HA RAGIONE LA FAMIGLIA O HA RAGIONE LO STATO?

Hanno circondato la casa con le auto blu e il filo spinato. Hanno portato via i bambini, non dalla sporcizia, ma da un’idea alternativa di vita.

Nell’aria dei boschi, dove il silenzio è una preghiera alla terra, lo Stato ha compiuto un’esegesi forzata, come un critico dell’esistenza, al di là dei diritti e delle libertà.

Ha interpretato un sogno e l’ha dichiarato incubo.

SE NON FAI PARTE DEL SISTEMA, SEI UN DIFETTO SOCIALE

Una famiglia anglo-australiana, una casa colonica senza acqua, luce e gas. Tre bambini immersi nei boschi, lontani dal caos della nostra realtà. Ma la verità indossa abiti complessi.

Se è un diritto scegliere come vivere e far crescere dei bambini immersi nella natura, può essere un diritto isolarli dal mondo e dalla socializzazione?

Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha emesso una sentenza di eresia contro un modo di essere.

L’assenza del bagno diventa il simbolo dell’assenza di civilizzazione. La mancanza di corrente elettrica, perciò di Internet, dei social network, – e anche delle bollette da pagare, – metafora di un cortocircuito col Patto Sociale.

Qui non si discute di igiene, ma di ortodossia. Perché non si comprende come mai non si sia usato lo stesso metro di giudizio che si mette in atto quando si parla di certi campi rom, per esempio.

Lo Stato, nell’atto di proteggere, giudica la scelta di vita radicale di una coppia, ma pur sempre legittima, come negligenza e disadattamento.

Ma è lecito che un tribunale possa invadere fino a questo punto la sfera intima e le scelte di vita di una famiglia, oppure è corretta l’interpretazione dei giudici, per favorire i minori?

IL CONFLITTO DELLE LIBERTÀ: UNA TRAGEDIA GRECA MODERNA

Il filosofo Isaiah Berlin insegnava a distinguere tra libertà “negativa” e “positiva”. I genitori reclamano la prima: libertà dallo Stato, dalla scuola obbligatoria, dalla rete idrica. Il diritto di essere lasciati soli con il proprio ideale di purezza.

Lo Stato agisce in nome della seconda, libertà dei bambini di avere degli amici, un futuro, di accedere al mondo delle possibilità, di non essere irrevocabilmente determinati dalla scelta esistenziale dei genitori.

Chi ha ragione? Entrambi.

E in questo sta la tragedia.

Per garantire la libertà positiva dei figli, lo Stato deve calpestare la libertà negativa dei genitori.

Per affermare la propria libertà negativa, i genitori rischiano di compromettere la libertà positiva dei figli. È un circolo vizioso di nobile tensione. Un dilemma senza soluzione, dove soltanto il buonsenso può trovare una ragione. E il buonsenso, nell’incertezza, dovrebbe portare il genitore a scegliere il bene maggiore, o il male minore, per i propri figli.

L’UN-SCHOOLING COME ATTO RIVOLUZIONARIO E COME PRIGIONE

L’educazione parentale è legittima e perfettamente legale in Italia, purché i genitori abbiano titoli accademici idonei al percorso di studi dei figli. Ma quello della coppia in questione sembra più un rifiuto del monopolio statale sulla formazione delle coscienze, un colpo al cuore del dispositivo di riproduzione sociale.

Quei bambini non accumulavano “capitale umano” nel senso convenzionale. Accumulavano un altro tipo di sapere: botanico, ecologico, esistenziale.

Ma fino a che punto i figli possono essere il campo di battaglia per la realizzazione di un ideale genitoriale?

Il sociologo Zygmunt Bauman parlerebbe di “amore liquido”. Io vedo un amore troppo solido, troppo ideologico. Un amore che rischia di diventare una gabbia di significati preconfezionati, seppur alternativi.

E, per essere alternativi, si rischia di diventare il male supremo per quei bambini che si dice di voler proteggere.

I bambini stavano imparando dai boschi e dalla visione del mondo dei genitori, ma, se l’isolamento sociale può essere autenticità e una libera scelta, per quanto riguarda i genitori, per i figli è diverso perché i minori non hanno consapevolezza delle proprie scelte, non hanno la maturità e le competenze necessarie per scegliere. Per loro, l’isolamento è la privazione del “multiverso” relazionale necessario a forgiare un’identità complessa, matura, strutturata, equilibrata.

L’intervento dello Stato è stato di tipo militare, con assistenti sociali, forze dell’ordine, blocchi stradali.

E questo, forse, va oltre il legittimo intervento della legge a favore dei diritti dei minori, perché non si stava compiendo un semplice trasferimento, ma si stava riaffermando il monopolio statale sulla definizione di “vita dignitosa”.

