Zelensky chiede, i media amplificano, ma la realtà è che quei missili non arriveranno e/o non serviranno. E Washington lo sa benissimo. Ecco perché.
KIEV E LA FAVOLA DELL’ARMA MIRACOLOSA
Mettetevi comodi, perché arriva una nuova favola che sovvertirà l’esito della guerra. Sì, proprio come la famosa controffensiva di Kiev del 2023. A proposito: quale ne è stato l’esito?
La sceneggiata è sempre la stessa: summit internazionale, siparietto a beneficio delle telecamere, e l’ennesima richiesta-choc. Stavolta, missili Tomahawk per l’Ucraina.
Volodymyr Zelensky che, in stile bambino in vetrina, allunga la mano verso la caramella più costosa dello scaffale, il missile da crociera che fa “boom” a 2500 km di distanza.
La narrazione di quelli che ci hanno spacciato per notizie le pale, i muli, i microchip e altre sciocchezze, ovviamente è pronta, confezionata e servita.
L’arrivo dei Tomahawk sarebbe la leva per mettere in ginocchio Putin.
Peccato che, come al solito, tra il dire e il fare ci sia di mezzo un abisso chiamato realtà. E la realtà, per chi ha la pazienza di guardarla in faccia senza il filtro della propaganda e le analisi da bar, dice che questa è l’ultima delle bolle speculative belliche. Pronta a scoppiare al primo contatto con i fatti.
IL TRUCCHETTO: PROMETTERE CIÒ CHE NON PUOI AVERE
La prima, colossale, presa in giro sta nella piattaforma di lancio.
L’Ucraina i Tomahawk come fa a lanciarli? Non certo con una fionda. Servono cacciatorpedinieri che Kiev non ha, o sottomarini che non vedrà mai. Oppure il sistema Typhon, quello terrestre.
E qui casca l’asino, perché gli Stati Uniti hanno solo due batterie di quest’aggeggio super-segreto.
Due.
E secondo voi le manderebbero in Ucraina, dove diventerebbero il bersaglio preferito dei russi, per essere polverizzate dall’aereonautica nemica?
Ma per favore.
È come offrire una Ferrari a chi non ha la patente e la vorrebbe guidare dove non ci sono nemmeno le strade. Una pura operazione di marketing bellico per far credere che si stia facendo qualcosa di decisivo.
Quando, invece, non si fa un bel niente. Perché c’è ben poco da fare, se non sperare che Mosca cada nelle provocazioni europee e si avventuri in un’aggressione a uno dei paesi NATO, scatenando una guerra disastrosa per ambo le parti.
L’ARITMETICA NON È UN’OPINIONE E I FATTI DICONO CHE I MISSILI NON CI SONO
Poi c’è la questione scorte.
Ammesso che gli ucraini trovino un modo per lanciare i missili miracolosi degli USA, c’è un dettaglio che non andrebbe sottovalutato.
I titoloni degli spacciatori di pale, microchip e altre fake urlano “Tomahawk!”, ma non vi dicono che gli americani hanno meno di 4.000 missili in tutto il magazzino e che ne producono meno di 200 all’anno.
Circa uno ogni due giorni.
E non vi dicono nemmeno che, mentre voi leggete i grandi articoli su questi missili miracolosi, ne stanno già bruciando a centinaia nel Mar Rosso contro gli Houthi.
Inoltre, va ricordato che il vero, unico, pensiero fisso del Pentagono è la Cina. È lì che devono finire quelle armi, in caso di guerra per Taiwan. E voi credete davvero che gli americani ne sprechino una buona parte nelle pianure del Donbass?
Gli americani sono già impegnati a contare quelli che restano loro per la Madre di tutte le Battaglie, quella nel Pacifico.
A Kiev, possono al massimo mandare altro materiale di seconda scelta. Il top del catalogo rimane esposto in vetrina, ma con il cartellino “non in vendita”.
LA BALLA SPAZIALE SUL PERICOLO ESCALATION
E poi arriva la perla finale, la giustificazione dei giustificazionisti: “Eh, no, sarebbe escalation”.
Ma scherziamo? La guerra è già al suo apice da un pezzo.
I russi bombardano l’Ucraina con tutto quello che hanno – a parte i missili ipersonici e le armi atomiche – e gli ucraini usano droni per colpire dentro la Russia.
Ma, per qualcuno, il Tomahawk, farebbe paura perché è “americano”.
Perché se Kiev lo usa, significa che l’intelligence USA è dentro la cabina di regia, a scegliere i bersagli. E questo, dicono, potrebbe spingere Putin a premere il bottone rosso.
Ovviamente, la paura ha un suo fondamento: gli ucraini non hanno né i mezzi né le conoscenze per utilizzare certe armi statunitensi, quindi è ovvio che, senza uomini NATO in Ucraina, certe armi non potrebbero essere usate.
Ma sembra più la scusa perfetta per non fare quello che non si ha intenzione di fare comunque.
Trump, come qualunque altro presidente ci fosse in America, di casini nucleari non ne vuole, perciò non si sogna nemmeno di creare il rischio di valicare quella linea.
Ma la retorica del Tomahawk serve a tutti: a Zelensky per mostrare di combattere e di avere ancora qualche speranza di non perdere; a Washington per mostrare di aiutare gli ucraini; ai media per avere un titolo ad effetto.
Tutti contenti, tranne gli ucraini, che nessuno ascolta più e che vengono spediti a morire al fronte da tre anni e mezzo, per trovarsi in una posizione senza dubbio peggiore rispetto a qualunque accordo si fosse raggiunto nel 2022.
A GUERRA FINITA, NE PARLEREMO
Alla fine della fiera, questa è l’ennesima notizia-fumo per coprire il fatto che la guerra in Ucraina è diventata una guerra di trincea, di logoramento, di artiglieria.
Perché né la Russia né gli USA hanno voglia di usare le armi vere, poiché significherebbe consegnare alla Cina ciò che resterebbe del mondo.
Perciò, quella che, da parte americana, doveva essere una guerra per far sprofondare Mosca in una crisi gravissima e, dal punto di vista dei russi, che avrebbe dovuto piegare l’Ucraina in poche settimane, si è trasformata, invece, in una guerra di trincea, poco televisiva, che si vince con le fabbriche di proiettili e di droni, non con i missili da un milione di dollari l’uno.
Però, quelli finiscono in prima pagina e fanno notizia.
Il Tomahawk è il deus ex machina di una tragedia che non si sa come concludere senza che i leader europei ne escano distrutti, sia a livello d’immagine sia sotto il profilo politico.
I missili americani sono più una fantasia per politici e giornalisti a corto di idee che una realtà concreta che possa sovvertire gli esiti del conflitto.
Mentre si perde tempo a discutere di un’arma che non sarà risolutiva, – e, probabilmente, non arriverà mai, – la gente continua a morire.
Ma il fatto che intere generazioni di ucraini siano mandate ogni giorno al macero sembra importare a pochi. Certamente non a quelli che ci spiegano che la guerra serve per la pace.

Dott. Pasquale Di Matteo
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.




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