Il silenzio è un’arma diffusa in Cina, Russia, Corea del Nord.
E il Corriere della Sera, nel gestire la mancata pubblicazione dell’intervista a Sergey Lavrov, ha scelto di puntarsela alla tempia, infrangendo il contratto di fiducia con i suoi lettori, perché ora tutti sono consapevoli del fatto che i vertici del Corriere vogliono decidere cosa debbano pensare quei lettori, cosa debbano leggere.
Questo non è informare, ma somiglia molto a indottrinare.
Quello che è accaduto non è un semplice incidente di percorso editoriale, ma una capitolazione etica, un sintomo profondo e allarmante della malattia che affligge gran parte del giornalismo occidentale, soprattutto in Italia, ovvero la devozione alla propria bolla narrativa e la negazione di chi la pensi diversamente.
Un giornalismo che ha smesso di cercare la verità per limitarsi a certificare la propria.
L’INTERVISTA CHE NON DOVEVA ESSERE LETTA
Analizziamo i fatti.
Il Corriere della Sera chiede un’intervista al Ministro degli Esteri di una delle maggiori potenze mondiali, un attore centrale nel più grande conflitto sul suolo europeo dal 1945.
Accetta la formula delle domande e risposte scritte, una prassi comune in diplomazia, che per sua natura implica un controllo del messaggio da parte dell’intervistato.
Poi, una volta ricevute le risposte, le giudica “pura propaganda” e, di fatto, le cestina, pubblicando un articolo che spiega perché non le pubblica.
È un atto intellettualmente disonesto. E pericolosamente ingenuo.
Cosa si aspettavano a via Solferino? Che Lavrov, uno dei diplomatici più scafati e longevi del pianeta, usasse le loro colonne per fare autocritica e lodare le politiche della NATO? Si aspettavano che annunciasse un pacchetto di sanzioni dirompenti contro Mosca e aiuti per Kiev?
La sorpresa del Corriere è una recita ad uso e consumo di chi ha già deciso da che parte stare. È la performance di chi, invitato a un duello, si lamenta che l’avversario si sia presentato.
Il punto non è difendere Lavrov. Il punto è difendere il giornalismo da chi ha scelto di fare solo propaganda, come denuncio nel mio libro LA FABBRICA DELLA PAURA.

