LA GUERRA IN UCRAINA STA DIVENTANDO IL PIÙ GRANDE BUSINESS D’EUROPA

Un’inchiesta su sul perché l’Europa fa di tutto affinché naufraghi ogni tentativo di pace in Ucraina, diventata il laboratorio per il business del futuro.

TRA LOGORAMENTO E FUTURO

Settecentomila soldati russi ammassati lungo un fronte di centinaia di chilometri sono il simbolo di una guerra del ventesimo secolo, di logoramento, di trincea. Come ai tempi della Prima Guerra Mondiale.

Dall’altra parte, la risposta sembra uscita da un romanzo di William Gibson: un “muro di droni”. Un sistema integrato di veicoli aerei senza pilota, una barriera tecnologica e letale che Kiev vuole erigere per fermare l’avanzata di Mosca.

Un nuovo paradigma che ci porta alle guerre del futuro. Ma anche al business del futuro.

Mentre i leader occidentali parlano ancora, con una certa ingenuità, di “aiuti” e “sostegno”, l’Ucraina parla un’altra lingua, quella degli “investimenti” nella guerra.

L’Ucraina non è più solo un teatro di tragedia da terminare, ma è diventato il più grande incubatore di tecnologia militare al mondo, un laboratorio a cielo aperto dove si sperimentano strategie per il futuro, con un modello di business geniale e spietato, che vede i cittadini europei pagare il conto. Due volte.

“DATECI I SOLDI, VI VENDEREMO LE ARMI”. LA TRASFORMAZIONE DELL’AIUTO IN INVESTIMENTO

La dichiarazione del Presidente Volodymyr Zelensky è stata chiara, ma pochi ne hanno colto la portata rivoluzionaria.

Non è stata una supplica, ma una proposta commerciale il cui obiettivo dichiarato è triplicare la produzione nazionale di armi, in particolare di droni, per diventare “meno dipendenti” dai partner.

Lessico aziendale, non militare.

Come riportato da Associated Press, la chiave di volta geopolitica è semplice e spiazzante: poiché un ingresso formale nella NATO rimane un’ipotesi remota, la strategia occidentale si è evoluta.

L’obiettivo è trasformare l’Ucraina in una fortezza autosufficiente, un avamposto tecnologicamente avanzato e permanentemente armato ai confini della Russia.

I miliardi di euro e dollari inviati non servono solo a comprare proiettili per il fronte di oggi, ma servono a gettare le basi per l’industria della difesa ucraina di domani.

È un trasferimento di capitale di rischio. Un investimento con cui il debito si trasforma in leva finanziaria per costruire, da zero, un settore industriale ad alto valore aggiunto che sarà il perno della ricostruzione e della futura ricchezza della nazione.

L’UCRAINA COME LABORATORIO E IL MARCHIO “TESTATO IN RUSSIA”

Cosa distingue un drone fabbricato in Texas o in Francia da uno progettato e perfezionato a Kiev o Kharkiv?

Solo il certificato di qualità.

“Testato in combattimento reale contro un avversario di prim’ordine” è un vantaggio competitivo unico, inestimabile, che l’Ucraina sta costruendo.

Nessun poligono di prova al mondo può replicare l’intensità e la complessità del Donbas.

Prendete l’evoluzione dei droni.

All’inizio del conflitto, erano apparecchi commerciali modificati, un’ingegnosa soluzione dettata dalla disperazione.

Oggi, grazie a un afflusso massiccio di capitali e know-how occidentali, l’industria ucraina sta producendo sistemi d’arma autonomi e droni da ricognizione a lungo raggio e sofisticatissimi sistemi di guerra elettronica per neutralizzare gli stessi droni russi.

Questi prodotti hanno un valore di mercato che schizza alle stelle.

Una volta terminato il conflitto – o forse anche prima – queste tecnologie testate in battaglia saranno le più ricercate al mondo.

Chi saranno i primi, e più ansiosi, acquirenti?

Gli stessi eserciti NATO che ne hanno finanziato lo sviluppo. Eserciti che, osservando la guerra in Ucraina, si stanno rendendo conto della necessità disperata di modernizzare i propri arsenali per contrastare la minaccia russa del futuro.

L’Ucraina non sta solo combattendo, ma sta sviluppando il prodotto che venderà ai suoi stessi finanziatori. Ed ecco uno dei motivi per cui i leader europei stanno facendo di tutto perché non si arrivi mai a una pace.

IL CIRCOLO DELLA “TRUFFA PERFETTA”: CHI PAGA E CHI GUADAGNA

Il flusso del denaro delinea quello che alcuni analisti definiscono, non a torto, uno “schema Ponzi geopolitico”.

