NUNZIATI, BALDAN, RANUCCI. L’EUROPA INDOSSA “IL BAVAGLIO” DI KIM JONG-UN

Dal caso Nunziati a Baldan, fino all’auto di Ranucci, il potere silenzia il dissenso in Europa, come nella Russia di Putin o in Corea del Nord.

Porre domande è il motore del mestiere di giornalista. E quelli davvero bravi, quelli delle grandi inchieste, pongono domande scomode. Scomodissime. Che imbarazzano.

Chi pone domande preconfezionate e concordate fa il portavoce del potere. Il megafono della propaganda.

I giornalisti veri sono salvaguardati nelle democrazie, altrimenti, lo scandalo Watergate non sarebbe mai scoppiato, nel 1974.

Il giornalismo libero è il motore del progresso, il bisturi della verità, il fondamento di ogni civiltà democratica.

Ma se il sistema decide che alcune domande hanno un costo troppo alto e arrivano rappresaglie contro chi le pone, non siamo Roma e Bruxelles, ma Mosca e Pyongyang. Anzi peggio, perché accusiamo Mosca e Pyongyang di essere dittature e ci vantiamo di essere democrazie.

Ma la nostra democrazia mostra la sua crepa più profonda, una frattura in cui intravediamo l’ombra di un autoritarismo che credevamo di aver relegato sui libri di Storia e di scorgere solo lontano da noi, invece pende sulle nostre teste.

Purtroppo, non si tratta di un’idea allarmistica, ma della realtà dei fatti di questi ultimissimi giorni del 2025.

IL PECCATO ORIGINALE: UNA DOMANDA

Il 13 ottobre, a Bruxelles, il giornalista Gabriele Nunziati ha posto una domanda logica. La più ovvia e scontata che qualunque giornalista degno di tal nome avrebbe posto in quel contesto.

Non una di quelle programmate o edulcorate, da pennivendolo della propaganda, ma una che scoperchiava l’ipocrisia europea.

«Pensa che anche Israele debba pagare la ricostruzione di Gaza, come la Russia quella dell’Ucraina?»

Per questa domanda è stato licenziato.

Ma se il caso Nunziati è un avvertimento, la vicenda di Frédéric Baldan è l’esecuzione.

Frédéric Baldan, autore del libro inchiesta “Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”, è un ex lobbista che, dopo aver denunciato la Presidente della Commissione Europea per abuso d’ufficio e corruzione riguardo le trattative opache con Pfizer, si è visto chiudere tutti i conti dalla sua banca. Personali e aziendali. Persino il conto del figlio, di cinque anni.

La sua colpa è quella di aver scritto un libro per svelare le macchinazioni di von der Leyen, macchinazioni per cui la Magistratura dà ragione a Baldan e continua a chiedere documentazioni alla Presidente della Commissione europea, che ancora non ha prodotto.

Negli stessi giorni, l’attentato intimidatorio a Ranucci, un altro giornalista che fa il suo mestiere, che non si è trasformato in un megafono del potere.

Tre fatti che dimostrano come l’Europa non sia diversa dalla Corea del Nord o dalla Russia.

L’EUROPA È DIVENTATA CIÒ CHE DICEVA DI COMBATTERE

Il meccanismo è di una perfezione spietata.

Per anni abbiamo puntato il dito contro Cina, Russia e Corea del Nord, denunciando la loro repressione del dissenso, ma, oggi, scopriamo, con orrore, che lo stesso software autoritario gira sui server europei, solo con un’interfaccia grafica più amichevole.

Non servono più i manganelli. Basta una comunicazione bancaria. Non serve più il carcere. Basta una lettera di licenziamento. È una violenza pulita, amministrativa, che genera l’arma più potente di tutte: l’autocensura. Perché il vero obiettivo non è punire Nunziati, Ranucci o Baldan, ma educare i mille che verranno dopo di loro.

È insegnare a un’intera generazione di professionisti, giornalisti, attivisti e cittadini che ci sono recinti invisibili che non vanno superati, dogmi che non vanno messi in discussione.

Il risultato è l’informazione addomesticata che ci ha raccontato sciocchezze su pale e microchip; conferenze stampa che sono messe in scena, con domande preconfezionate e una cittadinanza a cui viene negato il diritto fondamentale di comprendere la complessità del mondo.

La storia di questi uomini non è un campanello d’allarme, perché siamo già oltre. È un incendio che divampa in ciò che resta della democrazia europea.

Difendere il loro diritto a chiedere, a denunciare, non è una questione di solidarietà, ma di sopravvivenza per chiunque creda che il potere debba rispondere delle proprie azioni.

Perché domani, in un mondo senza contante e con un giornalismo preoccupato dalle rappresaglie del potere, l’auto incendiata, la lettera di licenziamento e i conti chiusi potrebbero essere i nostri.

Per questa ragione ho scritto “La Fabbrica della Paura”, un libro in cui sviscero i meccanismi della propaganda, gli sponsor definiti esperti e la negazione del contraddittorio per non infastidire lobby e sponsor.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

2 pensieri riguardo “NUNZIATI, BALDAN, RANUCCI. L’EUROPA INDOSSA “IL BAVAGLIO” DI KIM JONG-UN

Rispondi