IL PARADOSSO DELLA LEALTÀ E LA POLITICA ENERGETICA EUROPEA CHE FARÀ FUGGIRE ANCHE GLI IMPRENDITORI

Un interruttore si spegne in una fabbrica del Veneto, un altro in Lombardia. Un silenzio innaturale cala su un distretto ceramico emiliano.

Non si tratta di una crisi contingente, ma di una scelta politica dei palazzi di Bruxelles che mina il tessuto produttivo italiano con una precisione chirurgica che sfugge alla narrazione ufficiale.

La crisi energetica italiana non è solo una conseguenza della guerra, ma è il risultato di una solidarietà europea a geometria variabile, un gioco spietato in cui l’Italia, fedele e disciplinata, sta pagando il prezzo più alto come il Fantozzi di turno.

IL PATTO ATLANTICO E IL SUO PREZZO INVISIBILE

La decisione è stata presa.

Il cordone ombelicale con il gas russo, che per decenni ha alimentato a basso costo l’industria del Vecchio Continente, doveva essere reciso. Un atto di coesione morale e strategica contro l’aggressione, sigillato da un nuovo, monumentale patto con gli Stati Uniti che costringerà i nostri figli a immaginare un futuro al di fuori dall’Italia in maniera ben più potente di quanto non avvenga già oggi: un acquisto da 750 miliardi di dollari di Gas Naturale Liquefatto.

Perché l’Europa ha scelto il suo campo. Ha scelto di sacrificarsi per il bene dell’impero americano, accettando di pagarne il prezzo.

Un prezzo che sapevamo sarebbe stato alto. Il GNL americano, per sua natura logistica e di mercato, costa molto di più rispetto a quello russo.

In pratica, l’Europa ci consente di avere solo la Fiat e non più la Renault, ma la Panda la paghiamo come una Mercedes di fascia alta.

Inizialmente, la promessa era quella di un sacrificio condiviso, di un fronte unito dove il fardello sarebbe stato distribuito equamente.

Tutte balle.

FIGLI E FIGLIASTRI: LA GEOMETRIA VARIABILE DELLA SOLIDARIETÀ EUROPEA

Mentre le aziende italiane vedevano i loro costi energetici triplicare, mettendo in ginocchio interi settori, una realpolitik silenziosa e pragmatica si faceva strada nella realtà.

La Germania, motore industriale d’Europa, otteneva una proroga di sei mesi per la sua strategica raffineria PCK Schwedt, di proprietà russa, scongiurando una crisi energetica per Berlino e garantendo al suo sistema produttivo un ossigeno che a noi veniva negato. Un atto di autoconservazione nazionale mascherato da necessità tecnica.

L’Ungheria di Orbán si assicurava un’esenzione di un anno, di fatto isolandosi dalle conseguenze più devastanti dell’embargo. E con essa, anche Slovacchia, Bulgaria e Romania, consapevoli della propria dipendenza strutturale, hanno iniziato a tessere le proprie reti di sicurezza.

Il principio del “chi figli e chi figliastri” non è un modo di dire dialettale, ma la perfetta fotografia di una Unione Europea dove l’adesione ai principi comuni è direttamente proporzionale alla capacità di un Paese di assorbirne i costi senza collassare.

Per chi, come la Germania, ha le spalle larghe, il rigore è un’opzione flessibile. Per l’Italia, la cui spina dorsale manifatturiera è tanto vitale quanto fragile, il rigore è diventato un cappio.

L’INDUSTRIA ITALIANA AL BIVIO: COMPETERE AD ARMI IMPARI

L’asimmetria dei costi energetici non è un mero tecnicismo contabile e nemmeno una seccatura di poco conto, ma è uno stiletto che uccide la manifattura italiana.

Immaginate un’azienda metalmeccanica di Brescia o una che fabbrica piastrelle in Emilia Romagna.

Queste realtà non competono solo con la Cina e la Turchia, ma anche con un’azienda tedesca della Ruhr che, grazie a un’eccezione, paga l’energia circa il 30% in meno.

Il prodotto italiano non ha una qualità minore e non è frutto di minore ingegno, ma è semplicemente, e tragicamente, più costoso da produrre. Di conseguenza, ha meno mercato.

Non è concorrenza. È una condanna. È come gareggiare nei 100 metri piani, ma costretti a indossare degli scarponi da marine anziché scarpini da atletica.

Stiamo assistendo a un trasferimento involontario di competitività industriale dal Sud al Nord Europa, orchestrato dalle stesse regole che avrebbero dovuto garantirci un mercato unico e leale.

Grazie all’Europa, le nostre PMI non stanno chiudendo per le dinamiche del mercato, ma perché il campo da gioco è stato deliberatamente inclinato a nostro svantaggio.

QUANDO IL DIBATTITO DIVENTA TABÙ

Perché non se ne parla di questo problema?

La narrazione egemonica si è concentrata sulla “russofobia”, un imperativo morale che rende ogni discussione sui costi e sulle conseguenze un atto di eresia.

Perciò, se l’imprenditore italiano lamenta la truffa in atto ai suoi danni, viene tacciato di essere putinano.

Il perimetro del dicibile si è ristretto a tal punto che un giornalista, per aver posto una domanda legittima a Bruxelles sulla disparità dei danni di guerra nel mondo, è stato licenziato.

Perché, ormai, il giornalismo vero lo facciamo in pochi. Gli altri, compresi i nomi altisonanti, fanno politica. È la gestione strategica del silenzio per dare ragione a chi comanda. Sempre e comunque.

Creare un nemico esterno monolitico e demonizzato è una tecnica antica per mascherare le contraddizioni interne e le ingiustizie. Una tecnica tipica di qualunque dispotismo, di qualsiasi dittatura.

Distogliere lo sguardo dalla bolletta insostenibile di una famiglia italiana per puntarlo incessantemente sulla colpa morale di un avversario geopolitico è un’operazione di ingegneria del consenso tanto efficace quanto letale per la nostra consapevolezza economica.

Puntare il dito contro Mosca evita di ragionare sui danni causati alle imprese italiane dalle politiche ingiuste e disomogenee di Bruxelles.

OLTRE LA CRISI: QUALE FUTURO PER UN’EUROPA A DUE VELOCITÀ?

Ci stiamo avviando verso un’Europa a due velocità che i paesi del Nord auspicano da anni.

Un nucleo di nazioni pragmatiche che proteggono le proprie industrie e una periferia di Paesi “leali” destinati a un lento e inesorabile processo di deindustrializzazione.

Tutto orchestrato per puntare sui campioni industriali del Centro e del Nord Europa, lasciando all’oblio i paesi del Sud.

La nostra fedeltà alla causa comune, priva di una strenua difesa dei nostri interessi nazionali, rischia di essere la nostra rovina.

Considerando anche una natalità tra le più basse al mondo e la fuga di tantissimi giovani, che queste politiche europee accelereranno ancora di più, l’industria e la manifattura italiana rischiano l’estinzione.

E la fuga oltre confine sarà anche di chi fa impresa.

Se aggiungiamo anche le nuove rotte strategiche delle merci in Asia, che isolano l’Europa, il quadro è ancora più tragico e desolante. (Come puoi leggere nel primo articolo consigliato in calce a questo.)

Perché l’interruttore spento in quella fabbrica veneta non è solo un costo economico, ma è soprattutto un pezzo di futuro che se ne va. È il simbolo di un’intera nazione che sta scoprendo, nel modo più duro, che in questa Europa il prezzo della lealtà è la propria irrilevanza.

E nessuno potrà dire che non eravamo stati avvertiti.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Rispondi