UN CONTROLLO DELLA VERITÀ. COME IN COREA DEL NORD

Mentre la narrazione sulla vittoria ucraina e dei russi costretti dalle nostre sanzioni dirompenti a combattere solo armati di pale si scioglie nel fango del Donbas, a Bruxelles si lavora alla censura. Caduta la legge Chat Control, ora l’Europa cambia strategia, ipotizzando qualcosa di molto più pericoloso.

C’è un soldato, da qualche parte tra Kupiansk e Pokrovsk, che affonda gli stivali nel fango gelido. Gli avevano raccontato una favola. Quella di un nemico assopito dalle sanzioni dell’Occidente, che combatteva con le pale, senza calzini, guidato da un tiranno a cui mancavano pochi mesi di vita.

Gli avevano promesso una vittoria rapida, gloriosa. Oggi, quel soldato si ritira. Lo chiamano “riposizionamento strategico”. Una ginnastica semantica per mascherare una verità brutale. La Russia avanza.

Non è armata solo di pale e le sue truppe non usano muli al posto dei mezzi corazzati. Quelle erano balle raccontate dalla propaganda ucraina ed europea. Balle raccontate anche da larga parte della stampa italiana.

A migliaia di chilometri di distanza, nelle sale immacolate di Bruxelles, si pensa a una nuova arma.

Non di acciaio, ma di algoritmi, regolamenti e comitati di “esperti”.

Lo chiamano “Scudo Democratico”.

La sua missione ufficiale è proteggerci dalle stesse “interferenze” e “narrazioni ingannevoli” che per quattro anni ci hanno nutrito.

La connessione tra quel soldato in ritirata e il burocrate che scrive la nuova legge sulla censura non è casuale, ma un nesso di causa ed effetto.

È la storia di come una guerra persa sul campo si stia trasformando in una guerra per il controllo delle nostre menti, delle nostre idee. E, ancora peggio, per il controllo di cosa debba essere considerato vero e cosa no.

Perché hanno una paura fottuta a ogni elezione, visto che, a ogni elezione, chi non tifa per il pensiero unico, chi non tifa per il riarmo e nemmeno per le lobby della guerra, vince oppure ottiene risultati che inguaiano i vari Macron, Merz e chi sposa le politiche di von der Leyen.

IL TEATRO DELL’ASSURDO: CRONACA DI UNA VITTORIA ANNUNCIATA (E MAI ARRIVATA)

Per quasi quattro anni, ci hanno raccontato un copione meraviglioso. I missili russi erano finiti.

L’economia di Mosca era al collasso grazie alle nostre sanzioni dagli effetti dirompenti. L’esercito russo era una massa di ubriaconi raccattati per le strade, tant’è che disertavano a centinaia ogni giorno; la Russia non aveva più giovani da mandare al fronte perché erano già tutti morti in battaglia. I loro mezzi corazzati erano stati distrutti e sostituiti da muli. Le loro armi erano pezzi da museo e per armare i droni smontavano microchip dagli elettrodomestici ucraini.

Noi, intanto, inviavamo miliardi. Armi, munizioni, promesse, perché tanti di noi credevano a questo copione di falsità della propaganda.

Mentre questa narrazione monodirezionale veniva pompata a reti unificate, la realtà si mostrava su Telegram, sui blog indipendenti, tra gli analisti militari non allineati, un’alternativa ai media ufficiali, che ormai è l’ultima fonte di un’informazione non addomesticata.

Lì si vedeva l’avanzata russa, lenta ma inesorabile. E si vedeva quanto ciò che ci raccontavano i media ufficiali fossero fake news.

Si leggevano i resoconti sulla corruzione sistemica a Kiev, con centinaia di milioni di dollari dei nostri aiuti che svanivano in un buco nero di tangenti e appalti truccati, come sta emergendo pian piano oggi. Si scopriva di mezzo milione di armi “scomparse”.

Emergeva il dramma umano di una mobilitazione forzata, con giovani che fuggivano dal Paese per non finire al fronte a morire per una causa i cui obiettivi primari – la riconquista dei territori – apparivano, e appaiono tuttora, irraggiungibili.

Se oggi non siamo basiti di fronte al ritiro ucraino, se non ci chiediamo “Ma come? Non stavamo vincendo? I Russi non erano senza soldi e armati solo di pale?”, è solo grazie a queste voci libere e non serve della propaganda.

Voci che il potere ha sistematicamente etichettato come “filo-russe”, “disfattiste”, “putiniane”. Voci che hanno semplicemente raccontato i fatti.

Voci che l’Europa vorrebbe imbrigliare poiché scomode.

SE NON PUOI CAMBIARE I FATTI, CENSURA CHI LI RACCONTA E LI MOSTRA

Il crollo della narrazione ha creato un vuoto di credibilità tra i media tradizionali.

