VOLEVANO RECLUTARE ANCHE LA GUARDIA DEL CORPO DI ANGELINA JOLIE

Angelina Jolie, si è recata a Kherson in qualità di Ambasciatrice di Buona Volontà delle Nazioni Unite, per una missione umanitaria.

Il copione era perfetto, tra sorrisi ai bambini, visita a un ospedale e la narrazione della resilienza ucraina.

Poi, la realtà si è dissolta in maniera brutale, goffa e inesorabile.

Uno dei suoi bodyguard è stato prelevato con la forza a un posto di blocco, trascinato in un centro di reclutamento per spedirlo a morire al fronte.

Si è trattato di un errore?

No, è l’immagine plastica di un apparato militare così disperato, così affamato di uomini, da agire in modo automatico e indiscriminato, quasi cieco.

L’episodio si è risolto solo quando l’attrice di Hollywood è intervenuta di persona. Ma, se lei non fosse stata Angelina Jolie, attrice famosissima e, soprattutto, statunitense, quell’uomo sarebbe stato spedito al fronte poiché di origini ucraine.

Un episodio che è una crepa che si apre nella facciata accuratamente costruita di un’Ucraina efficiente e in pieno controllo, mentre affonda nel caos operativo che si cela dietro il sipario mediatico.

Se questo è il livello di coordinamento durante un evento ad altissima visibilità internazionale, cosa accade realmente per le strade ucraine e nell’ombra delle trincee, dove le telecamere non arrivano e dove non possono intervenire star hollywoodiane?

La risposta è Pokrovsk.

IL BUCO NERO STRATEGICO DI POKROVSK

Mentre i media si dilettavano con la disavventura della guardia del corpo di Angelina Jolie, a centinaia di chilometri a est, la stessa disorganizzazione e la stessa negazione della realtà stavano consumando una tragedia ben più vasta.

La città è sempre più inghiottita. Fonti militari russe e think tank occidentali come l’ISW concordano sulla tattica messa in atto dall’esercito russo: una lenta, quanto inesorabile manovra a tenaglia per strangolare la città tagliando ogni via di rifornimento.

Le forze russe avanzano, stabiliscono posizioni di fuoco, creano depositi logistici e si infiltrano progressivamente, chiudendo il cappio.

E Kiev? Nega.

Il comando ucraino, in una propaganda spettrale, tra le più disastrose del XX secolo, continua a smentire l’accerchiamento.

Lo Stato Maggiore parla di “attacchi respinti”, mentre le sue stesse mappe militari mostrano un corridoio di rifornimento ridotto a un sottile filo di pochi chilometri, costantemente bersagliato dall’artiglieria russa.

Beh, questa non sembra affatto una strategia difensiva, ma piuttosto il sacrificio deliberato di migliaia di soldati sull’altare di una narrazione. Si stanno lasciando a morire tanti soldati, pur di non ordinare loro il ritiro, per dare in pasto ai media occidentali un martirio emozionale su cui puntare per altre armi e altri soldi.

Quei giovani ucraini sono lasciati lì come carne da macello, come un sacrificio, in una posizione militarmente insostenibile, per poter dire di non aver ancora perso.

È un investimento fallimentare dove la valuta non sono i dollari, ma le vite umane di quegli ucraini che, invece, Zelensky e i suoi sostenitori dicono di voler salvare.

Si posticipa una sconfitta tattica al costo di una potenziale catastrofe strategica, perché ammettere la verità, per Zelensky è politicamente inaccettabile.

LA DIPENDENZA DALLA NARRAZIONE E L’INCUBO DELLA VERITÀ

Qui si svela la patologia dell’Ucraina e dei partner europei.

La leadership ucraina – e l’Europa – è prigioniera di una dissonanza cognitiva strategica, costretta a gestire due realtà inconciliabili.

La prima è quella interna, fatta di coscrizione forzata, perdite spaventose e un morale che inevitabilmente vacilla, con le famiglie ucraine sempre più contrarie al governo.

La seconda è la realtà di facciata, costruita per un’immagine patinata di eroismo e successo, un prodotto di marketing essenziale per mantenere aperto il flusso vitale di miliardi di dollari e armi dalla NATO.

La guerra, nella sua dimensione politico-economica, è diventata un’impresa il cui bilancio dipende dalla percezione degli investitori, ovvero i governi e le opinioni pubbliche occidentali.

Ammettere il crollo imminente di un nodo strategico come Pokrovsk equivarrebbe a un crollo del “valore azionario” del conflitto, rischiando di far dubitare i finanziatori sulla bontà del loro investimento.

Quale investitore vincola soldi su un asset destinato a fallire?

E così, per non perdere i finanziamenti di domani, si sacrificano gli uomini di oggi. Si nega la realtà sul campo per sostenere la finzione necessaria a Washington e, soprattutto, a Bruxelles.

DALLA NEGAZIONE SUL CAMPO ALL’ESCALATION GLOBALE

La narrazione, per sopravvivere, ha bisogno di un evento che cambi le regole del gioco. Ecco che il discorso si sposta, quasi per magia, sul piano nucleare. Si diffonde la notizia che gli Stati Uniti potrebbero riprendere i test atomici, un tabù infranto per la prima volta in decenni.

D’altronde, gli USA hanno bisogno di mostrare i muscoli dopo i test russi andati a buon fine sui missili ipersonici e a propulsione nucleare.

E la reazione di Mosca non è una minaccia proattiva, come viene maliziosamente dipinta da certa stampa occidentale, ma una risposta quasi ovvia, un calcolo da manuale della deterrenza: se voi alzate la posta con le armi nucleari, noi dobbiamo dimostrare di poter vedere la vostra puntata.

Di fatto, la Russia avverte che, se il trattato viene violato, si sentirà libera di fare altrettanto per non restare tecnologicamente indietro.

Anche perché non è Mosca ad aver iniziato l’escalation, ma la sua reazione, con i test degli ultimi mesi, è lo specchio del fallimento della strategia occidentale in Ucraina, fatta di riarmi e voci di guerra.

La prospettiva di riprendere anche i test nucleari è il sintomo più grave della malattia: quando la vittoria sul campo diventa un miraggio, si inizia a evocare l’apocalisse per alterare l’equilibrio strategico.

Il legame è sottile, ma potente.

Si inizia negando un accerchiamento locale per non incrinare la narrazione, si finisce per contemplare la rottura di equilibri globali per non ammettere il fallimento di quella stessa narrazione.

L’incidente della guardia del corpo di Angelina Jolie e le vite gettate via a Pokrovsk sono facce della stessa, tragica medaglia. Raccontano una guerra dove la propaganda ha divorato la strategia.

Il pericolo più grande non è un esercito nemico alle porte, ma una leadership che, per compiacere i propri sponsor che fabbricano armi, sceglie di credere alle proprie menzogne.

E quando si scommette contro la realtà, il banco vince sempre.

Il prezzo da pagare in questo Casinò della propaganda, purtroppo, non lo pagano i giocatori al tavolo verde della geopolitica, non lo pagano i politici in giacca e cravatta, ma i giovani ucraini senza nome mandati a morire nel fango come vittime sacrificali.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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