WASHINGTON. C’è un fantasma che si aggira per i corridoi del potere a Washington, avrebbero scritto quelli bravi qualche decennio fa.
Un fantasma che non ha catene, ma file criptati. Non emette lamenti, ma dispensa email al cianuro.
Il suo nome è Jeffrey Epstein e la sua ultima bordata rischia di lesionare le fondamenta della Casa Bianca.
Le email, rilasciate come schegge di mortaio dai Democratici della Commissione di Vigilanza, sono molto più di un’accusa. Sono un’architettura narrativa.
“Trump sapeva delle ragazze”. “Virginia Giuffre ha passato ore a casa mia con lui”.
Firmato, Jeffrey Epstein.
Parole scritte nero su bianco come un’epigrafe sulla presidenza Trump.
La reazione della Casa Bianca è stata immediata, quasi pavloviana: “Fango dei Dem”, “una bufala”.
Ma liquidare tutto come un semplice gioco di parti sarebbe un errore intellettuale imperdonabile.
Ebbene, non siamo di fronte a una schermaglia politica, ma ci troviamo a essere spettatori di una guerra combattuta con le armi della comunicazione di massa, dove la percezione del reale diventa più potente della stessa realtà.
LA GRAMMATICA DEL RICATTO AI PIANI ALTI DEL POTERE
Analizziamo i reperti.
Un’email a Ghislaine Maxwell. Un’altra allo scrittore Michael Wolff. Una, la più bizzarra, a se stesso.
Epstein, uomo dal quoziente intellettivo indiscutibilmente elevato e dalla morale inversamente proporzionale, non scriveva mai a caso. Ogni sua comunicazione era come una mossa da abile giocatore di scacchi.
L’apparente lapsus, “Non ha mai ricevuto un massaggio”, dopo aver affermato che Trump frequentava la sua casa, è una finezza sociolinguistica di rara perfidia. È una negazione che afferma e sottintende un universo di possibilità, lasciando all’immaginazione del lettore il compito di riempire gli spazi vuoti.
La difesa di Trump si basa sulla sua stessa versione dei fatti: allontanò Epstein da Mar-a-Lago perché “rubava” le impiegate. Una versione che, paradossalmente, la stessa email di Epstein a Wolff sembra corroborare: “Ovviamente sapeva delle ragazze perché ha chiesto a Ghislaine di fermarsi”.
Ma cosa sapeva esattamente? Che Epstein era un predatore o che era un criminale federale? La differenza non è semantica, è giuridica e morale. È l’abisso che separa un giudizio etico da una complicità penale dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
IL NODO GEOPOLITICO: DA PALM BEACH A MOSCA
L’errore più grande sarebbe confinare questa storia a Palm Beach.
Giugno 2018. Un mese prima che Donald Trump incontri Vladimir Putin a Helsinki, in un vertice che passerà alla storia per la controversa sottomissione del presidente americano all’ex uomo del KGB, Jeffrey Epstein tenta di inserirsi come intermediario. “Penso che potresti suggerire a Putin che Lavrov potrebbe ottenere informazioni parlando con me”.
Questa non è la millanteria di un playboy, come potrebbe pensare qualcuno, ma la mossa di un operatore di intelligence non statale.
Epstein non stava vendendo pettegolezzi, ma faceva leva su un presidente in carica degli Stati Uniti. Quali informazioni possedeva per ritenersi così credibile agli occhi del Cremlino?
La sua rete non era solo sessuale, era un ecosistema di potere globale. Nelle sue email compaiono i nomi di ex Primi Ministri, direttori della CIA, giganti della finanza come Peter Thiel e Larry Summers, e principi sauditi.
Epstein era un nodo in una rete dove il capitale finanziario, il capitale politico e il capitale segreto si fondevano. Definiva Trump “un demente borderline”, ma era un demente che, a suo dire, poteva essere “guidato”.
La domanda che terrorizza Washington oggi è: guidato da chi? E con quali segreti?
LA VERITÀ È L’ULTIMA VITTIMA
La figura di Virginia Giuffre, tragicamente scomparsa, è emblematica. Nelle sue deposizioni giurate ha sempre scagionato Trump da abusi diretti, pur confermando la sua presenza in quel mondo.
Ora, l’email di Epstein la usa come un’arma postuma. È la vittima usata due volte: prima dal suo aguzzino, adesso dal suo fantasma.
Mentre la Camera si prepara a votare sulla pubblicazione di tutti i 23.000 documenti, la politica si trasforma in un reality show macabro e i media sono pronti al Grande Fratello e al processo mediatico.
I Repubblicani pronti a votare con i Democratici non lo fanno per sete di giustizia, ma per calcolo politico, forse per liberarsi di un leader diventato troppo ingombrante.
Trump, dal canto suo, definisce chiunque voti a favore “molto cattivo o stupido”, un’estrema semplificazione che nasconde il terrore di ciò che potrebbe emergere.
Se non avesse nulla da nascondere e da temere, infatti, sarebbe lui il primo a chiedere di pubblicare ogni documento per dimostrare al mondo la sua estraneità.
E Ghislaine Maxwell?
È la custode vivente dei segreti.
La sua richiesta di grazia, unita al suo trasferimento in un carcere più “confortevole”, ci parla di un patto con qualcuno molto in alto. Moltissimo. Un silenzio comprato in cambio di clemenza?
È la variabile impazzita, la donna che sa se le affermazioni di Epstein fossero una polizza assicurativa, un’arma di ricatto o la cruda verità.
Alla fine, ciò che rimane non è la certezza di una colpa, che, allo stato attuale, non esiste, ma resta la corrosione di ogni fiducia.
Il suicido/omicidio di Jeffrey Epstein non ha solo dato il via a una scia di vite distrutte, uccise, suicidate, ma è qualcosa di più potente, un veleno inoculato nel sistema politico e mediatico che ci costringe a domandarci se esista ancora una verità o se tutto è solo la versione della storia raccontata dal vincitore dell’ultima battaglia.
In questa vicenda, temo che la risposta sia già stata scritta. Ed è la più desolante di tutte.





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