercitare il dubbio metodico e l’analisi geopolitica invece della propaganda, è diventato un bersaglio. In un tempo di guerra, la sfumatura è tradimento.
Chiunque osi dire “il Re è nudo”, o anche solo “il Re è vestito male”, viene automaticamente etichettato come agente del nemico.
Addirittura, si arriva a sostenere che sia il momento per scegliere da che parte stare, incuranti del fatto che chi fa analisi serie e oneste non può che stare dalla parte della Storia e dei fatti.
Invece, oggi prevale il tifo sulla professionalità e chi è professionale è un difetto sociale perché non crede ciecamente alla religione del pensiero dominante.
Hanno trasformato la complessità del reale in una favola infantile di Buoni contro Cattivi, per cui il dubbio è un peccato mortale. La società aperta si sta chiudendo a riccio, soffocando nella propria camera dell’eco, terrorizzata dall’idea che la realtà possa essere diversa dai comunicati stampa di Kiev o di Bruxelles.
IL FURTO DEL FUTURO: L’ECONOMIA DI GUERRA NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI
Mentre l’intelletto viene anestetizzato, le tasche vengono svuotate. La narrazione eroica del riarmo europeo, il fantomatico piano “Readiness 2030”, non è un’astrazione, ma una mano che entra nel vostro portafoglio. Ora.
La Legge di Bilancio italiana è lo specchio di questa follia. Un governo che si dichiara solido, forte di un mandato popolare, si muove come un ladro nella notte, approvando manovre cruciali a colpi di fiducia, bypassando quel Parlamento che dovrebbe essere il tempio della sovranità.
E tra le pieghe di questi decreti troviamo il saccheggio del risparmio privato per finanziare il debito pubblico e, di riflesso, l’industria bellica.
Il meccanismo del silenzio-assenso sul TFR è una forma di coscrizione finanziaria. Se non urli “no” entro sessanta giorni, i soldi della tua liquidazione, il sudore di una vita di lavoro, verranno spostati dalle casse aziendali ai fondi d’investimento, per iniettare liquidità in un sistema che brucia risorse in armamenti.
Ci promettono tagli del cuneo fiscale, sventolano bandiere di vittoria per tre euro netti al mese in più in busta paga, mentre dall’altra parte ci spostano l’età pensionabile di anni, tradendo ogni promessa elettorale sulla Legge Fornero.
LO STATO DI DIRITTO COME ARMA GEOPOLITICA
L’aberrazione finale si consuma sul piano giuridico internazionale. La bramosia di mettere le mani sugli asset russi congelati, quei famosi 200 e passa miliardi, segna la fine della credibilità finanziaria dell’Occidente.
La Kallas e i tecnocrati di Bruxelles stanno cercando di riscrivere il concetto di proprietà privata e di immunità sovrana. Vogliono trasformare la “culla del diritto” nel suo sepolcro.
Non importa che il Belgio tremi per le conseguenze sul sistema Euroclear; non importa che sia illegale secondo ogni norma vigente. Non importa nemmeno che nessuno sano di mente investirà più in Europa, temendo espropri a ogni alito di vento.
La legge non è più un limite per i vertici del potere europeo, ma uno strumento per esercitare quel potere.
Se non c’è una norma per rubare quei soldi, ne scriveranno una nuova domani mattina. È la legalizzazione del saccheggio. E il messaggio che mandiamo al resto del mondo, al Sud Globale, alla Cina, all’India, è devastante: i vostri soldi sono sicuri da noi solo finché obbedite alla nostra politica estera.
Il che significa che quei paesi scapperanno a gambe levate e non investiranno più.
L’ULTIMO RESPIRO DELLA RAGIONE
Siamo in guerra. Non ce lo dicono apertamente, ma lo siamo.
Siamo in guerra contro la Russia, certo, ma soprattutto siamo in guerra contro noi stessi, contro la nostra storia, contro la logica.
L’Europa dei popoli è in guerra contro l’Europa dei tecnocrati.
La Russia non accetterà mai un “cessate il fuoco” farsa che serva solo a riarmare l’Ucraina, proprio come scrivevamo nel 2022; Mosca vuole trattati, garanzie, realtà.
L’Europa, invece, vive nell’allucinazione.
L’unica, tragica speranza che ci rimane è il fallimento. Il paradosso supremo è che potremmo essere salvati solo dalla nostra stessa inettitudine. Forse, solo il collasso economico, l’incapacità fisica di trovare i miliardi necessari per alimentare questa follia bellica, potrà fermare la locomotiva europea prima che deragli definitivamente e mandi milioni di giovani europei a morire al fronte.
Siamo arrivati a questo: sperare nella bancarotta per evitare l’apocalisse, per colpa della follia di omuncoli che qualcuno ha l’ardire di definire leaders.
Ci stanno vendendo la povertà come virtù civica e la censura come protezione. Hanno creato un mostro burocratico che, nel tentativo di uccidere Putin, sta divorando il futuro dei giovani europei.
E mentre il sipario cala sulla ragione, l’unica cosa che si sente è il silenzio assordante di chi avrebbe dovuto gridare, invece ha creduto alle quattro tipologie di cancro di Putin, ai microchip smontati dalle lavastoviglie, ai muli, alle pale ottocentesche, alle sanzioni dirompenti di cui parlava Draghi a settembre 2022, quelle che nei mesi successivi avrebbero messo la Russia al tappeto.
Insomma, follia di chi comanda e ignoranza di chi ha fagocitato ogni panzana, pensando di respirare il profumo di grandi statisti.


Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