Beh, a chi ama la filosofia sarà venuto in mente Michel Foucault, il quale avrebbe sorriso amaramente, perché quanto accaduto è biopolitica allo stato puro, per cui il potere si prende cura della vita dei corpi, normalizza, medicalizza ogni devianza dalla norma.

La mancanza di un water diventa sintomo di una patologia sociale da curare in una “comunità educativa”.

In quest’ottica, dunque, lo Stato non sarebbe intervenuto in favore dei minori, ma per tutelare la normalità sociale. E, se così fosse, sarebbe un dramma, perché significherebbe punire scelte di libertà. Quei bambini, infatti, se fossero adulti, avrebbero tutti i diritti di scegliere stili di vita alternativa.

Eppure, lo Stato non è solo un mostro burocratico, ma anche il garante, seppur imperfetto e contraddittorio, che un bambino non sia proprietà esclusiva dei genitori. Che sia un cittadino del mondo, non solo del bosco di famiglia.

Molti genitori, infatti, dimenticano che i figli non sono una proprietà, ma semplici adulti del futuro che bisogna guidare. I figli sono di sé stessi e di nessun altro. Perciò, soltanto i minori, una volta acquisita maturità e competenza, possono scegliere con consapevolezza se ritirarsi nei boschi. Non può essere un genitore a compiere una scelta così radicale.

L’ASCESI MODERNA E IL SUO PREZZO

La famiglia ha scelto un’ascesi che potremmo definire laica, o di stampo buddista, alla ricerca di un contatto più profondo con la natura, quasi alla ricerca di una illuminazione. Un ritorno a uno stato di natura che farebbe eco a Rousseau.

Ma il “buon selvaggio” non esiste. Esiste l’essere umano, animale culturale per eccellenza, che costruisce la sua identità nello specchio degli altri.

I bambini non possono costruirla isolati nei boschi.

La ricerca dell’autenticità, portata all’estremo, diventa una nuova forma di alienazione. L’utopia si trasforma in distopia quando, per sfuggire alla gabbia d’acciaio della modernità, ci si rinchiude in una gabbia di legno, per quanto bella e naturale.

Il padre che accusa il sistema italiano non ha tutti i torti. La madre che segue i figli nella comunità non ha tutte le colpe. Sono attori di un dramma i cui copioni sono stati scritti da forze più grandi di loro, come la globalizzazione, la crisi ecologica, la sfiducia nelle istituzioni.

Ricordiamo che esistono politici che vorrebbero imporre i trattamenti sanitari ai bambini, bypassando il consenso dei genitori, perciò il tema dello scontro tra Stato e famiglia è complesso e va al di là della vicenda capitata alla famiglia di Chieti.

Anche perché, un conto sono l’educazione, la socializzazione e lo sviluppo cognitivo del bambino, ben altra cosa è sottoporre il corpo a medicinali, vaccini e trattamenti, per cui prevale il dovere genitoriale di tutelare il corpo dei figli, fino a quando non avranno raggiunto la maturità per compiere scelte consapevoli sul proprio corpo.

IL FUTURO SOSPESO DELLA FAMIGLIA DI CHIETI

I bambini sono in una struttura protetta, con la madre.

Sotto osservazione. E il “periodo di osservazione” è la sospensione del dramma. È il limbo in cui l’utopia e la norma si studiano a vicenda, diffidenti.

Il ritorno a Palmoli, Comune in cui la famiglia viveva, in mezzo ai boschi, dipenderà dalla capacità della famiglia di tradurre il proprio sogno in un linguaggio che lo Stato possa accettare, uno stile di vita che consenta ai bambini la socialità e lo sviluppo più idonei.

Forse si giungerà a un compromesso: i boschi, sì, ma con un allaccio all’acquedotto. L’educazione familiare, forse, ma con qualche esame di validazione e con la possibilità che i bambini abbiano una vita sociale con i loro coetanei.

Ma dove finisce il diritto di sognare un mondo diverso per i propri figli e inizia il dovere di prepararli al mondo che, per ora, è il nostro?

Perché un mondo migliore sarebbe auspicabile, ma è lecito non preparare i propri figli al peggio?

Non lo sappiamo. Non c’è una risposta migliore di altre e non esiste una ragione più ragione di altre.

Sappiamo solo che in quei boschi, per un attimo, due umanità inconciliabili si sono scontrate, quella della realtà e dell’utopia.

Entrambe hanno a cuore lo sviluppo e il futuro di quei bambini. Entrambe, a modo loro, vogliono proteggerli.

Ed è proprio in questo scontro di amori e di doveri che emerge tutta la complessità della natura umana.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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