DOVEVA FALLIRE LA RUSSIA, INVECE RISCHIA IL FALLIMENTO LA FRANCIA DI MACRON

LA FRANCIA AL CAPOLINEA: MACRON SFIDUCIATO DAI MERCATI PRIMA CHE DAL PARLAMENTO. CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

CRISI POLITICA A PARIGI

Mentre l’Occidente attendeva con malcelata sufficienza il default di Mosca, grazie alle nostre “sanzioni dirompenti” – così ci aveva promesso Mario Draghi nel 2022, – il crac si è affacciato alla finestra di una delle capitali dell’Europa.

Il Primo Ministro francese convoca un voto di fiducia per l’8 settembre, ma il verdetto è già stato emesso, e non dalle aule parlamentari, ma dai terminali di Borsa.

Lo spread, infatti, schizza, le banche francesi affondano e “Napoleone” Macron si ritrova a contemplare le rovine di un’economia che doveva trainare l’Europa verso la vittoria contro Mosca e che, invece, ora rischia di trascinarla a fondo.

C’è un’ironia quasi tragica, una di quelle che solo la storia sa architettare, in ciò che sta accadendo oltralpe.

Doveva fallire la Russia. La stampa di casa nostra lo avrà ripetuto migliaia di volte in questi tre anni e mezzo.

Era il mantra, la profezia autoavverante recitata per mesi dai salotti buoni di Bruxelles e Washington.

Invece, a tremare non è il Cremlino, ma l’Eliseo. E vengono in mente le frasi di Putin e di Lavrov, alle quali sorridevamo come di fronte agli imbecilli, quando dicevano che sarebbe stata l’Europa a fallire.

Beh, dati e fatti alla mano, c’è poco da ridere adesso.

La Francia, la nostra cugina guidata dal nuovo Napoleone altero e nucleare, si scopre improvvisamente nuda, fragile, sull’orlo di una crisi sistemica che intreccia politica ed economia in un abbraccio mortale.

Tutto precipita con una mossa che sa di disperazione.

Il Primo Ministro che annuncia un voto di fiducia per l’8 settembre. Un atto dovuto, si dirà. Invece è una mossa politica con carte pessime in mano.

E i mercati, che hanno il fiuto di uno squalo per l’odore del sangue, non hanno atteso un istante. Hanno votato. E hanno votato la sfiducia. E non sembrano esserci appelli.

IL TERMOMETRO DEI MERCATI: QUANDO LA BORSA VOTA PRIMA DELLE URNE

I numeri sono più spietati di qualsiasi editoriale. Sono la verità distillata in cifre. Cosa che sia l’Italia di Berlusconi sia la Grecia conoscono bene.

Le banche francesi hanno bruciato quasi il 10% del loro valore in un paio di sedute. Puff. Volatilizzati miliardi di capitalizzazione come neve al sole di agosto.

Ma il vero segnale, il sismografo che non mente mai, è lo spread.

Il differenziale tra i titoli di stato decennali francesi e i loro omologhi tedeschi, il benchmark della stabilità europea, è esploso.

80 punti base. Un’enormità. Per contestualizzare, per i non addetti ai lavori che ancora credono alle favole dell’Europa unita, questo significa che prestare soldi alla Francia è diventato improvvisamente molto più rischioso.

Un rischio che non si percepiva con tale intensità dai tempi bui della crisi dei debiti sovrani del 2011. Dieci anni di illusioni spazzati via in poche ore. Questo non è un dato. È una sentenza.

CRISI POLITICA: L’ANATOMIA DI UN GOVERNO LOGORATO

Ma perché questa fuga dal rischio-Francia? Perché i capitali scappano?

La risposta è nel teatrino della politica parigina, dove un esecutivo “fortemente logorato” – un eufemismo per dire clinicamente morto – tenta di sopravvivere aggrappandosi a compromessi che non reggono più.

Il governo Macron, nato per essere né di destra né di sinistra, e contro il volere del suo stesso popolo, che ha votato chiunque pur di non votare il suo partito, si ritrova oggi senza l’una e senza l’altra, paralizzato da una maggioranza che è un castello di carte pronto a crollare al primo soffio di vento.