Nessuno sano di mente crede più a chi ha raccontato di pale, muli, microchip e soldati senza calzini né a chi giurava che Putin fosse in punto di morte.

Ma se i fatti non corrispondono più alla propaganda, tanto peggio per i fatti. La soluzione non è correggere la narrazione e licenziare chi ha raccontato panzane per mesi e mesi, allora, ma rendere obbligatoria la propaganda.

È qui che entra in scena Ursula von der Leyen con il suo capolavoro: una “rete europea indipendente di fact-checking”. Indipendente, certo.

Talmente indipendente da essere guidata direttamente dal suo ufficio, una sorta di CIA europea dell’informazione.

L’obiettivo dichiarato, come riportato dal Financial Times e dal Fatto Quotidiano, è “individuare e rintracciare l’utilizzatore dei social media” che diffonde “informazioni inaffidabili”.

E quando si attiverà questa santa inquisizione digitale?

Non sempre. Solo in momenti precisi, chirurgici: “elezioni, emergenze sanitarie o calamità naturali”.

Tradotto: si attiverà ogni volta che il consenso vacilla. Ogni volta che la gestione di una crisi (politica, sanitaria, economica) genera dissenso. Non serve a proteggerci dalle truffe online. Serve a proteggere il potere dalle nostre domande.

È una STASI al servizio del potere.

In Italia, mentre il Partito Democratico applaude, il partito di Calenda propone uno “Scudo Democratico” contro le “interferenze russe e cinesi”, e il Quirinale convoca il Consiglio Supremo di Difesa per discutere la “dimensione cognitiva”.

La parola chiave è sempre quella: cognitiva. Non si combatte più un nemico fisico, si combatte un’idea. Un pensiero. Un dubbio.

Il sistema combatte chiunque metta in discussione le supercazzole che la propaganda ha spacciato per vera: sanzioni dirompenti, microchip smontati dagli elettrodomestici, russi armati solo di pale e senza calzini, esercito di ubriaconi perché i giovani erano tutti morti, muli al posto dei mezzi corazzati, Putin prossimo a essere stroncato da uno, due, tre, quattro tipologie di cancro – perché la sfiga si incaponisce con l’orco russo.

IL PARADOSSO DELLA DEMOCRAZIA BLINDATA: IL MINISTERO DELLA VERITÀ È GIÀ QUI

La propaganda di questi quattro anni non è stata un errore di comunicazione, perché, se fosse stata un errore, il Presidente Mattarella avrebbe chiesto una riunione per verificare questa diffusione sistematica di fake news.

Invece, è stata una prova generale. Un test su larga scala per misurare la nostra capacità di assorbire una realtà artificiale, fatta di balle che il tempo e i fatti stanno rivelando essere tali.

Il test ha dimostrato che, senza un’informazione alternativa e robusta alle panzane di pale e microchip, la maggioranza della popolazione è disposta a credere a qualunque balla, anche la più inverosimile, perché tanti non hanno studi e cultura sufficienti, non si informano da più fonti e/o ragionano in base al tifo partitico, senza avere la mente aperta e spirito critico.

Ora, di fronte al fallimento della favola raccontata dalla propaganda, si passa alla fase due: l’istituzionalizzazione del controllo.

Ciò che prima era propaganda, ora diventerà “fact-checking” ufficiale. Un po’ come accaduto durante la pandemia Covid, quando sono stati censurati articoli, post e idee vere, reali e dimostrate da studi, fatti e tempo, solo perché erano contrari alla narrazione del pensiero unico.

La narrazione governativa non sarà più una “versione”, ma “la Verità”, l’unica verità a non essere reato di propaganda, l’unica verità certificata da un organismo che risponde direttamente a chi comanda.

Hanno creato il problema, cioè un’opinione pubblica disorientata da anni di menzogne, e ora ci offrono la loro soluzione: un’autorità centrale che ci dirà cosa pensare. Che cosa è vero e che cosa è falso.

È un circolo vizioso perfetto, un’architettura di potere che si autoalimenta.

È il sistema che cerca di salvare giornalisti e media che non informano più, ma hanno scelto di diventare megafoni del potere, motivo per cui la gente non li legge più.

Ci dicono che lo fanno per salvare la democrazia. Ma sono gli stessi che la democrazia l’hanno messa in soffitta con il green pass e con le supercazzole di pale e microchip.

Una democrazia vera e sana non ha bisogno di uno “scudo” per proteggere i cittadini dal pensiero critico. Quella è una dittatura, quella è la Corea del Nord.

Il problema semmai è chi o cosa difenderà la democrazia da questo “scudo” dal perfetto stile Pyongyang.

Proprio per spiegare come hanno costruito la propaganda, ho scritto un piccolo libro, disponibile in esclusiva su Amazon.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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