LA FABBRICA DELLA MENZOGNA. COME UN AEREO DI ROUTINE DIVENTA LA PROSSIMA MINACCIA GLOBALE

Tra l’Alaska e la Russia c’è una porzione di mare di poche decine di chilometri, lo Stretto di Bering.

Ogni giorno, da sempre, i cieli di quella sottile striscia d’acqua sono sorvolati da caccia russi e americani che si pattugliano a vicenda. Tutto normale. Routine. Consuetudine.

Eppure, ieri, quel suono di aerei è diventato un titolo allarmante.

Perché? Dove sta la notizia?

La domanda non è oziosa, ma è la chiave per decifrare la costruzione mediatica del nemico che è diventata lo sport di una certa stampa italiana.

Una pratica con cui si plasma la realtà per forgiare il consenso e preparare il terreno per l’impensabile.

Come abbiamo già ribadito altre volte, questo non è giornalismo, ma rimodulazione del reale per alterare le percezioni delle masse.

LA MECCANICA DEL FALSO PRETESTO: UN MANUALE DI SOPRAVVIVENZA INFORMATIVA

La storia della propaganda bellica è un campionario di “falsi pretesti”.

L’incidente di Tonchino, le armi di distruzione di massa irachene, oggi i droni e gli aerei russi, situazioni che seguono i soliti pattern che si ripetono, adattati all’era dell’informazione immediata del nostro tempo.

Oggi, il meccanismo è più sottile, ma non meno efficace.

Non sempre si mente spudoratamente, infatti, a volte basta isolare un frammento di verità, decontestualizzarlo e amplificarlo fino a fargli perdere ogni contatto con la realtà di partenza. Come nel caso degli aerei tra Alaska e Russia, appunto.

E come gli altri casi di queste ultime settimane.

L’aereo della Presidente della Commissione Europea sotto attacco russo, una fake news veicolata per generare il panico. Poi, la silenziosissima smentita, un errore di comunicazione che, tuttavia, non ha guadagnato lo stesso clamore mediatico.

Così, il primo titolo, quello della notizia fake, ha già compiuto il suo lavoro. Ha seminato il terrore, ha consolidato l’immagine del russo come soggetto irrazionale e pericoloso.

La rettifica resta sepolta nel frastuono dell’indignazione iniziale, così da sembrare propaganda russa.

Così i droni in Polonia e in Bielorussia. La versione ufficiale ha dipinto Mosca come unica artefice di attacchi subdoli. Le contro-inchieste, però, hanno avanzato l’ipotesi che potrebbe trattarsi di un drone ucraino deviato dalla contraerea.

Le prove che la matrice sia davvero russa? Non ci sono o sono opache.

La copertura giornalistica, però, ha privilegiato l’ipotesi più conveniente alla propaganda occidentale, oscurando le incongruenze per evitare che le masse possano avanzare dubbi.

E il missile in Polonia? Altro esempio perfetto.

L’accusa a Mosca è stata immediata, feroce. Come sempre dal 2022 a oggi.

Poi, è emersa la verità. Era un missile antiaereo di probabile fabbricazione ucraina, partito forse per errore.

Ma ormai la colpa è stata assegnata alla Russia e chi ha fagocitato ogni fake news di pale e microchip è convinto che sia colpa di Putin.

Perché con le persone disabituate al pensiero critico e all’analisi che non sia la chiacchiera da bar, la prima impressione, come un’impronta sulla sabbia bagnata, resiste anche quando il mare della verità tenta di cancellarla.

E come non citare il tilt degli aeroporti europei.

Ovviamente, manco a dirlo, si tratta della guerra elettronica russa.

La realtà, tuttavia, è quasi grottesca: è stato un cittadino britannico con un dispositivo portatile.

Quest’ultimo episodio non solo ridicolizza una certa stampa italiana, che diffonde fake news senza porsi domande, ma dimostra come vi sia l’intenzione di trovare la causa nel “nemico” designato, cioè la Russia.

È una semplificazione che azzera il pensiero critico, perché porsi domande costringerebbe ad analizzare ogni episodio, ricordando che, dal Nord Stream al missile in Polonia, la matrice è sempre ucraina e non russa.