E il vento sta soffiando forte.

Il voto di fiducia non è altro che il pretesto per chiedere al popolo francese, tramite i suoi rappresentanti, di accettare l’inevitabile: austerità. Tagli feroci alla spesa pubblica. Un aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese già stremate. Sacrifici, insomma.

Altro che marciare su Mosca!

Un fronte compatto del “No” è già pronto.

Dalla cosiddetta “estrema destra” alla cosiddetta “estrema sinistra”, le opposizioni hanno fiutato l’occasione e hanno già annunciato che voteranno contro.

È un accerchiamento. Il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, non ha usato mezzi termini, chiedendo le dimissioni immediate di quello che ha definito, non a caso, “Napoleone Bonaparte Macron”.

Macron diceva che Putin aveva i mesi contati, invece è lui a essere finito.

I NUMERI DEL MALESSERE: UN DEBITO CHE DIVORA IL FUTURO

La crisi politica è solo la febbre. La malattia è nei conti pubblici, devastati da anni di gestione allegra e promesse insostenibili. E, ovviamente, dalle spese pazze per la guerra.

Il Deficit Pubblico viaggia oltre il 5%, il doppio della media europea.

Il Debito Pubblico ha raggiunto il 114% del PIL. Una montagna che pone la Francia nel club poco esclusivo dei grandi malati d’Europa, subito dopo Grecia e Italia. Le agenzie di rating, non a caso, hanno già declassato il debito francese.

E questo non è un incidente di percorso, ma il risultato matematico delle politiche fallimentari dell’era Macron. È la zavorra che sta affondando la Grande Nation.

SCENARI FUTURI: TRA IL CAOS E L’UOMO FORTE

Cosa può accadere adesso? Gli scenari sono pochi e tutti inquietanti.

NUOVE ELEZIONI

La caduta del governo porterebbe quasi certamente a elezioni anticipate.

Con una probabile, ulteriore frammentazione o, peggio, la vittoria di quelle forze definite “estremiste” che i mercati tanto temono.

Un salto nel buio.

L’OPZIONE “CAESAR”: L’ARTICOLO 16.

Non va dimenticato un dettaglio cruciale della V Repubblica: l’Articolo 16 della Costituzione.

Un meccanismo che conferisce al Presidente poteri eccezionali in caso di “minaccia grave e immediata” all’integrità della nazione o al funzionamento delle istituzioni. Ma potrebbe un tracollo finanziario essere considerato tale?

Macron, messo all’angolo, potrebbe essere tentato dal trasformarsi da “Napoleone” a monarca repubblicano, governando per decreto. Un colpo di mano istituzionale che infiammerebbe il paese e porterebbe con probabilità a una guerra civile ai confini di casa nostra.

IL CONTAGIO È INEVITABILE

La Francia non è la Grecia.

Le sue banche sono interconnesse con l’intero sistema finanziario europeo, Italia in primis. Perciò un suo default controllato, o anche solo un lungo periodo di instabilità, avrebbe un effetto domino devastante.

Chi interverrà? La BCE? Il Fondo Monetario Internazionale? E a quale prezzo?

Stiamo assistendo in diretta alla fine di un’epoca. Al fallimento devastante della politica dei tecnici.

La fine dell’illusione che un’unione monetaria senza unione politica potesse funzionare.

La Francia, con la sua superbia e la sua fragilità, sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni del progetto europeo. La domanda, dunque, non è se la crisi francese avrà conseguenze per noi, ma quali e quanto saranno gravi.

Preparatevi. Perché quando Parigi starnutisce, l’Europa prende la polmonite.

E questa volta, l’aria gelida ha il sapore di un lungo inverno.

E no, non è quello glaciale di Mosca, ma quello dell’Europa che sta morendo a causa dell’incompetenza di quei tecnici che hanno creduto di potersi sostituire alla cultura dei politici della cultura, della ragione, della conoscenza dei popoli.

È giunto il tempo di mettere in discussione tutte le balle che ci hanno raccontato in questi tre anni e mezzo. Prima che sia troppo tardi.

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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