COME E PERCHÉ È SCOPPIATA LA GUERRA IN UCRAINA

L’ATTACCO: IL CAPITOLO FINALE DI UNA STORIA GIÀ SCRITTA

L’alba del 24 febbraio 2022 è soltanto il giorno in cui il velo di un’illusione trentennale è stato strappato, mostrando a tutti la realtà. Beh, almeno a quelli in grado di comprenderla.

Mentre i primi missili russi colpivano basi militari e infrastrutture ucraine, l’Occidente sobbalzava, in un coro unanime di condanna e incredulità.

“Follia”, “aggressione immotivata”, “l’imprevedibile Putin”.

Questa è stata la narrazione immediata della propaganda, rassicurante nella sua semplicità.

Ma era una menzogna comoda.

La domanda corretta, quella che i nostri leader non hanno il coraggio di porsi, non è “perché è successo?”, ma “perché abbiamo fatto finta di non vedere che stava per succedere?”.

L’invasione non è stato un atto di follia improvvisa. Putin non s’è svegliato una mattina senza saper che fare, perciò “toh, invado l’Ucraina”.

È stato il capitolo finale, violento e prevedibile, di una partita a scacchi di geopolitica, giocata sullo scacchiere eurasiatico per due decenni.

Una partita in cui l’Occidente, accecato dalla propria retorica trionfalistica e dalla certezza di essere il bene assoluto, ha sistematicamente scambiato ogni sua vittoria per un passo verso una pace perpetua, senza mai calcolare il risentimento tossico che si andava accumulando a Mosca. E non solo a Mosca.

IL PECCATO ORIGINALE: I BALCANI IN FIAMME E IL NUOVO ORDINE (1999)

Il vero inizio di questa storia non è nel 2022, né nel 2014. È nel 1999, con le bombe della NATO che piovono su Belgrado.

Il bombardamento della Serbia fu presentato come un intervento umanitario, una necessità morale per fermare il massacro in Kosovo. Un attacco senza mandato ONU.

Per il Cremlino, fu uno shock esistenziale.

Non era solo l’attacco a una nazione slava e ortodossa, un alleato storico, ma era la dimostrazione pratica, brutale, che l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti – si era auto-investito del diritto di agire militarmente al di fuori del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Sì, proprio quel tipo di azione contraria al Diritto internazionale per cui oggi accusiamo Putin.

Il Diritto internazionale, quel fragile pilastro su cui la Russia post-sovietica sperava di costruire un nuovo dialogo, veniva trasformato in un mero strumento dei vincitori. La “Responsabilità di Proteggere” si rivelò, agli occhi di Mosca, come il “Diritto del Più Forte”.

Cosa in cui gli Stati Uniti d’America sono indiscutibili maestri.

In parallelo, silenziosa, ma altrettanto significativa, avanzava la prima espansione della NATO.

Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca entrarono nell’Alleanza Atlantica in cambio di offerte miliardarie a cui nessuno poteva rifiutare.

Per Washington, era l’integrazione di democrazie libere. Per Eltsin e, ancor più, per il suo successore Putin che osservava dalla scrivania del FSB, era la prima, inequivocabile violazione di quelle promesse verbali – mai formalizzate su carte ufficiali, ma storicamente documentate per iscritto – fatte ai leader sovietici in cambio del benestare alla riunificazione tedesca.

“Nessun allargamento della NATO verso Est”. Quel confine mobile della NATO divenne, per Mosca, il perimetro di un accerchiamento strategico in divenire.

“Non ci sposteremo di una sola spanna verso est, oltre i confini della Germania” fu la promessa del Segretario di Stato americano, james Baker a Gorbaciov, il 9 febbraio 1990. «La giurisdizione della Nato non si allargherà neppure di un pollice a Est»

Una promessa che fu ribadita anche dal Segretario generale Wörner a Bruxelles, il 17 maggio 1990, quando rassicurò i sovietici: «Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito fuori dal territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza.»

Tale garanzia fu messa per iscritto – come documentato dallo Spiegel – il 6 marzo 1991, dai direttori politici dei ministeri degli Esteri di Usa, Francia, Germania e Gran Bretagna, riuniti a Bonn.

Fu messo a verbale che «non intendiamo estendere la Nato oltre L’Elba. Non possiamo, quindi, concedere alla Polonia e ad altre nazioni dell’Europa centrale e orientale l’ingresso nella Nato.»

Il rappresentante della Casa Bianca, Raymond Seitz, confermò che non vi era alcun piano strategico «per sfruttare il ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa dell’Est e che la Nato non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente.»