È un circolo quasi perfetto, in cui il contribuente occidentale ne è il motore inconsapevole.

In primo luogo, le nostre tasse e i nostri debiti – l’Italia ha appena chiesto 14 miliardi di finanziamento per acquistare armi – prelevati dagli stati, confluiscono in pacchetti di aiuti militari e finanziari destinati all’Ucraina.

Una parte significativa di questi fondi viene utilizzata per avviare e potenziare le fabbriche locali di droni e sistemi d’arma.

Ma poi pagheremo una seconda volta, perché, a conflitto ultimato, i nostri ministeri della Difesa, sempre con le nostre tasse e i nostri debiti, si troveranno a dover acquistare nuove armi e le uniche considerate realmente efficaci, testate sul campo, saranno proprio quelle ucraine.

I nostri governi diventeranno così i primi clienti di un’industria che noi stessi abbiamo finanziato.

Sotto la patina dell’aiuto umanitario e della solidarietà atlantica per vendere la cosa ai popoli senza che se ne accorgano, si nasconde un colossale trasferimento di ricchezza e know-how industriale.

L’Ucraina, tragicamente, sta capitalizzando la sua agonia per costruire il proprio futuro economico. È un business spietato mascherato da missione di pace.

FABBRICARE LA MINACCIA E ABBATTERE OGNI SOLUZIONE DI PACE

Affinché questo business funzioni, la domanda deve rimanere alta. Una pace incepperebbe il meccanismo e manderebbe al macero la strategia di business.

La percezione del pericolo deve essere costante. Ed ecco che la “minaccia russa” deve essere reale e perpetuamente narrata e amplificata.

In questo contesto, gli incidenti di confine assumono un ruolo cruciale.

I droni russi che, presumibilmente o realmente, violano lo spazio aereo della Polonia o della Romania sono eventi dal valore inestimabile.

La loro veridicità viene smentita o ridimensionata in seguito, ma il loro impatto politico e mediatico è immediato e potente.

Quanti leggono le smentite e il fatto che si tratti, nella maggior parte dei casi, di droni catturati dagli ucraini o di missili polacchi usati come casus belli?

La stessa bufala delle interferenze all’aereo di von der Leyen, – rimasta a terra per 9 minuti per problemi tecnici, nove minuti, – è stata utilizzata dalla propaganda europea per costruire la minaccia russa in funzione del business delle armi. Così i 9 minuti di ritardo del decollo per problemi tecnici sono diventati “ore di paura per attacco elettronico russo”.

Ogni violazione, anche se inventata, diventa la prova della necessità di riarmo, la giustificazione perfetta per stanziare altri miliardi per la difesa.

Questa costante “paura” è il carburante che alimenta la macchina del business, la stessa strategia che abbiamo visto applicare per spingere le persone a vaccinarsi durante la pandemia.

Una strategia che, in questo caso, crea una domanda politica e militare insaziabile per nuove armi, garantendo un mercato futuro redditizio e sicuro per i prodotti dell’industria bellica ucraina e occidentale.

La minaccia russa non è più solo la causa della guerra, ma è diventata la campagna marketing per il business che la guerra ha generato.

Fatte salve le responsabilità della NATO con il suo allargamento a Est, oltre i confini tedeschi, in barba ai patti siglati con l’URSS per il sì all’unificazione delle due Germanie.

QUANDO LA PACE DIVENTA IL PEGGIOR NEMICO DEL PROFITTO

La guerra in Ucraina sta quindi creando una potente e inedita lobby industriale il cui interesse economico è legato alla perpetuazione del conflitto o, quantomeno, a uno stato di permanente minaccia.

L’industria della difesa ucraina, costruita con capitali occidentali, avrà bisogno di vendere i suoi prodotti per sopravvivere, ma, per venderli, avrà bisogno di un mondo che continui a percepire la Russia come un pericolo imminente.

Perciò l’obiettivo strategico dell’Europa non è più vincere una guerra, ma costruire e mantenere redditizia un’industria delle armi.

L’Occidente non sta aiutando l’Ucraina a raggiungere una pace duratura, ma la sta trasformando in un avamposto armato, la cui futura stabilità economica dipenderà dalla perpetuazione dell’instabilità geopolitica.

Il “dividendo dei droni” esiste, è reale e sarà lucroso.

Ma qualcuno dovrebbe iniziare a chiedersi quale sia il suo prezzo morale finale.

Perché ogni dividendo, per definizione, ha un costo. E in questo caso, il costo è un’eterna ombra di guerra, oltre a decine di migliaia di giovani ucraini mandati al macero.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, Scienze Politiche, Esperto di Comunicazione e arte concettuale.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, Politiche Internazionali, Esperto di Comunicazione e critico d’arte.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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