Così come bisognerebbe ricordare che, dalle pale ai microchip, quella stessa stampa che urla all’orso russo ci ha raccontato un mare di panzane spacciandole per analisi geopolitiche di prim’ordine.

LA “GUERRA A BASSA INTENSITÀ” NEI CIELI DEL BALTICO: DOVE LA ROUTINE DIVENTA PROVOCAZIONE

Il Mar Baltico è un crocevia strategico. Un bacino d’acqua dove gli interessi della NATO e della Russia si sfiorano continuamente. Qui, termini come “quasi sconfinamento” diventano armi retoriche.

Cosa significa davvero? In un corridoio aereo internazionale, affollato come un’autostrada, un “quasi incidente” è spesso solo una procedura standard.

È il lavoro dei piloti.

Esperti di diritto aeronautico internazionale dell’Università di Leiden hanno confermato che “Queste intercettazioni sono la norma, non l’eccezione”.

Perciò descriverle come provocazioni deliberate significa mistificare la realtà.

L’IPNOSI DI MASSA: COME LA PAURA DIVENTA “TIFOSERIA”

Il martellamento mediatico non informa. Ipnotizza e divide. Stessa strategia utilizzata durante la pandemia.

La ripetizione ossessiva di questi “incidenti”, presentati come anelli di una catena, crea un senso di minaccia cumulativa e ineluttabile. La psiche collettiva soccombe e si smarrisce la capacità di discernere, di analizzare.

Si scivola nella “tifoseria”, dove non esistono più i fatti, ma solo la nostra squadra e la loro.

La polarizzazione diventa la gabbia che imprigiona il dibattito e, in questo clima, le dichiarazioni dei leader politici fungono da acceleratori.

Le oscillazioni dello show di Trump e i toni sempre più duri dei leader europei non fanno che alimentare la macchina della paura, legittimando una copertura mediatica che ha abdicato al suo ruolo di controllore per diventare megafono di chi comanda.

IL DIALOGO TRA SORDI: LA SPIRALE SENZA USCITA

Da una parte, Mosca. Il Cremlino nega gli sconfinamenti, ma avverte: abbattere un nostro velivolo sarà considerato un atto di guerra.

La loro prospettiva è chiara: la NATO è già una parte in causa, che fornisce armi, intelligence, mezzi, uomini e legittimità a Kiev.

Le tensioni ai confini sono, per loro, la logica conseguenza di un’espansione ad est dell’Alleanza Atlantica percepita come una minaccia esistenziale.

Dall’altra, Bloomberg riporta l’avvertimento dei diplomatici europei: la NATO è pronta a rispondere con “tutte le sue forze”.

È la definizione di una linea rossa. Due narrative parallele che corrono verso lo stesso, tragico punto di collisione: l’escalation.

Ma l’escalation porta, inevitabilmente, a una guerra atomica in cui l’Europa può solo essere spazzata via.

I VERI PERDENTI NELLA GUERRA DELLE PAROLE

A chi giova questa guerra delle parole alimentata dalla follia bellicista?

A chi ha tutto da guadagnare, chi può incassare miliardi vendendo armi che piegheranno la resistenza del suo nemico numero uno nel mondo, in una guerra a migliaia di chilometri dal suo territorio.

Vi viene in mente nessuno?

I veri perdenti non sono i giornalisti dei droni, delle pale, dei microchip, degli aerei ai confini, ma i civili i cui rifugi vengono colpiti, i soldati che muoiono per una verità che non conosceranno mai.

Le loro sofferenze sono prolungate da false speranze e da una retorica che allontana sistematicamente ogni possibilità di diplomazia.

La guerra in Ucraina si combatte sui carri armati e con i droni, ma viene vinta o persa nelle nostre menti, attraverso i media che consumiamo.

Mentre le cancellerie occidentali e le redazioni costruiscono e/o modificano la realtà, chi si fa carico di ricordare il prezzo pagato in vite umane?

Chi ha il coraggio di chiamare “routine” ciò che è routine, e “propaganda” ciò che è propaganda, smascherando i falsi pretesti che ci stanno conducendo, un titolo alla volta, un articolo alla volta, verso l’abisso?

La pace, forse, inizia dal rifiuto di essere ipnotizzati. Non vi pare?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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