LA GRANDE LIQUIDAZIONE DI KIEV E IL SILENZIO DELLE CASSE EUROPEE

C’è un’ironia crudele, quasi teatrale, nel fatto che l’ultimo atto della tragedia ucraina vada in scena tra i velluti dell’Hotel Adlon di Berlino.

Mentre, fuori, la Polonia scava trincee al confine ucraino e l’Europa conta gli spiccioli rimasti in cassa, dentro, sotto i lampadari di cristallo che hanno visto passare imperatori e dittatori, Volodymyr Zelensky sta cercando di vendere fumo a chi ha fatto fortuna nel mercato immobiliare di New York.

La diplomazia, si sa, è l’arte di dire “è simpatico” a qualcuno che vorresti asfaltare. Ma qui è finito persino il carburante per accendere il rullo compressore.

Siamo onesti. Quello che sta accadendo a Berlino non è un negoziato di pace tra pari, ma una procedura fallimentare gestita da curatori internazionali sempre più impazienti e con la testa già proiettata su altri fronti.

L’ECONOMIA DELLA DISPERAZIONE E LA SOLIDARIETÀ IN BANCAROTTA

Per capire la vera natura di questo vertice, bisogna guardare lontano dai riflettori della Porta di Brandeburgo. Bisogna guardare ai bilanci statali.

L’Europa, che per due anni ha recitato la parte del benefattore inesauribile, ha scoperto improvvisamente che la virtù ha un prezzo che non può più permettersi. Le casse sono vuote. E no, non è una metafora.

La Repubblica Ceca, con il pragmatismo brutale del premier Babis, ha chiuso i rubinetti: ogni corona serve ai cittadini cechi, non alle guerre altrui. La Danimarca dimezza gli aiuti futuri. La Svezia, per mantenere le promesse a Kiev, deve tagliare fondi ad altri disperati del globo.

È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica: spostiamo la miseria da un conto all’altro sperando che nessuno noti il dramma.

La retorica della “vittoria finale” è sempre più grottesca a chi non vive di illusioni.

LA MAPPA NON È IL TERRITORIO: IL BLUFF DI KUPYANSK

Si sa, quando non hai soldi e perdi terreno, devi fabbricare una realtà alternativa. L’annuncio della “riconquista” o “liberazione” di Kupyansk da parte di Kiev, smentita nei fatti e confusa nelle dichiarazioni tra Zelensky e il suo stesso generale Syrskyi, è un classico esempio di framing disperato.

Si annuncia una vittoria inesistente per avere una fiche da puntare sul tavolo verde dell’Adlon.

Ma Steve Witkoff e Jared Kushner, gli inviati di Trump, non sono burocrati di Bruxelles che si commuovono per un PowerPoint ben fatto. Loro guardano le mappe reali sul campo di battaglia. E le mappe reali dicono che il Donbass sta scivolando via, villaggio dopo villaggio, con roccaforti come Pokrovsk e Myrnohrad che attendono il loro turno nel tritacarne.

IL PARADOSSO TEDESCO: NEGOZIARE LA PACE, SCAVARE TRINCEE

C’è un dettaglio che smaschera l’intera narrazione occidentale, un dettaglio che vale più di mille comunicati stampa. Mentre Friedrich Merz fa gli onori di casa parlando di “pace duratura”, l’Europa invia truppe al confine orientale della Polonia per erigere barriere anticarro e stendere filo spinato.

Fermatevi a riflettere.

Se la Russia fosse davvero al collasso e il suo esercito prossimo a crollare per le controffensive ucraine, prossimo al collasso economico e militare che ci hanno raccontato per mesi, perché la NATO sta costruendo una Linea Maginot e continua a pianificare miliardi per il riarmo, mentre Rutte dice che dobbiamo prepararci a una guerra come quelle vissute dai nostri nonni?

La verità è che l’Occidente teme un crollo totale del fronte ucraino.

Le trincee in Polonia non servono a fermare una Russia sconfitta, ma a contenere una Russia che avanza.

Nessuno ha paura di un pugile all’angolo che non muove più le braccia, ma tutti temono l’avversario che continua a colpirlo.

IL NEGOZIATO DELL’ASSURDO: VENDERE CIÒ CHE NON SI POSSIEDE

All’Adlon, Zelensky ha calato le sue due carte migliori.

La prima: «Restiamo dove siamo». Un congelamento del fronte che cristallizzi la situazione attuale, rifiutando l’idea americana di una zona cuscinetto che richiederebbe un ulteriore arretramento ucraino, ma che garantirebbe più stabilità e concretezza.

«Se noi indietreggiamo, devono farlo anche i russi», dice. Logica ineccepibile in un dibattito accademico e in una situazione in cui non vi fosse qualcuno che sta vincendo e l’altro che sta vincendo, ma irrilevante quando l’artiglieria e la capacità industriale avversaria hanno una superiorità schiacciante.

La seconda carta è ancora più debole: la rinuncia alla NATO.

Kiev offre di non entrare nell’Alleanza in cambio di garanzie di sicurezza bilaterali blindate (modello Articolo 5). Ma si tratta di un capolavoro di illusionismo. Zelensky sta offrendo di rinunciare a qualcosa che né Trump né Putin – come emerso nei colloqui in Alaska – avevano mai seriamente considerato di concedergli.

È come cercare di pagare il conto del ristorante promettendo di non comprare la Fontana di Trevi.

L’ULTIMA SPIAGGIA

Yuri Ushakov, l’uomo del Cremlino, osserva da lontano con il distacco di chi sa che il tempo lavora per lui. Mosca considera le proposte di elezioni o tregue temporanee come semplici stratagemmi per riarmarsi. Non abboccheranno.

Siamo alla fine della fiera.

L’Europa ”volenterosa” oggi manderà i suoi leader, inclusa Giorgia Meloni, a fare presenza, ma la realtà è che il destino dell’Ucraina si sta decidendo altrove, tra l’impazienza di Mar-a-Lago e il cinismo di Mosca.

Le casse vuote dell’Europa e le trincee piene di fango del Donbass hanno già emesso la sentenza. A Berlino si sta solo discutendo come scrivere il necrologio di un’illusione geopolitica, cercando di spacciarlo per un successo diplomatico.

Intanto, ogni ora che passa senza chiudere la guerra, decine di ucraini muoiono, perché, per tanti eroi da tastiera e da divano in cerca di paci giuste, sono solo numeri senza anima e tessere del Risiko.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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