Ovviamente, si trattava di una delle tante promesse americane non mantenute, così i confini Nato si sono spostati: non di pollici o spanne, ma di migliaia di chilometri, come sappiamo.

L’AVANZATA INARRESTABILE: LA MAPPA DELLA NATO AI CONFINI DELLA RUSSIA (2003-2008)

Il nuovo millennio non portò distensione, ma un’accelerazione.

L’intervento in Iraq del 2003, basato su prove fabbricate dalla CIA, la famosa fake sulle armi chimiche di Saddam, fu la conferma del precedente serbo.

Ancora una volta, gli Stati Uniti agivano unilateralmente, smantellando uno stato sovrano e rafforzando nella psiche russa l’idea di un mondo governato dalla paura imposta dalla forza americana, non da regole condivise.

Poi, arrivò l’ondata più provocatoria, con l’allargamento del 2004, che inglobò Estonia, Lettonia e Lituania.

Immaginate cosa sarebbe accaduto nelle Americhe se Canada e Messico avessero abbracciato un’alleanza con Mosca?!

Per la prima volta dalla dissoluzione dell’URSS, la NATO poteva schierare truppe direttamente sui confini russi. Per molto meno, Kennedy minacciò la Terza Guerra Mondiale a causa di Cuba.

Il cuscinetto strategico, quella zona grigia di stati cuscinetto che per secoli aveva garantito una parvenza di sicurezza alla Russia, veniva cancellato dalla cartina geografica.

Il momento fatidico, la linea rossa incisa col fuoco, fu il Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008.

In quell’occasione, l’Alleanza, spinta soprattutto da Washington, emanò una promessa formale: l’Ucraina e la Georgia “diventeranno membri della NATO”.

Per Putin, che aveva appena denunciato il collasso dell’URSS come la “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, fu una dichiarazione di guerra per procura.

Quella promessa trasformò l’Ucraina da Stato vicino a potenziale avamposto militare nemico.

Nello stesso anno, la firma per l’installazione dello scudo antimissilistico americano in Polonia completò il quadro: la minaccia non era più solo politica, ma diventava balistica, militare, concreta, minando la credibilità della deterrenza nucleare russa.

La risposta di Mosca arrivò pochi mesi dopo, con la guerra in Georgia: un chiaro, brutale avvertimento.

Tutto sembrava ricalcare il copione di un progetto americano, partorito dai neocon negli anni Novanta.

Il progetto prendeva spunto dall’idea di provocare il dissanguamento della Russia, ipotizzata da un ex consiglere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski.

Il progetto fu chiamato “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”, i cui autori più noti erano Rumsfield, Cheney e Kagan.

Dick Cheney, allora Segretario alla Difesa, concepì l’idea per cui gli Stati Uniti dovevano essere l’unica superpotenza, non solo incontrastata, visto lo sfaldamento dell’URSS, ma anche inarrestabile nel mondo.

E basta rileggere gli ultimi anni di storia per comprendere come, da Clinton a Bush, da Obama a Trump, ciascuno con il proprio stile, tutti abbiano fatto proprio quel progetto. “Non governare nel mondo, ma comandarlo.”

Come?

Espandendo la NATO fino alle porte di casa della Russia, promettendo però – con la stessa affidabilità di un baro – che “non ci sposteremo di una sola spanna verso est, oltre i confini della Germania”.

SABBIE MOBILI: LA SIRIA, PROVA GENERALE DELLA SFIDUCIA (2011-2015)

L’umiliazione continuò con la Primavera Araba. L’intervento in Libia del 2011, autorizzato dall’ONU con il mandato di proteggere i civili, si trasformò rapidamente in una campagna per il rovesciamento di Gheddafi, un altro partner di Mosca.

Ma fu in Siria che la partita cambiò registro.

Per USA, Turchia e monarchie del Golfo, la guerra civile siriana era l’opportunità di rimuovere Bashar al-Assad, l’ultimo alleato russo nel Mediterraneo.

Fiumi di denaro e armi fluirono verso i ribelli, molti dei quali di matrice terrorista jihadista.

Per Mosca, non si trattava solo di salvare un dittatore, ma di proteggere la base navale di Tartus, l’unico accesso al Mediterraneo, e di preservare un punto d’appoggio cruciale in Medio Oriente.

Nel settembre 2015, Putin fece la sua mossa.

L’intervento militare russo in Siria non fu un avventurismo, ma una calcolatissima dimostrazione di forza. Fu la prova generale. In Siria, la Russia testò le sue nuove capacità militari, i suoi droni, la sua dottrina.

