TRUMP, LO SO CHE MI STAI GUARDANDO. ALZA IL VOLUME

Martedì 4 novembre 2025, mentre il governo degli Stati Uniti entrava nel suo 36° giorno di asfissia autoindotta, New York mandava un chiaro segnale sia ai repubblicani sia ai democratici.

Washington, invece, era un fantasma. Silenziosa.

La sua paralisi, il più lungo shutdown nella storia della nazione, non era solo un’interruzione dei servizi, ma un’abdicazione. Un’ammissione di impotenza urlata attraverso i corridoi deserti del potere, una crisi che ha lasciato i controllori di volo a scrutare i radar con gli occhi cerchiati dalla stanchezza e senza stipendio, mentre l’economia nazionale trema.

Eppure, l’America è viva e c’è un uomo che, contro mille pronostici iniziali, ieri ha vinto.

Un uomo di New York.

Lì, in una sala da ballo gremita di Brooklyn, un uomo di 34 anni, Zohran Mamdani, socialista democratico e primo sindaco musulmano eletto della città, ha preso il microfono e ha riempito il vuoto federale con la sua voce. Una voce che non chiede permesso.

ANATOMIA DI UN TERREMOTO POLITICO

Non si può comprendere l’uragano Mamdani senza prima aver misurato la depressione sociale che lo ha generato. Le elezioni di medio termine non sono state una sconfitta per il Partito Repubblicano, ma addirittura un ripudio.

La Virginia è caduta. Il New Jersey ha rafforzato le sue difese democratiche. Gli elettori, interrogati all’uscita dai seggi, non parlavano di ideologia astratta, ma di conti da pagare, di incertezza.

Del disgusto nel vedere una nazione che si dichiara ancora Superpotenza incapace di tenere aperti i suoi parchi nazionali o di pagare i suoi dipendenti.

Una nazione al collasso finanziario che indossa belle maschere per darsi un tono e raccontare un’America che esiste ancora soltanto nella propaganda di Hollywood.

Lo stesso presidente Trump, in un raro momento di trasparenza tattica, lo ha ammesso: lo shutdown e la mancanza del suo nome alle urne sono stati la causa della disfatta repubblicana.

Ma questa non è la storia completa. Sarebbe un racconto parziale e riduttivo.

Il vero motivo della vittoria del nuovo sindaco di New York è stato la frattura esposta tra l’establishment, di ogni colore politico, e la vita reale dei cittadini.

È una frattura che Andrew Cuomo, ex governatore democratico caduto in disgrazia, non ha compreso.

Si è candidato come indipendente, convinto che il suo nome e la sua vecchia rete di potere potessero bastare. Si è persino alleato, in un patto tanto surreale quanto disperato, con il suo vecchio nemico, Donald Trump, nel tentativo di fermare Mamdani.

Hanno unito le loro forze non per un’idea, ma contro. E hanno fallito miseramente.

Perché Zohran Mamdani non ha semplicemente vinto un’elezione, ma ha offerto una risposta a quella frattura.

“ALZA IL VOLUME”: IL MANDATO OLTRE LA VITTORIA

Il discorso di Mamdani, nella notte della vittoria, non sarà certo ricordato per la sua eleganza retorica, ma per la sua brutale onestà.

Ha liquidato Cuomo con freddezza, come una seccatura, dichiarando di non voler più pronunciare il suo nome. Come a voler dire che la sua politica sarà lontana anni luce da ciò che rappresentano Cuomo e i suoi alleati.

Poi ha definito la sua vittoria un mandato per una politica al servizio dei “molti, non dei pochi”.

Frasi che sembrerebbero i soliti slogan retorici in bocca a un politico tradizionale, ma che nel contesto di un governo federale assente e di un’alleanza di potere grottesca, hanno il peso di un manifesto rivoluzionario.

Mamdani ha guardando dritto in camera, si è rivolto a Donald Trump. “So che stai guardando”, ha detto, con un mezzo sorriso tagliente. “Ho quattro parole per te: alza il volume”.

Non è stata soltanto una provocazione, ma una dichiarazione di esistenza. Un’affermazione che le sue idee, autobus gratuiti per la città, negozi di alimentari pubblici per combattere la povertà, blocco degli affitti, non sono più sussurri ai margini del dibattito, ma sono diventate la politica della più grande città d’America.

Della Capitale finanziaria del Paese.

Parole e politiche che hanno un suono da acufene per il silenzio di Washington.

NEW YORK COME LABORATORIO, L’AMERICA COME INTERROGATIVO

Cosa significa, dunque, questa vittoria?

Gli analisti si affretteranno a etichettarla. Parlano già di un’ondata progressista, della radicalizzazione del Partito Democratico, di un’anomalia newyorkese.

Si sbagliano.

Perché questa non è una storia di destra contro sinistra, ormai da accantonare nel cassetto dei ricordi.

È la storia di chi agisce contro chi è paralizzato. È la storia di una generazione che ha smesso di chiedere il permesso di cambiare le cose.

Mamdani ha vinto perché, mentre il sistema politico nazionale dimostra la sua totale incapacità di risolvere i problemi fondamentali, lui ne propone di nuovi, audaci e tangibili. Propone una politica diversa a chi non cerca nomi altisonanti sulle schede elettorali, ma qualcuno che parli il linguaggio della povera gente e che proponga fatti per risolvere i loro problemi.

La vittoria di Zohran Mamdani non è la fine della storia, ma l’inizio di una faglia nella politica statunitense.

Una faglia che si allunga da una Washington D.C. ammutolita a una New York City in festa.

New York è ora il laboratorio del futuro politico americano. E il resto della nazione, ancora seduta nel silenzio innaturale di uno stato in panne, senza soldi per gli americani, alla faccia della politica trumpiana dell’”America prima di ogni altra cosa”, è costretta a guardare e ad ascoltare.

Perché il volume, ora, è stato alzato. Non solo per Trump.

E non potrà più essere abbassato.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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