IL 25 NOVEMBRE E LA RIVOLUZIONE ROSSA DI ELINA CHAUVET

Oggi è il 25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Come ogni anno, i governi snocciolano statistiche che sanno di fallimento e le aziende si tingono di rosso per un marketing della coscienza spesso effimero.

Ma ci sono le scarpe. Sono scarpe rosse. Centinaia. E sono vuote.

È “Zapatos Rojos”, l’opera d’arte pubblica più politicamente devastante del nostro secolo.

DALLA POLVERE DI JUÁREZ ALLA COSCIENZA GLOBALE

Per comprendere la potenza comunicazionale di questa installazione, non devo indossare le vesti del critico d’arte, ma quelle dell’analista di geopolitica.

Perché di questo si tratta. Si tratta di una guerra asimmetrica, silenziosa, combattuta sui corpi delle donne.

Elina Chauvet, artista e architetto messicana, non ha creato quest’opera in un atelier asettico per una mostra importante, ma l’ha concepita nel 2009 a Ciudad Juárez, una città di frontiera che per decenni è stata un macabro laboratorio del femminicidio.

Un luogo dove il deserto inghiotte i corpi e le istituzioni fagocitano le denunce, che, il più delle volte, non portano a niente.

Tutto nasce da un dolore privato che diventa politico.

La morte della sorella dell’artista, uccisa dal marito a soli 32 anni, è stata la scintilla.

Ma Chauvet, con una grande forza d’animo e con una visione sociologica fuori dal comune, ha capito che il lutto individuale, se isolato, è sterile. Non porta a niente, se non a metabolizzare la perdita. Invece, se collettivizzato, può diventare esplosivo.

Le scarpe rosse non sono solo un’istallazione e nemmeno sono soltanto un monito. Sono un esercito immobile, ma molto più pericoloso di tanti eserciti di soldati in carne e ossa, armati fino ai denti.

IL FALLIMENTO DELLO STATO E IL REGNO DELL’IMPUNITÀ

Il Messico, nazione in cui è nata l’installazione, è un caso studio terrificante sull’economia della violenza, perché il costo penale di un omicidio tende allo zero, con tassi di impunità che superano il 90%, e dove il corpo femminile viene declassato a bene sacrificabile. Spesso addirittura merce sacrificabile.

Lo Stato fallisce nel suo mandato primario di proteggere la vita dei suoi connazionali.

La definizione legale di “femminicidio”, introdotta formalmente in Messico nel 2012, doveva essere uno spartiacque. Doveva garantire pene più severe, indagini specializzate.

Invece ci ritroviamo, ancora oggi nel 2025, a parlare di femminicidio. Ci troviamo ad ascoltare gli stessi comizi, le stesse parole, a dare il contentino, ingannare con false promesse, girare a vuoto.

Le scarpe di Chauvet occupano lo spazio pubblico, come piazze, strade, palazzi del potere, proprio perché alle donne quello spazio è stato negato due volte: prima con la violenza, poi con l’oblio giuridico.

Ogni paio di scarpe rappresenta un fascicolo impolverato, una madre che invecchia cercando giustizia per la figlia, un sistema giudiziario che spesso colpevolizza la vittima.

IL SIMBOLISMO DEL ROSSO

Perché il rosso?

Beh, Chauvet ha compreso che siamo in un mondo che comunica per immagini, perciò ha scelto il colore più primordiale.

Il rosso è l’allarme, è il sangue versato sui marciapiedi. Ma attenzione a non cadere nella trappola del vittimismo passivo. Per l’artista, il rosso è anche l’energia vitale che continua a pulsare. È l’amore delle famiglie che non si arrendono. È la speranza. È vita.

L’installazione funziona perché è un “monumento partecipativo”. Non c’è una statua di marmo, ma ci sono scarpe donate, dipinte, posizionate da altre donne, da cittadini, da passanti.

È un rituale di guarigione collettiva in cui il pubblico diventa artista, realizzando parte dell’installazione.

Le scarpe sono vuote, sì, ma è proprio in quel vuoto che si trova l’assenza insopportabile di chi le indossava.

Camminare in mezzo a “Zapatos Rojos” significa camminare in un cimitero a cielo aperto, ma significa anche marciare a fianco di chi non può più farlo perché un altro essere umano ha deciso di eliminarla.

UN ALGORITMO UMANO CONTRO L’INDIFFERENZA

Oggi, 25 novembre 2025, mentre l’installazione si replica in decine di città nel mondo, dovremmo domandarci se sia cambiato qualcosa. Perché i numeri continuano a essere una condanna.

Ma la percezione è mutata. Elina Chauvet ha creato un linguaggio universale. Ha bypassato le barriere linguistiche e culturali ed è arrivata alla gente comune. Una scarpa rossa è leggibile ovunque.

È un “algoritmo analogico” che hackera la nostra indifferenza e non ha bisogno di sottotitoli o traduzioni.

La sua installazione parla una lingua universale, come un pentagramma.

Perciò, non possiamo più dire di non sapere o di non comprendere.

Quando vediamo quelle scarpe, vediamo una bambina di sette anni ritrovata in un sacchetto di plastica.

Vediamo le studentesse, le lavoratrici, le madri, le sorelle, le mogli, le fidanzate che non ci sono più.

L’ARTE COME ULTIMA TRINCEA

Non guardate Zapatos Rojos come un’opera d’arte uguale a tante altre, ma guardatela come un atto di accusa formale contro un patriarcato che si rifiuta di morire.

Elina Chauvet non chiede ammirazione, ma azione, intervento, interessamento.

Il 25 novembre non serve a nulla se è solo una data sul calendario, se è solo occasione per qualche politico di dire tante belle parole a cui non seguono fatti.

Serve se diventa il giorno in cui il peso di quelle scarpe vuote diventa insostenibile per la nostra coscienza, costringendoci a riempirlo con una giustizia efficace, reale e immediata.

Il silenzio di quelle scarpe urla più forte di qualsiasi slogan politico di oggi.

Sta a noi, ora, decidere se ascoltare le scarpe o continuare a essere complici di chi, al più, dirà le solite belle parole.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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