Ma immaginiamo lo scenario a parti invertite.
Un giornale russo chiede un’intervista scritta a Zelensky, a Trump, a Macron.
Riceve le risposte e poi scrive: “Non le pubblichiamo, sono propaganda occidentale”.
Verrebbero invocati, a ragione, i principi sacri della libertà di stampa. Principi che, a quanto pare, per alcuni valgono solo quando le risposte coincidono con le proprie tesi.
Ebbene, questo non è giornalismo, ma un servizio di validazione per la propria comfort zone ideologica. È mera propaganda.
IL GIORNALISTA CANCELLATO: IL CASO ELISEO BERTOLASI
Ma il Corriere non si è limitato solo a censurare l’intervistato, ma ha nascosto ai suoi lettori persino l’esistenza di voci dissonanti citate da Lavrov stesso. Di giornalisti italiani che dissentono.
Nella sua risposta, il ministro russo menziona il giornalista Eliseo Bertolasi, analista italiano, autore di un libro sul conflitto ucraino, che scrive anche per Il Fatto Quotidiano.
Una voce che offre una prospettiva diversa, che documenta, che argomenta. Un libro scritto in lingua russa – Eliseo è un linguista specializzato in lingue russa e araba – per spiegare l’affare ucraina visto da un giornalista italiano.
Perché nascondere questo nome?
Perché menzionarlo avrebbe significato ammettere che esiste un dibattito, una complessità, una pluralità di letture al di fuori del monolite narrativo “aggressore-aggredito”.
Avrebbe costretto il lettore a porsi una domanda, forse la più sovversiva di tutte: “E se ci fosse altro?”.
Il Corriere, invece di aprire una finestra, ha tirato una tenda. Ha negato ai suoi lettori non solo le parole del nemico, ma anche l’esistenza di un connazionale che quel nemico lo studia da una prospettiva non allineata.
Un giornalista serio e preparato come Bertolasi, che scrive anche sul Fatto Quotidiano.
Questa non è una svista, ma la decisione cosciente di mantenere il pubblico all’oscuro, di proteggerlo da informazioni che potrebbero incrinare le certezze preconfezionate.
È l’atto supremo di paternalismo intellettuale: “Non ve lo facciamo leggere, perché non siete in grado di capirlo. Ci pensiamo noi a dirvi cosa è giusto pensare”.
In pratica, Il Corriere della Sera ritiene i suoi lettori dei perfetti idioti.
QUANDO IL GIORNALISMO DIVENTA PROPAGANDA DI STATO (INCONSAPEVOLE)
Un giornalista serio non censura. O pubblica l’intervista, corredandola di tutte le analisi critiche e il fact-checking del caso, o non la chiede affatto.
Pretendere che le risposte siano quelle desiderate è il modus operandi dei regimi totalitari, non di un quotidiano che si vanta di essere un pilastro della democrazia liberale. È una logica da Corea del Nord, dove l’intervista è solo la celebrazione di una verità già decretata dal potere.
Il Corriere, agendo in questo modo, si è trasformato nello specchio di ciò che afferma di combattere. Ha usato un metodo dispotico per difendere un presunto ordine democratico. Invece di illuminare, ha scelto di oscurare. Invece di informare, ha preferito indottrinare.
Il vero giornalismo non ha paura delle parole del nemico.
Anzi, le cerca, le sbatte in prima pagina, le analizza, le smonta pezzo per pezzo con le argomentazioni e così facendo espone la loro eventuale falsità.
Si fida dell’intelligenza del proprio pubblico, fornendogli tutti gli strumenti per formarsi un’opinione autonoma.
La propaganda, invece, teme il confronto. Dimostra che argomentazioni valide per controbattere non ce ne sono. Perciò ha bisogno del silenzio dell’altro per poter urlare più forte la propria versione.
E la propaganda considera i propri lettori dei menomati mentali.
LA FIDUCIA TRADITA: UN PATTO CON IL LETTORE INFRANTO
Ogni mattina, un lettore compra un quotidiano sulla base di un patto non scritto: tu, giornalista, mi darai i fatti, le opinioni, il quadro completo, e io, lettore, userò la mia testa per trarre le mie conclusioni.
Il Corriere della Sera ha stracciato questo patto. Ha detto ai suoi lettori: “La vostra testa non serve. Vi diamo noi il risultato finale”.
Tutto ciò è osceno, nonché dimostrazione del fatto che molti giornalisti italiani non fanno più informazione da tempo, ma altro.
Questa è l’infantilizzazione del dibattito pubblico. È la resa della ragione alla comodità della tifoseria, del potere che comanda.
Ciò che resta è un vuoto. Il vuoto lasciato da un’informazione che non è stata data, da un punto di vista che non è stato ascoltato, da un nome che non è stato letto.
E, in questo vuoto, prosperano il sospetto, la disinformazione e la convinzione che, in fondo, “siano tutti uguali”.
Non pubblicando Lavrov, il Corriere non ha indebolito la propaganda russa. Paradossalmente, l’ha rafforzata, permettendole di recitare il ruolo della vittima di censura, e ha dimostrato, senza se e senza ma, come si faccia propaganda in Italia.
L’ECO DELLA VERITÀ RICHIEDE CORAGGIO, NON CENSURA
Un grande giornale non si misura dalla capacità di confermare i pregiudizi dei suoi lettori, ma dal coraggio di sfidarli.
Si misura dalla volontà di esplorare anche i territori più oscuri e sgradevoli del pensiero umano, perché è solo mostrando le argomentazioni del nemico che si può dimostrare la superiore validità delle proprie. Quando ci sono, ovviamente.
E, in questo caso, Il Corriere della Sera ha dimostrato di non averne, come intuisce chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti nello spazio tra le orecchie.
Il Corriere ha scelto la via più facile. La via del silenzio. Come in Cina. Come in Corea del Nord. Come in quella Russia sempre additata come dittatura.
Ma la storia, quella vera, non è mai silenziosa. È un rumore assordante di voci contrastanti. Il dovere di un giornalista non è abbassare il volume, ma alzarlo perché tutti possano sentire per poter giudicare.
È fornire un buon paio di cuffie e gli strumenti per capire chi sta mentendo. E chi, forse, sta dicendo una verità che semplicemente non ci piace ascoltare.
PUOI LEGGERE L’INTERVISTA INTEGRALE A LAVROV (QUELLA CHE IL CORRIERE DELLA SERA HA CENSURATO) CLICCANDO “QUI“

Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




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