Ma, soprattutto, testò la volontà dell’Occidente e scoprì che era vacillante, diviso, incapace di reagire con determinazione. In Siria, Putin imparò che poteva sfidare l’establishment occidentale sul campo, in una guerra per procura, e vincere.

Quella vittoria gli diede la certezza operativa e psicologica per il passo successivo.

L’ARCHITETTURA DELLA PAROLA: LA GUERRA DELLE NARRAZIONI

Questa escalation non è stata solo di carri armati e missili, bensì, in primis, una guerra di narrazioni, costruita con un abile uso della Comunicazione da ambo le parti.

L’Occidente ha perfezionato una tecnica retorica sottilmente disonesta: la de-responsabilizzazione.

Si utilizzano costantemente soggetti collettivi e impersonali: “La NATO ha deciso”, “L’UE sta valutando sanzioni”, “La Comunità Internazionale condanna”.

Questo linguaggio dissolve l’agenzia e la responsabilità dei singoli leader – un Draghi, un Biden, un Macron – in un’entità astratta e impersonale, facendo credere alle masse che la decisione sia, allora, giusta e sacrosanta.

Si instilla nelle persone poco avvezze a informarsi e ad analizzare contesti complessi la percezione che le decisioni siano il prodotto di un processo inevitabile e condiviso, quasi un destino ineluttabile.

All’opposto, la narrazione occidentale applica al nemico il principio opposto: la personalizzazione estrema.

Ogni azione della Russia è attribuita a “Putin”.

“Putin bombarda”, “Putin minaccia”, “la guerra di Putin”.

Questa strategia comunicativa di costruzione del nemico serve a uno scopo preciso: creare la figura del cattivo solitario, un dittatore paranoico e isolato, agente in un vuoto politico.

Così, si cancella con un colpo di spugna il vasto consenso di cui gode nel suo establishment militare e di sicurezza, un consenso che non nasce dal nulla, ma è stato meticolosamente costruito in vent’anni di percezione di umiliazioni e accerchiamento.

Non si combatte contro una nazione con le sue ragioni – per quanto distorte possano sembrare o essere-, ma contro un uomo solo. Anzi, si ha la percezione che i russi siano ostaggi di Putin.

E sconfiggere un uomo è una tattica di comunicazione semplice che evita di affrontare le radici profonde di un conflitto geopolitico.

La stessa strategia usata in maniera inversa con il tagliagole che oggi governa in Siria. Assassino e terrorista, ricercato numero uno dell’America, con una taglia milionaria, trasformato in saggio diplomatico in giacca e cravatta dalla sera alla mattina.

Così, all’ONU vediamo leader occidentali stringere la mano a un tagliagole pluriomicida, ma dopo essere usciti da un vertice per imporre nuove sanzioni alla Russia, in un cortocircuito che, se non fosse drammatico, risulterebbe persino tragicomico.

IL DESTINO SI COMPIE A KIEV

Oggi, le bombe su Kiev e le trincee nel Donbass non sono l’inizio di una guerra, ma il culmine di un’escalation ventennale.

Sono l’epilogo di una tragedia i cui atti sono stati scritti a Belgrado, a Bucarest, a Baghdad e nel deserto siriano. Atti di un copione nato a Washington tempo addietro.

Ogni allargamento della NATO, celebrato come un trionfo della democrazia, ogni intervento unilaterale giustificato come un imperativo morale, ogni “cambio di regime” è stato un mattone aggiunto al muro di sfiducia che ha reso la diplomazia Occidente-Mosca prima difficile, poi inutile, ed infine impossibile.

L’Occidente ha ballato per vent’anni sulla tolda di una nave che sembrava inaffondabile, celebrando una catena di vittorie geopolitiche che, invece, erano crepe nelle fondamenta della stabilità mondiale.

Ha elevato il proprio modello a verità universale, senza mai calcolare seriamente il costo a lungo termine di una pace perduta.

La tragedia ucraina è quell’eco lontana e assordante, è il prezzo da pagare per un trionfalismo miope che ha ignorato le paure, le insicurezze e l’orgoglio ferito di una potenza nucleare umiliata.

Fino a quando quella paura, coltivata in due decenni di sconfitte percepite, non si è trasformata in una furia cieca e distruttiva, scaricata su un Paese e un popolo che ne stanno pagando il prezzo più alto.

Quando finirà la guerra in Ucraina?

Quando avremo l’umiltà di riconoscere la nostra parte nella sua genesi. Al contrario, continuare a credere di essere i buoni ci spingerà verso un punto di non ritorno.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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